Il 12 giugno di questo anno, in un silenzio quasi totale, è morto, a causa del Covid-19, Raúl Carvajal. A molti, soprattutto in Italia, questo nome non dirà nulla, eppure la sua storia è legata ad uno dei più tragici e oscuri capitoli criminali, di cui, purtroppo, è ricca la storia colombiana del ‘900: quello dei cosiddetti falsi positivi

In ambito militare, con il termine ‘positivo’ si intende un successo raggiunto nel corso di una missione, pertanto, l’aggiunta dell’aggettivo ‘falso’ viene a caratterizzare un simile obiettivo raggiunto trasformandolo, per così dire, in un non-obiettivo, che è stato raggiunto. L’obiettivo, nel nostro caso, era una persona, la quale, pur non avendo niente a che fare con l’universo della guerriglia – trattandosi, piuttosto, di studenti, contadini o disoccupati – veniva fatta passare dall’esercito come appartenente ad uno dei vari gruppi terroristi attivi in Colombia, in particolare FARC e ELN. 

Il fenomeno dei falsi positivi, malgrado punteggi la storia colombiana almeno dal 1978, stando ai dati presentati dalla Commissione Interamericana dei Diritti Umani, ha raggiunto la sua acme tra il 2002 e il 2008, all’epoca della presidenza di Álvaro Uribe Velez, politico, le cui azioni e frequentazioni sono più che chiacchierate da moltissimo tempo. Da quando, in qualità di Direttore dell’Aviazione Civile, aveva permesso al Cartello di Medellin (in particolare a Pablo Escobar e a Gonzalo Rodriguez Gacha, alias El Mexicano) di riempire la Colombia di piste, da dove atterravano e decollavano aerei pieni di cocaina diretti sulle coste della Florida

A Don Raúl, però, non interessava finire dentro la storia colombiana degli ultimi cinquanta anni, ritrovandocisi, suo malgrado, l’8 ottobre del 2006, quando da Tarra, Norte del Santander, il “glorioso esercito”, come lui sarcasticamente definiva quello colombiano, gli comunicò che suo figlio, soldato, era rimasto vittima di una imboscata tesagli dalle FARC in unione con l’ELN. “Giorni più tardi – racconta – me lo consegnarono all’interno di una cassa avvolta in una bandiera della Colombia, dicendomi di non aprirla”.

Quello che il “glorioso esercito”, tuttavia, non sapeva, era che alcuni giorni prima, il 18 settembre 2006, il caporale Raúl Antonio Carvajal, suo figlio, aveva chiamato il padre, dicendogli che avrebbe lasciato l’esercito, perché gli avevano impartito l’ordine di creare dei falsi positivi, uccidendo alcuni ragazzi da far passare come guerriglieri morti in combattimento: “Yo me voy a retirar porque a mí me mandaron a matar a unos muchachos para hacerlos pasar por guerrilleros muertos en combate”.

Giusto per avere un’idea delle dimensioni di questa politica – portata avanti con la decisiva complicità dei governi a guida Uribe dell’epoca e dei vari ministri della Difesa che si avvicendarono negli anni più bui dei falsi positivi, tra cui il futuro Presidente e Nobel per la Pace, Juan Manuel Santos – basti dire che, nel periodo compreso tra il 2002 e il 2008, si contarono qualcosa come 6402 casi di falsi positivi

Giovani spariti dalla circolazione dalla sera alla mattina, torturati, ammazzati, gettati da qualche parte e sui quali, in un eccesso di ulteriore e spietata disumanità, si applicò anche una ignominiosa damnatio memoriae

Da quel giorno di ottobre, l’unica ragione di vita di Raúl Carvajal è stata raccontare, a bordo del suo furgone trasformato in una sorta di piccolo mausoleo itinerante dedicato al figlio, la sporca storia che stava dietro la morte del caporale Carvajal, cercando di capire chi fossero i responsabili e la dinamica dell’omicidio. 

Nel 2011, tramite una nuova autopsia, da lui stesso cocciutamente richiesta e ottenuta, aveva scoperto che i carnefici di suo figlio, fino a poco tempo prima colleghi, lo avevano torturato, ucciso con un colpo di pistola alla testa, spaccandogli, infine, il cranio, affinché non risultasse visibile il foro della pallottola. Uno sparo ad una distanza di massimo due metri, mentre la versione ufficiale dell’esercito parlava di un franco tiratore, che avrebbe sparato da lontano. Gli stessi registri dell’esercito, inoltre, presentavano palesi contraddizioni riguardo alla ricostruzione fatta dai colleghi-carnefici, i quali collocavano la morte di Raúl Antonio in una zona in cui, quel giorno, non si erano registrati combattimenti tra esercito e guerriglieri. 

Nel corso di quell’ultima telefonata del 18 settembre, Don Raúl aveva anche ricevuto dal figlio la notizia della nascita di sua nipote, della quale, disse poco tempo fa nel corso di una intervista, da tempo non aveva più notizie. Come pure della nuora. Entrambe svanite nel nulla, risucchiate in quella che ha tutta l’apparenza di essere una nuova appendice di una storia tanto dolorosa da non sembrare vera. 

Nelle parole di Don Raúl, la nuora e la nipote, appena terminato il funerale del figlio, si sarebbero allontanate con una certa Dora Patricia Ríos Sepúlveda, la quale si era offerta di dare loro appoggio psicologico. Da quel momento, però, il nulla. Non è dato sapere, se qualche autorità di polizia o giudiziaria in Colombia stia, al momento, indagando sulla sparizione della donna e della piccola. Ciò di cui possiamo avere certezza è che il povero Raúl Carvajal non è potuto tornare a vederle, prima di morire a causa del Covid-19. 

Fabrizio De André, probabilmente, definirebbe questa storia come una storia sbagliata, una storia per cui nemmeno vale più la pena chiedere, un po’ perché, in fondo, si sa come è andata, e un po’, perché ogni progresso nella ricerca della verità sembra precluso dal muro di gomma che si è creato attorno alla tragica fine del caporale Carvajal. 

Gli ingredienti della storia sbagliata – dalle cui crepe, tuttavia, affiorano tagli di luce – vi sono tutti. Vi è il militare, che non rivela il suo nome, ma che spiega a Raúl che il figlio fu torturato, dentro la stessa caserma dell’esercito, e che da lì, in elicottero, sarebbe stato portato in cima a un monte, dove gli avrebbero sparato il colpo di grazia alla testa. 

Una vera esecuzione, che molto rivela della più recente storia colombiana, nello studio della quale si rimane sempre disorientati e nel dubbio di trovarci di fronte a differenti declinazioni della criminalità, di cui una è impersonata da corpi appartenenti allo Stato, come nel caso in questione. 

L’anonimo soldato aveva inoltre spiegato a Don Raúl che i militari del “glorioso esercito”, quel giorno, uccisero anche altre persone, altri senza voce di bassa estrazione sociale, affinché la dinamica dell’omicidio risultasse maggiormente plausibile. Tutti falsi positivi, per lo più giovani, che un giorno uscirono di casa e, senza sapere perché, mai più vi fecero ritorno, massacrati come cani in una guerra sporca portata avanti dal governo di Álvaro Uribe e dall’alta cupola delle forze armate e di sicurezza colombiane

Anche le indagini sulla morte di Raúl Antonio Carvajal sembrano rispondere allo schema della storia sbagliata, cominciando col piede giusto, per poi di colpo arenarsi, dietro corposa tangente o, altrettanto corpose, minacce, rivolte alla persona incaricata di indagare sul caso, Rosiris Sarai, fino al giorno in cui non fu archiviato tutto, ovviamente senza avere raggiunto alcun risultato. Burocratizzare e insabbiare, una prassi assai comune in tutta l’America Latina, non solo in Colombia. 

La storia sbagliata di Don Raúl, tuttavia, non si era ancora conclusa, tornando a vivere, pur brevemente, nella JEP, la Giurisdizione Speciale per la Pace, sistema di giustizia transizionale chiamato a giudicare tutti quei delitti, consumatisi nel quadro del conflitto armato, avvenuti prima del primo di dicembre del 2016 e che, dunque, avrebbe riguardato anche l’omicidio del caporale Carvajal

Raúl, ammesso alla JEP al pari degli altri parenti di falsi positivi, ne era stato, tuttavia, espulso per le offese che aveva rivolto al Generale Mario Montoya, ex-comandante dell’esercito durante la presidenza Uribe, macabra epoca d’oro, come abbiamo visto, delle esecuzioni extragiudiziali in Colombia. 

Una storia sbagliata, di nuovo, dove colui a cui lo Stato, nella persona del governo in carica all’epoca, aveva tolto tutto, si era visto negare la possibilità di partecipare al processo di accertamento della verità riguardo al barbaro omicidio del figlio, mentre il Generale Montoya, che di quella, come di altre 6401 morti accertate, era stato uno dei diretti responsabili, nel momento in cui lo scandalo dei falsi positivi divenne di pubblico dominio, fu “penalizzato” da Uribe con una nomina ad ambasciatore nella Repubblica Dominicana. 

Uribe, il quale, a sua volta, ha sempre difeso i militari coinvolti nella sporca vicenda dei falsi positivi, non da ultimo nell’intento di proteggere quelli che, a detta di molti in Colombia, sono stati i brillanti risultati della criminale politica securitaria uribista: la cosiddetta Politica di Sicurezza Democratica. Contrariamente alla prospettiva dell’ex-Presidente, la JEP, dall’inizio dei suoi lavori fino ad oggi, ha acclarato come le indagini riferite ai falsi positivi siano state più di una volta, come minimo, lacunose, nel chiaro intento di archiviare ogni caso il prima possibile e senza individuare i responsabili dei ripetuti massacri compiuti su persone inermi. 

L’espulsione di Raúl Carvajal dalla JEP e la “punizione” al Generale Mario Montoya rappresentano, in fondo, lo specchio fedele di una società, quella colombiana, oligarchica e disumana, dove le fasce della popolazione più fragili, soprattutto nelle campagne e in generale nelle zone meno urbanizzate, sono da decenni vittime di massacri, allontanamenti forzati dalle proprie abitazioni, oltre a violenze e angherie di ogni tipo, commessi, volta a volta, da bande criminali, guerriglieri di astratte e ormai da tempo anacronistiche cause, narcotrafficanti, paramilitari e agenti dello Stato. 

Il tutto compiuto con una politica il più delle volte connivente, un giornalismo altrettanto connivente, dove il grado di non connivenza lo si può misurare in morti violente, di politici, giornalisti e intellettuali in generale, e in un flusso migratorio, il quale ha raggiunto un livello tale che si può parlare di una vera e propria diaspora colombiana

Forse, morendo, il povero Raúl Carvajal avrà trovato quella pace, che uno Stato criminale e omertoso, nel corso degli ultimi quindici anni, gli ha sempre negato, strappandogli un figlio, una nuora e una nipote appena nata. Una storia orribile, ma che proprio per essere, come detto, una storia sbagliata, obbliga a parlarne, a riflettervi sopra, a rendere testimonianza e a prendere posizione, affinché ciò che è disumano, non si trasformi in qualcosa di “normale”, passando inosservato sotto i nostri occhi. 

Affinché persone come il caporale Carvajal – il quale, se lo Stato colombiano avesse un minimo di decenza, sarebbe celebrato come un eroe per essersi rifiutato di creare falsi positivi – smettano di essere considerati, come disse suo padre, “i figli di noialtri, i figli dei poveri, dei soldati di infimo grado. I nostri figli, per loro, non valgono niente, sono come i loro cani”.

Che la terra sia lieve per Don Raúl, che per anni ha avuto il coraggio di mostrare ai suoi concittadini il lato genocida di uno Stato disposto a uccidere i suoi figli per un miserabile tornaconto politico o personale

POSTILLA

La posizione dell’ex-Presidente Juan Manuel Santos, con precipuo riferimento ai falsi positivi, è a tutt’oggi uno dei capitoli “pendenti” di questa orribile storia. Lo scorso venerdì 11 giugno, come riportato dal sito Verdad Abierta, colui che occupò il Ministero della Difesa tra il 2006 e il 2009, pertanto nel periodo più cupo delle esecuzioni extragiudiziali compiute dai militari, è intervenuto davanti alla Commissione della Verità (Comisión de Esclarecimiento de la Verdad – CEV), chiedendo perdono ai familiari delle vittime e portando il suo punto di vista su quei tragici eventi, che, quale che sia la verità, costituirono uno dei piloni istituzionali, di quella che da molti è stata definita con l’icastica espressione di ‘dottrina Vietnam’

Una dottrina figlia legittima dell’uribismo e in larga parte ancora avvolta nel mistero, non conoscendosi, ad oggi, da chi partì l’ordine di lasciare mano libera ai militari di massacrare civili, facendoli successivamente passare come guerriglieri caduti in scontri a fuoco. Le titubanze, con riferimento al coinvolgimento di Juan Manuel Santos in questi eccidi, derivano da considerazioni principalmente di carattere cronologico. Il picco dei falsi positivi, infatti, fu raggiunto a partire dal 2006, parimenti, il punto di svolta può essere individuato nella Direttiva 29 emessa dal Ministero della Difesa il 17 novembre 2005

All’epoca, questo dicastero era guidato da Camilo Ospina Bernal. Attraverso questa direttiva, si dette, di fatto, la stura alla successiva esplosione dei falsi positivi, che si registrerà sotto la gestione di Santos, dal momento che, apertis verbis, si diceva che sarebbe stata corrisposta una ricompensa “per la cattura o l’uccisione in combattimento di leader di organizzazioni armate illegali, per materiale bellico, di intelligence o per comunicazioni e informazioni su attività legate al traffico di droga” e previsto “il pagamento per informazioni, che servano come base per la continuazione del lavoro di intelligence e la successiva pianificazione operativa” (Verdad Abierta).

In altre parole, per mezzo di questa direttiva, l’allora Ministro della Difesa Ospina Bernal, che lascerà l’incarico il 19 luglio 2006, poneva le basi per la successiva escalation dei massacri, che, puntualmente, avvenne, quando al ministero si insediò Juan Manuel Santos. Fatta questa doverosa precisazione, che in certo modo alleggerisce le responsabilità del futuro Presidente colombiano, vi è però sempre l’inaggirabile interrogativo concernente la postura politica di Santos all’epoca, ciò che non depone a suo favore, al contrario, rivelando diversi punti oscuri. Anche in questo caso, viene in aiuto la serie cronologica di svolgimento degli eventi

Le denunce di eccidi consumati sulla popolazione risalgono addirittura al 2003 ed erano state presentate dalle stesse comunità rurali coinvolte o da organizzazioni legate alla difesa dei diritti umani. Come scrive Verdad Abierta, l’Osservatorio sui Diritti Umani del Coordinamento Colombia, Europa, Stati Uniti (CCEEUU) riporta che nel biennio 2006-2008 il numero dei falsi positivi schizzò, dagli 851 casi del biennio 2004-2005, all’esorbitante numero di 2102 vittime, la maggior parte delle quali si concentravano, nemmeno a farlo apposta, nel Dipartimento di Antioquia, feudo elettorale di Álvaro Uribe e dove le sue politiche securitarie furono messe in pratica con maggiore ferocia. 

Le organizzazioni di difesa dei diritti umani sembrano costituire lo specifico punto di sfasatura tra il comportamento manifestato all’epoca da Santos sui falsi positivi e la realtà. A questa data, la sua linea politica risultava essere del tutto in linea con quella di Uribe, traducendosi, quindi, nell’errata valutazione riferita ad ogni organizzazione di difesa dei diritti umani, considerate alla stregua di sostenitori, nemmeno troppo occulti, dei vari gruppi guerriglieri che lo Stato colombiano combatteva. 

Come da Santos ribadito davanti alla CEV, la sua postura mutò, allorché, agli inizi del 2007, ricevette report confidenziali provenienti dall’Alta Commissione per i Diritti Umani dell’ONU e dal Comitato Internazionale della Croce Rossa, i quali denunciavano i reiterati massacri, compiuti da battaglioni dell’esercito in vari luoghi della Colombia, su civili inermi. A partire da quel momento, il Ministero della Difesa cominciò ad indagare, cercando, a detta di Santos, sin da subito di arginare il fenomeno. 

L’impressione, che si ricava da questa deposizione dell’ex-Presidente, è quella di una persona che può avere detto molto, ma probabilmente non tutto. Di nuovo, a supporto di questa tesi, possiamo prendere il dato cronologico. A partire dal 2007 il Ministero della Difesa cominciò a prendere i primi provvedimenti contro i falsi positivi, la cui gravità fu tanto percepita che, come dichiarato dallo stesso Santos, “più della metà delle direttive ministeriali prodotte nel corso di questo anno erano dirette ad attaccare questo orripilante fenomeno”

Ciononostante, il picco delle esecuzioni extragiudiziali fu raggiunto proprio nel corso di questo anno e in quello successivo. Quanto, ancora una volta, spinge a porre la fatidica domanda: da chi partivano gli ordini? Lo scenario disegnato dall’ex-Ministro, infatti, sembrerebbe suggerire che l’alta cupola dell’esercito colombiano metteva in atto politiche di sterminio sulla popolazione in aperto contrasto con le direttive emanate dal Ministero della Difesa. 

Se così fosse:

  • chi garantì impunità all’esercito, permettendo che i suoi eccidi su civili inermi continuassero?
  • Più ancora, chi disponeva di così tanto potere da poter offrire simili garanzie?
  • Fu l’ex-Presidente Álvaro Uribe a permettere che i massacri continuassero, malgrado le direttive provenienti dal Ministero della Difesa?
  • Ancora, la Direttiva 29 fu realmente opera dell’ex-Ministro Ospina Bernal o questi la emanò su precipua pressione di Uribe?
  • Chi fu il vero autore di questa direttiva?
  • L’escalation dei falsi positivi non potrebbe essere vista come l’ennesimo crimine di lesa umanità compiuto in Colombia per mettere a tacere attivisti sociali e qualsiasi rivendicazione politica di sinistra, secondo un modello di sterminio già messo in pratica nei confronti della Unión Patriótica (UP) tra il 1988 e il 2002?

A queste domande, ne vanno aggiunte altre, che periodicamente ritornano nei dibattiti sui falsi positivi e che Alexander Castro, attivista e membro del Movimento Nazionale delle Vittime di Stato (Movice), torna a porre all’ex-Presidente Santos, pur lodandone la volontà di aiutare a fare chiarezza: “Come fa a dire che non credette all’esistenza delle esecuzioni extragiudiziali?”, a maggior ragione, va detto, in presenza di denunce presentate, sin dal 2003, dalle stesse comunità rurali vittime dei massacri come da varie organizzazioni dei diritti umani. E ancora, domanda Castro: “Come fa a dire che non era conoscenza dei falsi positivi, se questa era una politica di Stato, la Politica di Sicurezza Democratica?”; politica strenuamente difesa da Uribe ancora oggi e su cui esiste una guerra di dati e opposte narrative, che getta pesanti ombre sui presunti risultati da questa raggiunti.

Domande, temo, destinate, come nel caso della morte del caporale Raúl Antonio Carvajal, a infrangersi sul muro di gomma eretto, a loro eterna difesa, dalle secolari oligarchie colombiane, a cui, pur a differente titolo, Uribe e Santos appartengono