UN GOVERNO EREDE DI UNA DITTATURA

L’azione svolta dall’attuale governo Bolsonaro con riferimento all’Amazzonia e alla tutela dell’ambiente in generale, malgrado il grande lavoro di resistenza democratica e costituzionale svolto dalle opposizioni al Congresso e dalla Corte Suprema, ricorda da vicino la costante postura assunta dalla ventennale dittatura militare, di cui questo Esecutivo è a tutti gli effetti erede. 

La specificità del regime militare brasiliano, come di recente messo in luce dal giornalista Felipe Recondo nel suo Tanques e Togas: O STF e a ditadura militar (Carri armati e toghe: il Supremo Tribunale Federale e la dittatura militare), consistette nel reiterato tentativo di dare un volto legale ad ogni sua iniziativa palesemente autoritaria; in tal modo cercando di darsi un carattere democratico, che ogni volta coincideva, in realtà, con una caricatura della democrazia. 

Si tratta di una postura, che, sotto forma di memoria, resiste ancora oggi, ad esempio, nelle parole del vicepresidente Hamilton Mourão, quando, per riferirsi al periodo della dittatura, usa formule volutamente neutre, finanche positive, al fine di presentare quegli anni bui, segnati da torture e omicidi di Stato, come un periodo nel quale il Brasile sarebbe stato governato da un potere esecutivo a vario titolo legittimo.

La questione relativa al disboscamento in Amazzonia segue questa medesima logica: rivestire di legalità iniziative autoritarie tese non a frenare disboscamento, occupazione di terre e sterminio delle popolazioni indigene, bensì ad incentivare tutto questo. La partita decisiva appare, quindi, oggi più che mai, quella di vendere alla comunità internazionale, prima di tutto all’amministrazione Biden, l’immagine di un governo, il quale, malgrado ogni conclamato limite di carattere politico, avrebbe a cuore il destino del pianeta, dell’Amazzonia e dei popoli che là ancora vivono. La realtà, come vedremo, è molto differente.

IL DOCUMENTO DI HUMAN RIGHTS WATCH

Secondo un documento pubblicato da Human Rights Watch il 17 settembre del 2019, disboscamenti e incendi in Amazzonia sarebbero legati ad una organizzazione criminale, che riceverebbe protezione da parte di milizie armate contro tutti coloro che volessero denunciare i crimini perpetrati. Il documento di HRW recava l’emblematico titolo di Mafia degli alberi: come la violenza e l’impunità accelerano il disboscamento dell’Amazzonia brasiliana. Alla base dell’indagine vi era la volontà di documentare secondo quali modalità persone e ambiente in Amazzonia vivono in uno stato di costante minaccia.

I risultati mostrarono una distruzione delle aree verdi amazzoniche a causa della cosiddetta grilagem, ossia l’invasione, distruzione e incendio di grandi aree della foresta con l’intenzione di trasformare quei territori in pascoli, produrre documenti falsi e rivendere a terzi e a prezzi ben maggiorati l’area invasa. Con riferimento alla dittatura, va detto che questi erano i principi base secondo i quali i militari pensavano di “dare sviluppo” all’area amazzonica. 

Accanto a questo, tuttavia, il documento della ONG metteva in luce anche altre gravi situazioni presenti nella regione, dal disboscamento illegale fino al cosiddetto garimpo ilegal, attività criminosa, che consiste nell’estrazione manuale o meccanizzata di minerali come oro, diamanti o altri tipi di minerali, fino ad arrivare al traffico di droga. 

Con riferimento al disboscamento, si tratta di una attività, che, laddove venga svolta in forma illegale, compromette lo stesso ecosistema nel quale si svolge con pesantissime ripercussioni per i popoli originari che in quel territorio vivono. Per quanto concerne il traffico di droga, la situazione è, forse, ancor più fuori controllo, mancando spesso qualsiasi forma di sanzione da parte dei vari corpi di polizia sulle vie fluviali amazzoniche. Come anche raccontatomi non molto tempo fa da un generale dell’esercito, armi e droga partono da vari punti interni dell’immensa regione amazzonica per arrivare, via acqua, un po’ ovunque, in particolare nella Baia di Guanabara (Rio de Janeiro) e là rifornire facções criminali, come il Comando Vermelho, o le stesse milizie paramilitari. Ma torniamo alla nostra Amazzonia. 

Il documento di Human Rights Watch metteva in evidenza, inoltre, due ulteriori punti altrettanto cospicui: 1) sistemi di controllo del tutto precari, cui si legava 2) l’evidente proposito di smantellamento delle stesse strutture di controllo ambientale. Dei 1600 ispettori dello Ibama (Istituto Brasiliano dell’Ambiente e delle Risorse Naturali Rinnovabili) nel 2012, alla data del 2019 ne erano rimasti meno della metà: 780. Stesso destino, con differenze un poco inferiori, per il Funai (Fondazione Nazionale delle Popolazioni indigene), che dai 3.111 funzionari del 2012 è sceso a 2.224 nel 2019. 

L’ASSALTO ALL’AMBIENTE TRA OMICIDI INSABBIATI E SPARIZIONI FORZATE

A questi dati, sempre nel 2019, si aggiungevano il tentativo di vincolare il Funai al Ministero dell’Agricoltura e i pesanti tagli imposti allo Ibama e allo ICMBio (Istituto Chico Mendes di Conservazione della Biodiversità). Ricordiamoci quanto richiamato all’inizio di questo articolo, con riferimento alla cornice di legittimità legale, autentico retaggio dei governi militari, entro la quale il governo Bolsonaro tenta ogni volta di inserire atti palesemente devastanti per l’ambiente e le popolazioni che in tali ecosistemi vivono. 

Come riportato in un dettagliato reportage del giornale Globo risalente a poco meno di due anni fa, quella relativa all’ambiente è una situazione di lungo periodo, che coinvolge vari Stati brasiliani e dove la regola, in assenza di schemi di corruzione che possano attivarsi in tali dinamiche, è l’omicidio di chiunque si opponga allo sfruttamento di aree ambientali protette. Omicidi, che, il più delle volte, restano impuniti, arenandosi sin dalle prime indagini. I dati, in tal senso, sono sconcertanti. 

Negli Stati amazzonici del Pará e di Rondônia, dal 2009, su 89 omicidi, quelli i cui responsabili sono stati assicurati alla giustizia sono appena 4, nel primo caso, mentre, nel secondo, su 66 soltanto 3 sono arrivati a giudizio. Non va meglio nello Stato del Maranhão dove, su 46 omicidi, soltanto in 2 si sono perseguiti i responsabili o in quello del Mato Grosso e di Amazzonia, dove, rispettivamente, 16 e 8 omicidi ancora permangono irrisolti. 

Per non parlare del costante dato legato alle sparizioni forzate (omicidi) in molte aree rurali del Brasile, le cui vittime assai spesso sono giovani, studenti, sindacalisti o politici locali. Negli anni in cui ho insegnato all’Universidade Federal de Goiás, ricordo vari volantini, appesi un po’ ovunque, all’interno del campus, che informavano riguardo a sparizioni, la maggior parte mai chiarite, nelle aree interne dell’enorme Stato del Goiás. 

L’inchiesta della Globo si soffermava anche sulle mancanze al livello della catena delle responsabilità dei vari soggetti istituzionali, che dovrebbero vigilare sulle singole situazioni di pericolo nei territori da loro amministrati. Si va dai procuratori, che accusano gli organi di polizia di avere svolto indagini del tutto inadeguate fino a questi stessi organi, che si lamentano per l’assenza di mezzi e uomini necessari a controllare aree del Paese difficilmente raggiungibili. Spiegazione, quest’ultima, che si scontra col dato del Maranhão, dove la maggior parte delle morti fra gli indigeni era registrata, alla data del reportage, in aree cittadine, dove i commissariati di polizia sono largamente presenti. 

Morti, rispetto alle quali, pur avendo tutta l’aria di essere omicidi, mai era svolta alcuna autopsia. Anche questo dato, soprattutto con riferimento alla Polizia Militare, accanto al già citato elemento della veste democratica per opzioni autoritarie adottato da questo governo, teniamolo a mente, perché cospicuo ai fini della nostra narrazione sull’attuale tentativo bolsonarista di inviare corpi della Polizia Militare (leggasi milizie) in Amazzonia.

“PASSAR A BOIADA”

Come recentemente ricordato da Carta Capital, un ideale punto di svolta in fatto di ambiente può essere individuato nella famosa riunione ministeriale svoltasi il 22 aprile dell’anno passato, nella quale il Ministro dell’Ambiente Ricardo Salles fece riferimento al “passar a boiada”, icastica espressione brasiliana con la quale il ministro voleva intendere che era necessario approfittare della pandemia da Covid-19 per far passare le necessarie riforme in fatto di deregolamentazione ambientale e “semplificazione” legislativa legata all’ambiente. 

A distanza di un anno, si può dire che Salles la boiada l’abbia fatta passare per intero. Ad oggi, infatti, i numeri sono impressionanti: 721 misure legislative in materia ambientale, di cui, secondo i dati pubblicati da Política Por Inteiro e ripresi da Carta Capital, 76 riforme istituzionali, 36 decreti di privatizzazione, 36 revisioni di regolamenti, 34 misure di flessibilizzazione e 22 di deregolamentazione, cui vanno aggiunte 20 revoche di regolamenti precedentemente attivi. Numeri, ricorda Carta Capital, che si riferiscono a norme pubblicate da differenti organi facenti capo al governo federale, ognuno dei quali ricopre una funzione specifica e rilevante all’interno delle politiche brasiliane destinate al clima e alle questioni ambientali. 

Salles, inoltre, è uno dei pochi ministri sopravvissuti al proprio incarico originario nelle varie purghe bolsonariste, che hanno visto rotolare teste eccellenti, quali quella dell’ex-giudice della Lava Jato e ministro, Sérgio Moro, quella dell’ex-Ministro della Salute, Luiz Henrique Mandetta, più varie ed assortite teste presenti al governo in quota militare, come il generale Carlos Alberto Santos Cruz, adesso acerrimo nemico di Bolsonaro. 

Le ragioni, che mantengono Salles inchiodato alla sua poltrona all’ambiente possono essere molteplici, tuttavia, una più di tutte sembra essere quella decisiva: la sua pressoché totale aderenza all’agenda politica che, riguardo all’Amazzonia, hanno tanto Bolsonaro, quanto le migliaia di militari ancora all’interno dell’Esecutivo a partire dal vicepresidente, il generale Hamilton Mourão. Una visione, che vede nei vari organi di controllo e sanzione ambientali, a partire dallo Ibama, solo una pietra di inciampo nella realizzazione dei propri propositi. 

LA RIMOZIONE DI ALEXANDRE SARAIVA

Nonostante i toni concilianti mostrati da Mourão e più recentemente da Bolsonaro, non vi è nulla all’interno della loro visione che vada nella direzione della tutela dell’ambiente, soprattutto della foresta amazzonica, e tantomeno in quella della difesa dei popoli originari, che abitano i vari territori del Brasile secondo il classico modello delle aldeias. Per questo, organismi come lo Ibama o soggetti quali il delegato Alexandre Saraiva della Polizia Federale devono essere messi nelle condizioni di non interferire nei progetti del governo federale, svuotando le competenze dell’Ibama e di ogni organismo di tutela dell’ambiente, da un lato, e dall’altro allontanando tutti quei funzionari pubblici, che non intendono chiudere gli occhi sull’assalto alla diligenza, che sta avvenendo al Dicastero dell’Ambiente sotto la guida di Salles.

Saraiva, nello specifico, si era macchiato della “colpa” di avere inviato al Supremo Tribunale Federale di Brasilia, il 17 aprile di quest’anno, una denuncia, affinché la Suprema Corte investigasse il ministro Salles per avere ostruito l’indagine della Polizia Federale, fino allora guidata da Saraiva, Handroanthus GLO, secondo il nome latino dell’albero più ambito dalle organizzazioni criminali, che operano in Amazzonia. 

Accanto a questo, però, la denuncia di Saraiva faceva anche riferimento al possibile coinvolgimento del Ministro dell’Ambiente in fatti legati all’estrazione illegale di legname e alla formazione di una associazione a delinquere. Insomma, per trattarsi di un Ministro dell’Ambiente in uno dei Paesi dove più forte è il saccheggio ambientale, possiamo dire, ripensando ai dorati, di sangue, anni della dittatura, che restiamo nel campo della continuità con il passato. In tutta risposta, il giorno seguente la presentazione della denuncia, Alexandre Saraiva è stato prontamente rimosso dalla carica di Sovrintendente della Polizia Federale nello Stato di Amazzonia. 

LA MILITARIZZAZIONE DELL’AMBIENTE

Questa è solo la parte più recente di tutta questa sporca storia legata al saccheggio dell’ambiente in Brasile, e più nello specifico in Amazzonia. Prima di questi conflitti tra il Ministero dell’Ambiente e un alto funzionario della Polizia Federale, vi era stato un deciso slittamento verso la militarizzazione dell’Amazzonia, ovviamente con vista su tutto il Paese, a partire da un altro ecosistema, quello del Pantanal matogrossense. 

Tappa intermedia di questa militarizzazione è stata la Operação Verde Brasil 2, iniziata nel mese di maggio del 2020 e che si sta mestamente avviando verso una fine inevitabile. Un fallimento talmente già scritto da far sorgere il dubbio che fosse stato pensato proprio in questi termini da Bolsonaro e i militari al fine di affidare la militarizzazione dell’Amazzonia non più all’esercito, ma ai vari corpi facenti parte della Polizia Militare, ossia a rappresentanti dell’ordine pubblico che spesso fanno parte anche di forze miliziane paramilitari, soprattutto, ma non solo, a Rio de Janeiro, come ben messo in evidenza nell’ultimo articolo pubblicato su questo blog.

L’Operazione, pur avendo beneficiato di moltissimi fondi – sottratti ad organi di controllo ambientale come lo Ibama o lo ICMBio – ha raggiunto risultati del tutto insufficienti, quali una riduzione delle multe ambientali nell’ordine del 37%, mentre la percentuale del disboscamento ha registrato un aumento del 9.5% rispetto al 2020, ciò che ha rappresentato la percentuale maggiore dal 2008. In altri termini, il numero di sanzioni è crollato e l’ovvio effetto conseguente è stato l’aumento del disboscamento. Gli incendi, pure, hanno registrato un aumento pari al 15% in relazione al 2020, secondo i dati dello Inpe (Istituto Nazionale di Ricerche Spaziali). 

Allora, riavvolgiamo il nastro. Il governo Bolsonaro, nella persona del Ministro dell’Ambiente Salles, ma con dietro di lui la longa manus, soprattutto, del vicepresidente Mourão, oltre che dello stesso Presidente, rende quasi inoperativi gli organi di controllo classici posti a tutela dell’ambiente in tutto il Brasile, in modo particolare lo Ibama, e persone totalmente votate all’ambiente quali il Sovrintendente della Polizia Federale in Amazzonia Alexandre Saraiva, affidando l’intera gestione dell’ambiente in Amazzonia all’esercito al fine di migliorare la situazione concernente disboscamento, incendi, invasioni di terre pubbliche o assegnate alle tribù indigene e estrazione di tipo minerario. 

La situazione, come era ampiamente prevedibile, non solo non è migliorata, bensì peggiorata e con l’aggravante di avere avuto costi altissimi. Come richiamato dalla Folha de São Paulo in un articolo risalente all’11 febbraio di questo anno, l’Operazione Verde Brasile 2 è costata 410 milioni di reais, ossia a dire – rimarca il giornale paulista – tre volte il valore dei fondi annualmente assegnati a ottimi e più che funzionanti enti di difesa ambientale, quali i più volte citati Ibama e lo ICMBio. 

All’epoca, la Folha de São Paulo, con l’ingenuità tipica di chi non ha capito la decisa impronta militare in salsa brasiliana del problema, si spinse a dire che, una volta ritirato l’esercito e terminata la fallimentare Operazione Verde Brasile 2, Ibama e ICMBio sarebbero tornati perfettamente al loro posto e alle loro competenze. Tuttavia, il punto sta proprio qui. 

Ibama e ICMBio non possono tornare al loro posto per il semplice motivo che, se tornassero alle loro funzioni, impaluderebbero per sempre i devastanti progetti riguardanti l’Amazzonia della Banda del disboscamento e degli incendi, al secolo Bolsonaro, Salles e l’immarcescibile generale Mourão, convinto ammiratore, come il Presidente, di quel militare torturatore della dittatura che fu Alberto Brilhante Ustra, uno che si divertiva a torturare le proprie vittime mettendo ratti vivi nella vagina. 

LE MILIZIE IN AMAZZONIA

La dittatura e la sua funesta ombra, che si spande per ogni angolo di questo governo da qualsiasi punto di vista lo si guardi. Ed è nello spirito della dittatura del tempo che fu, anch’essa una necropolitica legalizzata, che devono leggersi le ultime piroette del governo Bolsonaro all’interno delle varie Commissioni al Congresso al fine di installare la Polizia Militare – leggasi milizie – in Amazzonia. Un momento, però, perché il nostro discorso su dittatura, milizie e governo Bolsonaro merita ancora qualche riga. 

Il 17 aprile di questo anno Rede Brasil Atual ha ospitato l’intervento di Miriam Gomes Saraiva del Dipartimento di Relazioni Internazionali dell’Università Statuale di Rio de Janeiro. La professoressa Saraiva ha posto l’accento sul lato eversivo del bolsonarismo, dichiarando che gli attuali gestori del Ministero dell’Ambiente “si accordano con gli invasori di terre, taglialegna e minatori illegali equivalenti a milizie dell’Amazzonia”. 

Il riferimento alle milizie non è peregrino, aggiungendo, la professoressa, come da parte dei rappresentanti del governo Bolsonaro vi sia sempre una sponda lanciata a questi attori criminali nella forma di patti, anche con la decisiva mediazione delle autorità locali, affinché certe situazioni non vengano in alcun modo interrotte, né tantomeno sanzionate. L’Esecutivo, in assenza di argomenti atti a difendere determinate pratiche illegali, preferisce tergiversare, lasciando passare la boiada

Il modello seguito, conclude Saraiva facendo una calzante analogia fotografica, è quello della dittatura militare, del periodo di essa forse peggiore, segnato dalla truculenta presidenza di Emílio Garrastazu Médici, il quale amava celebrare infrastrutture come la Transamazônica, autentico orgoglio del regime, facendosi immortalare in decine di fotografie. 

Le milizie, nelle scorse settimane, sono state menzionate anche dalla ex-Ministra dell’Ambiente Marina Silva del partito Rede, la quale ha denunciato a chiare lettere che il vero obiettivo di Bolsonaro è quello di creare una forza paramilitare in Amazzonia per favorire il disboscamento illegale. Nelle parole dell’ex-ministra in una intervista rilasciata alla GloboNews: “Ciò che lui (Bolsonaro) vuole fare è creare una milizia in Amazzonia. L’ambizione del governo Bolsonaro è quella di avere il controllo militare o paramilitare in Amazzonia al fine di implementare le sue politiche nefaste”. Come esempi di politiche nefaste erano menzionati gli incentivi offerti da Bolsonaro alle attività di allevamenti intensivi e l’avallo per la realizzazione di grandi progetti relazionati allo sfruttamento del suolo. 

Per capire come questo dissennato progetto possa prendere corpo, con riferimento all’Amazzonia, occorre ricordare la stretta continuità che lega gli ambienti della Polizia Militare a quelli delle cosiddette milizie, stabilmente radicate in quella Rio de Janeiro, da sempre feudo elettorale dei Bolsonaro. 

Lasciare la Polizia Militare a capo delle operazioni di controllo delle attività illegali connesse allo sfruttamento della foresta amazzonica costituirà la porta d’entrata per formare un esercito miliziano – sorta di guardia pretoriana personale del Presidente – di stanza in Amazzonia, ma con una prospettiva di ampliamento estesa a tutto il Brasile.

Un disegno inizialmente regionale, ma che va letto in continuità con quel progetto di potere su scala nazionale, portato avanti dalle milizie paramilitari, cui ci si è riferiti in un altro articolo di questo blog, già citato in precedenza, e nei giorni scorsi denunciato dal deputato del PSOL Marcelo Freixo

Passando dall’analisi alla cronaca dell’ultimo periodo, possiamo dire che i recenti movimenti pro-Polizia Militare in Amazzonia cominciano dalla constatazione del fallimento dell’esercito in tema di controllo e sanzioni ambientali. Un fallimento, ripeto, del tutto voluto al fine di organizzare il consenso nell’opinione pubblica, con riferimento all’impiego di forze di polizia nella foresta amazzonica.

RIESUMANDO VECCHI PROGETTI DI LEGGE

Come riportato nei giorni scorsi dal portale giornalistico UOL, il governo ha promesso nuovi investimenti per portare la Polizia Militare in Amazzonia, anche se la notizia vera è che, per raggiungere un tale obiettivo, è stato riesumato un vecchio progetto di legge presentato da Bolsonaro all’epoca in cui era deputato. Uno dei rarissimi progetti di legge presentati in ventotto anni di attività parlamentare, ma passiamo oltre. 

Il testo in oggetto, avente di mira la milizianizzazione dell’Amazzonia e per questo giustamente mai preso in considerazione negli anni di governo a guida petista, è tornato dunque nelle ultime settimane alla ribalta, avanzando rapidamente all’interno della Commissione dell’Ambiente alla Camera dei Deputati. Più nel dettaglio, l’obiettivo del governo è quello di assegnare alla Polizia Militare poteri sanzionatori, di cui al presente sono sprovvisti, limitandosi a svolgere funzioni ausiliarie a difesa dei rappresentanti dello Ibama e dello ICMBio, i quali possono comminare sanzioni a coloro che commettono infrazioni contro l’ambiente. 

Nelle intenzioni del Ministro dell’Ambiente Salles, il contingente della Polizia Militare dispiegato nelle foreste, con funzioni pressoché uguali a quelle svolte da Ibama e ICMBio (e qui già si sente forte la puzza della imminente fregatura), dovrebbe essere finanziato con il denaro extra promesso da Bolsonaro nell’ultimo incontro internazionale sull’ambiente il giorno 22 aprile, quando aveva fatto riferimento alla possibilità di duplicare i fondi destinati alle azioni sanzionatorie volte a proteggere l’ambiente. 

A questo punto, l’odore della fregatura già si è trasformato in fregatura fatta e finita. Dunque, ricapitoliamo la mossa a tenaglia pianificata dal Presidente e dai suoi scherani, Salles in testa. Il giorno 22, davanti ai leader di mezzo mondo, Bolsonaro dichiara che aumenterà il budget destinato alla difesa dell’ambiente e a distanza di pochi giorni viene riproposto un vecchio disegno di legge, a firma dello stesso Bolsonaro, riguardante l’impiego della Polizia Militare nelle foreste in Amazzonia. 

A stretto giro, arriva la dichiarazione del Ministro dell’Ambiente volta, di fatto, ad esautorare i poteri di Ibama e ICMBio, affidando i medesimi compiti dei due organi di controllo ambientale alla Polizia Militare. In altre parole, si conferma in pieno lo schema richiamato all’inizio di questo articolo e consistente nella rimozione degli organi di difesa dell’ambiente a tutto vantaggio di soluzioni in continuità con la dittatura militare, quali l’impiego dell’esercito e al presente della Polizia Militare (alias milizie). 

Agli occhi della comunità internazionale, troppo spesso carente di conoscenze sul Brasile, Bolsonaro apparirà come colui che ha aumentato i fondi destinati alla difesa dell’ambiente, soprattutto in Amazzonia, mentre in realtà nelle aree interessate dall’intervento miliziano della polizia si continuerà a saccheggiare più e peggio di prima. 

Il progetto di legge di Bolsonaro che il governo ha tirato fuori dal cassetto è datato 2014 e prevede, d’accordo con quanto pubblicato dal portale UOL, che corpi della Polizia Militare degli Stati e del Distretto Federale entrino a far parte del Sisnama (il Sistema Nazionale a tutela dell’ambiente), organo creato nel 1981 al fine di formulare, coordinare, sanzionare, controllare incentivare e attivare la Politica Nazionale ambientale per il tramite dello Ibama e dello ICMBio. 

Tale progetto venne archiviato nel 2019 per essere ripresentato nello stesso anno da parte del Coronel Tadeu. Dopo questo improvviso ritorno di interesse, il testo tornò a prendere polvere in qualche cassetto del Congresso, fino all’elezione della deputata bolsonarista Carla Zambelli alla presidenza della Commissione per l’Ambiente alla Camera il 12 marzo. 

Cinque giorni dopo, la Zambelli scelse come relatore del testo il Coronel Chrisóstomo, che a stretto giro, meno di un mese, espresse parere favorevole alla proposta, la quale adesso si trova in corso di tramitazione presso la stessa Commissione e attende solo di essere votata. Una volta passata in Commissione, dovrà essere votata alla Commissione per la Costituzione e la Giustizia, quest’anno presieduta dalla bolsonarista Bia Kicis, prima del suo passaggio al Plénario della Camera dei Deputati. 

Ufficialmente, qualora il progetto passasse, la Polizia Militare si affiancherebbe a Ibama e ICMBio nel sanzionare le infrazioni ambientali e nel sequestro di macchinari in tutto il Brasile, soprattutto nelle aree amazzoniche. Meno ufficialmente, tuttavia, come già rilevato dal Segretario Esecutivo dell’Osservatorio sul clima Marcio Astrini, un tale disegno di legge mira a sostituire Ibama e ICMBio con una forza di sicurezza ambientale direttamente posta sotto il controllo del Ministro dell’Ambiente Salles, che avrà mano libera per decidere se, quando e dove intervenire per sanzionare o distruggere macchinari. 

In tal modo, continua Astrini, l’intera agenda ambientale del Brasile sarà totalmente nelle mani del Ministro dell’Ambiente e di un Esecutivo, che in questi anni di governo non ha mai mostrato alcuna postura a difesa del ricchissimo ecosistema brasiliano. 

Ancora più grave è il fatto che, se approvato, un tale progetto di legge darà alla Polizia Militare non solo gli stessi poteri sanzionatori degli organi di controllo da sempre preposti alla difesa dell’ambiente – che, come detto, sarebbero di fatto esautorati dalle loro funzioni – ma potrà anche svolgere autonome indagini sui crimini rilevati. Nessuno dubita chi saranno i destinatari non solo delle sanzioni, ma anche delle eventuali successive indagini: le popolazioni indigene, prima di tutto. 

Come ha scritto Rubens Valente in uno splendido libro di pochi anni fa dedicato allo sterminio e alla resistenza dei popoli originari, Os fuzis e as flechas: História de sangue e resistência indígena na ditadura (I fucili e le frecce: storia di sangue e resistenza indigena nella dittatura): “Come si dice in Cara de índio, una canzone registrata da Djavan nel 1978, possono vestirsi come noi, ma continuano ad essere indigeni nella loro lingua, nella loro terra e con le loro tradizioni. Hanno detto chiaramente che preferiscono vivere tra loro, a dispetto dei pregiudizi, dell’emarginazione e dell’incomprensione generale. Per loro, questa resistenza silenziosa, ma espressiva e vibrante, ha rappresentato, da ultimo, una sorta di vittoria in mezzo a tante sconfitte. In questo senso, le centinaia di indigeni, che morirono a causa dell’abbandono, della mancanza di professionalità e della ferocia della dittatura, finirono per imporre all’ex-governo militare una sconfitta, che va al di là di quella epoca e che si esprime ogni volta in cui un bambino di etnia indigena (curumim nel linguaggio tupi) nasce dentro una capanna (maloca nell’originale) in qualche sperduto villaggio nelle zone più remote del Brasile” (Rubens Valente, Os fuzis e as flechas: História de sangue e resistência indígena na ditadura, Companhia das Letras, San Paolo, 2017, p. 492).

DEMOCRAZIA IN EROSIONE

Last but not least, Bolsonaro. Sebbene, come dichiarato nei giorni scorsi dall’ex-Ministro della Salute Mandetta, il Presidente, sin dall’inizio del proprio mandato, si fosse mostrato ossessionato dalla rielezione, ciononostante, al presente, non sembrerebbe voler perseguire questo obiettivo secondo le forme canoniche della democrazia, lavorando, piuttosto, alla formazione della propria personale guardia pretoriana in vista di cosa, esattamente, ancora non è dato saperlo, considerando un ipotetico golpe (fatto da chi e con chi?) come una eventualità, come minimo, remota. 

Non un golpe, ma disordini di piazza dall’esito indecifrabile, tuttavia, sì. Questo è, sic stantibus rebus, lo scenario più plausibile, qualora prenda corpo l’ipotesi (anch’essa attualmente remota) di un impeachment o anche guardando ad una possibile sconfitta nelle urne il prossimo anno. Un dato, questo, che si lega ad un altro elemento cospicuo e direi anche comune ormai a tutta la regione – guardando ai preoccupanti recenti eventi politici accaduti in El Salvador – concernente il continuo e sempre più preoccupante arretramento della democrazia a vantaggio di soluzioni autoritarie, probabile passaggio intermedio verso opzioni più violente e radicali.

Un arretramento, almeno in parte non riuscito in Brasile, solo per la costante attività svolta in questi anni dalle forze di opposizione al Congresso, per le reiterate denunce di quella piccola, ma battagliera parte dei mass-media, che non ha abdicato al suo essenziale ruolo di watchdog del potere e infine per il sottile lavorio della Corte Suprema, in particolare di taluni suoi ministri, su tutti Gilmar Mendes, Ricardo Lewandowski, Marco Aurélio Mello, Rosa Weber e Alexandre de Moraes. 

Soggetti istituzionali, questi ultimi, maggiormente legati alla società civile, gli altri, i quali, malgrado l’esposizione alla macchina dell’odio bolsonarista, non si sono lasciati intimidire, arginando o quantomeno tentando di arginare il più possibile la meticolosa opera di erosione della democrazia portata avanti da Bolsonaro e dai suoi scherani al governo sin dal loro insediamento.