Nella giornata di ieri, giovedì 22 aprile, per 7 voti a 2 il Plenario del Supremo Tribunale Federale di Brasilia ha confermato, in via definitiva, la parzialità di Sérgio Moro nei confronti di Lula (il risultato ufficiale lo avremo solo mercoledì, dopo che avranno votato anche i ministri Luiz Fux e Marco Aurélio Mello). Una vittoria enorme per la difesa dell’ex-presidente, la quale in virtù di questa decisione, ottiene la cancellazione degli atti istruttori utilizzati nel corso dei processi svoltisi presso la Corte Federale di Curitiba con riferimento all’attico (tríplex) di Guarujá e alla villa (sítio) di Atibaia. Pertanto, non solo un nuovo processo, che assai difficilmente avverrà a causa della prescrizione, ma anche nuove prove che, in caso di svolgimento dei processi, dovranno essere prodotte. Una vittoria su tutta la linea per Lula e il suo collegio di difensori guidato dall’avvocato Cristiano Zanin.

Prima di questa decisione, tuttavia, la Suprema Corte aveva assegnato a Brasilia la competenza territoriale dei nuovi processi nei confronti dell’ex-presidente Lula, specificamente riferiti all’attico di Guarujá, alla villa di Atibaia, ai terreni dell’Istituto Lula e alle donazioni ad esso destinate. A favore della competenza del Distretto Federale si erano espressi i ministri Edson Fachin, Luís Roberto Barroso, Rosa Weber, Dias Toffoli, Cármen Lúcia e Gilmar Mendes. Secondo il ministro-relatore Fachin la denuncia, presentata in data 6 settembre 2017, riguardava in maniera precipua un’organizzazione criminale facente capo a soggetti politici legati al Partido dos Trabalhadores. Il relatore ha fatto riferimento a precedenti decisioni assunte dal Plenario del Supremo, nelle quali era stato deciso che laddove i supposti crimini praticati coinvolgessero un nucleo politico, la sede eletta per lo svolgimento dei processi dovesse essere Brasilia.

Differente lettura, con riferimento alla competenza territoriale, è stata data dai ministri Alexandre de Moraes e Ricardo Lewandowski, che si sono espressi a favore di San Paolo, essendo, gli accadimenti in oggetto, riferiti a questo Stato, e i ministri Kassio Nunes Marques e Marco Aurélio Mello, i quali hanno reiterato la loro precedente decisione che la competenza appartenesse a Curitiba. Di particolare interesse è stata la posizione espressa dal ministro de Moraes, il quale ha richiamato la natura, da ultimo, soggettiva delle accuse mosse nei confronti dell’ex-presidente Lula, ciò che, a rigor di logica, tipifica l’oggetto in esame in una differente maniera, venendo meno la connessione con la presunta organizzazione criminale, a cui si riferiva la denuncia del 6 settembre 2017, assunta a discriminante nel caso in questione dal ministro-relatore Edson Fachin.

Pur nell’esercizio delle sue funzioni presidenziali, inoltre, i crimini attribuiti a Lula non sembrano direttamente riconducibili all’esercizio di queste funzioni come rappresentante dell’esecutivo, dal momento che, se così fosse, torneremmo a stabilire un nuovo legame con attori giudiziari, quali la Petrobras, ciò che dovrebbe riportare i processi sotto la competenza territoriale della Corte Federale di Curitiba, dunque della task-force della Lava Jato.

A questo si aggiunga un ultimo punto, vale a dire che la pur necessaria scelta della sede competente apre una breccia per un nuovo habeas corpus della difesa dell’ex-presidente – qualora i processi si svolgano e qualora l’esito fosse di condanna – per chiedere che la competenza passi da Brasilia a San Paolo. Una scelta di competenza territoriale differente, ossia San Paolo, pur non eliminando la possibilità di un habeas corpus da parte della difesa, avrebbe lasciato meno margine per questo tipo di azione, svincolando i processi dal background complessivo della Lava Jato.

Una decisione, questa del Supremo, attraversata dallo scontro che ha visto contrapposti i ministri Gilmar Mendes e Ricardo Lewandowski, da un lato, e il ministro Luís Roberto Barroso, dall’altro, e che ha costretto il presidente della Corte, il ministro Luiz Fux, a sospendere la sessione e a rimandare la chiusura della votazione alla prossima settimana. La discussione tra Mendes e Barroso verteva su quale decisione dovesse prevalere: quella monocratica espressa dal ministro Fachin, per mezzo della quale si dichiarava la cosiddetta “perdita dell’oggetto (perda do objeto)”, con riferimento alla parzialità dell’ex-giudice della Lava Jato nel processo dell’attico di Guarujá, o la recente decisione collegiale della Seconda Sezione del Supremo, la quale, per 3 voti a 2, aveva riconosciuto la parzialità di Moro nel giudizio dell’ex-presidente Lula.

A questo proposito, il voto del ministro Barroso si è contraddistinto per l’altissimo e del tutto inappropriato, considerando la sede del Plenario, coefficiente di ‘lavajatismo’, ciò che fa sorgere il legittimo dubbio riguardo alla possibilità che il ministro possa, nel corso dei prossimi mesi, lasciare la toga della Suprema Corte e lanciare la sua candidatura politica, magari al fianco di quel Sérgio Moro, da lui strenuamente difeso in ogni occasione.

Sarebbe troppo lungo in questa sede passare al setaccio i danni enormi provocati dalla Lava Jato in questi anni, ciò per cui rimando alla recente esaustiva analisi – che Barroso dovrebbe almeno prendersi la briga di leggere – contenuta nel libro Relações indecentes (Relazioni indecenti), un volume collettaneo, i cui coordinatori sono Mírian Gonçalves, Wilson Ramos Filho, Maria Inês Nassif, Hugo Melo Filho e gli organizzatori Camila Milek e Ana Júlia Ribeiro. Uno dei saggi più interessanti, all’interno del presente volume, è stato scritto dalla professoressa della Pontificia Università (PUC) di San Paolo, Rosa Maria Marques, e si intitola Os efeitos da Operação Lava Jato na economia brasileira (Gli effetti dell’Operazione Lava Jato nell’economia brasiliana).

Nel corso della sessione di ieri questo testo è stato citato, al momento di esprimere il proprio voto, dal ministro Ricardo Lewandowski, il quale ha opportunamente ricordato come coloro che criticano la Lava Jato non hanno di mira lo smantellamento di ogni misura atta a contrastare la corruzione politica, chiedendo, aggiungo io, che una simile lotta non si trasformi in crociata, come avvenuto nella Lava Jato, e in una mera sostituzione dei centri della corruzione, dalla politica (sempre intesa dai lavajatisti, ovviamente, come la politica tout court) al potere giudiziario.

Ciò che è importante tenere a mente, rispetto a quanto accaduto ieri all’interno del Plenario del Supremo, è che si è assistito ad un progressivo slittamento delle questioni dirimenti il caso in oggetto, la parzialità di Sérgio Moro nei confronti dell’ex-presidente Lula, al fine di approdare – come era nelle intenzioni del ministro Barroso – ad una sorta di generale riflessione intorno alla giustezza e legittimità o meno della Lava Jato.

L’obiettivo, come anche ammesso dallo stesso Barroso, era quello di arrivare ad un sostanziale annullamento della decisione della Seconda Sezione della Corte Suprema, a tutto vantaggio di un nuovo giudizio, di merito, da assumersi nella sede del Plenario, che non è la sede competente per tali giudizi, essendo chiamato ad esprimersi ogni volta sul lato procedurale delle decisioni assunte, come in questo caso, dalle diverse Sezioni del Supremo, o, per usare il termine portoghese, il lato regimental.

Secondo l’intendimento di Barroso, al contrario, il caso in oggetto riguarderebbe un conflitto di competenze. Il ministro, in polemica con il collega Gilmar Mendes, ricordò che lo habeas corpus riguardante la parzialità di Moro “riapparve” a distanza di due anni e tre mesi, in seguito alla decisione sulla competenza assunta dal ministro Fachin, dal ‘pedido de vista’ (una richiesta di più tempo al fine di analizzare il caso dibattuto) avanzato dal ministro Mendes. In altre parole, Barroso ha accusato il collega di approfittare del pedido de vista al fine di alterare il normale svolgimento dei lavori all’interno del Supremo. Un’insinuazione gratuita, che ha fatto da detonatore per il successivo scontro tra Mendes e Barroso e la decisione del presidente Fux di rimandare i due voti mancanti, non dirimenti, alla prossima settimana.

A detta di Barroso, il relatore Fachin ha ritenuto di essere competente quanto all’estinzione della decisione riguardante la parzialità di Moro, mentre la Seconda Sezione della Corte, da parte sua, riteneva che tale azione dovesse continuare. Di fronte ad un simile (supposto) conflitto, la decisione, secondo il ministro, non sarebbe dovuta spettare alla Seconda Sezione, bensì essere sottoposta al giudizio del Plenario. “È così che abbiamo fatto sempre”, ha sentenziato Barroso. Una considerazione, da cui discenderebbe, secondo il ministro, la conseguenza che il giudizio espresso dalla Seconda Sezione della Corte, ignorando la decisione del relatore, sarebbe completamente nulla, essendo che il relatore del processo, il ministro Fachin, ha estinto il suddetto processo.

In estrema sintesi, la questione della competenza territoriale avrebbe estinto di diritto la questione concernente la parzialità di Moro. Un magistrale esempio, quello offerto dal ministro Barroso, di ciò che a queste latitudini suole definirsi ‘malabarismo giudiziario’, in questo caso, un autentico gioco di prestigio al fine di annullare una decisione della stessa Suprema Corte per salvare Sérgio Moro e la Lava Jato da una sempre più probabile damnatio memoriae e al presente gli atti istruttori riferiti ai processi di Lula a Curitiba. Atti, in massima parte, originati da delações premiadas (collaborazioni con la giustizia in cambio di benefici) letteralmente estorte, estendendo i termini della carcerazione preventiva o violando lo stesso dettato costituzionale, permettendo la detenzione al secondo grado di giudizio (quale in un precedente articolo abbiamo visto essere il caso di Léo Pinheiro con riferimento all’ex-presidente Lula).

Terminato il comizio politico del ministro Barroso e il conseguente tentativo del ministro lavajatista e attuale presidente del Supremo, Luiz Fux, di chiudere anticipatamente la sessione, rimandando così ogni decisione alla settimana prossima, è stata la volta dei ministri Ricardo Lewandowski, Dias Toffoli, Cármen Lúcia e Rosa Weber, i quali hanno accompagnato il voto del ministro Gilmar Mendes.

Indirettamente critico nei confronti di Barroso è stato il voto espresso dal ministro Toffoli, il quale ha posto l’accento sul valore intrinsecamente collegiale delle scelte assunte dai singoli ministri, tanto a livello monocratico che con riferimento alle decisioni prese all’interno delle singoli Sezioni. Il ministro che decide monocraticamente, al pari della Sezione, non sta parlando a titolo personale – ha ricordato Toffoli – ma a nome di tutta la Corte, secondo un intendimento già espresso, pur con altre parole, dal ministro Gilmar Mendes. Per questo Toffoli ha concluso il proprio voto a favore della parzialità di Moro, dichiarando che la stessa sessione del Plenario, alla quale stava partecipando, si dimostrava a suo parere del tutto non necessaria, ribadendo quanto osservato in precedenza dal ministro Alexandre de Moraes.

La sessione, come già detto, si è chiusa col finale alterco tra i ministri Mendes e Barroso, seguita alla precedente veemente reazione del ministro Lewandowski, proprio in risposta al malabarismo giudiziario espresso da Barroso. Questi, da parte sua, ha tentato una torsione sotto il profilo della giurisprudenza connessa a quanto compete e non compete al Supremo Tribunale Federale, ciò che costituisce, da ultimo, un nuovo e pericoloso vulnus nei confronti delle istituzioni democratiche brasiliane.

Un tentativo, che, per la verità, si somma ai già molti vulnus di cui la Corte Suprema si è resa responsabile nel corso degli ultimi anni, pur al netto delle singole posizioni espresse nelle varie votazioni, a partire almeno dal Mensalão, in cui per la prima volta nella legislazione brasiliana fece la sua comparsa la cosiddetta teoria del dominio del fatto (teoria do domínio do fato). Lo stesso autore di questa teoria, il tedesco Claus Roxin, fu tra i primi a criticarne l’adozione con riferimento al caso citato.

Già, il Mensalão… Era il 2012 e la ministra del Supremo Tribunale Federale, Rosa Weber, convocava come giudice ausiliario presso la Corte un giovane magistrato federale proveniente dal Paraná, specializzato in crimini finanziari e in quelli riguardanti il riciclaggio, che aveva fama di incorruttibile e a detta di molti un futuro radioso davanti. Il suo nome era Sérgio Moro e almeno la fama di incorruttibile sembra essere definitivamente tramontata durante la sessione del Plenario di ieri, anche grazie al voto decisivo di quella Rosa Weber, che un tempo lo scelse come suo stretto collaboratore. Sic transit gloria mundi, non è vero, Russo*?

* Russo è il soprannome dato a Sérgio Moro dal gruppo di procuratori del Ministero Pubblico di Curitiba facenti parte della task-force della Lava Jato, secondo quanto emerso dai messaggi pubblicati nel corso dell’inchiesta giornalistica svolta da The Intercept Brasil e conosciuta con il nome di Vaza Jato.