Si presenta qui la seconda parte del reportage riguardante la tesi del Marco Temporale attualmente in discussione presso il Supremo Tribunale Federale di Brasilia. La prima parte è disponibile qui.

La stessa contrapposizione tra il settore agricolo e quello dell’allevamento brasiliani, da un lato, e i popoli indigeni, dall’altro, sembra, dati alla mano, affondare le proprie radici più in una questione di potere, a tutto svantaggio delle comunità originarie, che non rispondere alla realtà dei fatti. Nonostante la presenza di terre ricche dal punto di vista minerario, dove sono all’ordine del giorno gli attacchi contro le aldeias indigene, ampliando lo sguardo, emerge una situazione nella quale quasi il 14% del territorio brasiliano fa oggi parte delle terre indigene, ma dove più del 98% dell’estensione di queste aree appartiene alla cosiddetta Amazzonia Legale, trovandosi in regioni senza alcuna vocazione produttiva, né sotto il profilo agricolo, né per quanto concerne l’allevamento di bovini. 

Le terre indigene che “confliggono” con interessi rurali, al di fuori dell’Amazzonia, occupano appena lo 0,6% del territorio. Di contro a questo dato, vi è che il 41% delle terre brasiliane è occupato da insediamenti agricoli e di allevamento privati, secondo i dati dello IBGE del 2017. Percentuali, le quali, più che ispirare contorte e spesso in malafede analisi sulla titolarità o meno delle terre da parte degli indigeni, dovrebbero far riflettere sulle ragioni alla base della mai realizzata riforma agraria. Riforma, di cui il Brasile avrebbe bisogno come il pane, anche in un’ottica di risoluzione dei molti conflitti armati da sempre esistenti nella maggioranza degli Stati dell’Unione. 

La verità, difficile da accettare in questi tristi tropici, è che i primi esclusi e i primi ad essere colpiti da politiche governative, federali o statuali che siano, sono sempre i popoli originari. Come ha rimarcato recentemente Luciano Mariz Maia, salito agli onori delle cronache per essere stato il procuratore della prima condanna emessa da un tribunale brasiliano per genocidio, è in atto una politica di sterminio nei confronti degli indigeni, costruita passo a passo nel corso dei decenni, i cui elementi sono il costante tentativo di impedire la demarcazione delle terre – ciò che, in parte incidentalmente, ha finito per plasmare la stravagante teoria del Marco temporale – e ultima in ordine di tempo la gestione della pandemia, tanto nelle aldeias come tra gli indigeni “urbanizzati”, per mezzo dell’invio di casse piene di clorochina, anziché procedere ad una tempestiva vaccinazione di una categoria di soggetti considerati vulnerabili. 

Purtroppo, i popoli originari, invero non solo in Brasile, sono una voce flebile, le cui rivendicazioni vanno costantemente a sbattere contro il muro delle false ragioni di chi, fazendeiros in testa, ha la forza e ogni potere per imporsi ai vari livelli di questa sempre più disastrata società brasiliana, ogni giorno di più invischiata in una discesa agli Inferi, di cui è difficile prevedere la fine e quale fine. Una regressione da cui nessuno sembra essere escluso, nemmeno il Guardiano della Costituzione del 1988: il Supremo Tribunale Federale di Brasilia. 

Rodrigo Mudrovitsch non è soltanto l’avvocato del Ministro Mendes, ma, più ancora, colui il quale, a partire dal 13 agosto di questo anno, è passato ad integrare il team di legali a difesa degli interessi dei latifondisti interessati al riconoscimento del Marco temporale. Preme ricordare che la decisione della Corte Suprema avverrà all’interno del Plenário, ossia alla presenza e per mezzo dei voti espressi da tutti i Ministri, compreso quindi Gilmar Mendes, il quale sarà dunque chiamato a decidere su un’azione mossa, fra gli altri, da uno dei suoi avvocati. Ma non è finita qui. 

Il Ministro della Suprema Corte costituisce una figura icastica all’interno della tormentata vicenda riguardante il Marco temporale. Mudrovitsch – il quale pubblicamente si è dichiarato contro la causa, che, come avvocato, rappresenta – fa parte di uno studio, che conta tra i propri clienti l’Associazione Brasiliana dei Produttori di Soia (Aprosoja Brasil), la maggiore organizzazione brasiliana di coltivatori di soia. Gilmar Mendes, a sua volta, è socio della GMF Agropecuária, che ha sede nella regione brasiliana dell’Alto Paraguay, nello Stato del Mato Grosso, dove lo stesso Ministro è nato. 

La GMF Agropecuária, come mostrato dal reportage di Agência Pública, alla data del 2012 risultava essere affiliata alla Aprosoja Mato Grosso, a sua volta filiale della Aprosoja Brasil, rappresentata dallo studio legale di cui fa parte l’avvocato Rodrigo Mudrovitsch. Un conflitto di interessi grande come una casa, entro il quale Gilmar Mendes, non solo ha un legame diretto con uno degli avvocati che rappresentano la tesi del Marco temporale davanti ai Ministri della Suprema Corte, ma è addirittura possibile parte in causa, essendo lui stesso fazendeiro e socio di una impresa del settore agroalimentare in uno dei luoghi del Brasile, il Mato Grosso, dove più aspri sono i conflitti tra latifondisti e popolazioni indigene. 

Sarà forse perché mosso da tali e tanti interessi che il Ministro Mendes, in una recente intervista rilasciata a Guilherme Amado e pubblicata su Metropoles, ha sostenuto, con una dialettica assai raffinata, come il problema del Marco temporale sia costituito dall’assenza di una mediazione tra comunità indigene e rappresentanti del mondo agricolo e dell’allevamento brasiliani? Occorre ammettere che l’intelligenza, seppur cinica, di Gilmar Mendes è realmente prodigiosa. 

All’interno di questa intervista, egli assume come presupposto di partenza, anche per le popolazioni indigene, l’esistenza di un Marco temporale – non del Marco temporale in discussione al Supremo Tribunale Federale – ad essere stabilito al fine di pacificare una situazione di costante conflitto. Con questo artificio dialettico, il Ministro scavalca, in maniera quasi impercettibile, l’intera teoria dell’indigenato, che sta alla base di quel famoso Capitolo 231 della Costituzione del 1988, per mezzo del quale si sanciva, in via definitiva, la proprietà indigena delle terre tradizionalmente appartenenti a queste comunità. 

Gilmar Mendes, dopo avere espresso la sua contrarietà a qualsivoglia forma di radicalizzazione del conflitto (conflitto sempre radicalizzato dai latifondisti, ricordiamolo), avanza la sua proposta di mediazione, consistente nella possibilità non di ampliare la demarcazione mediante l’inclusione di nuove terre, quanto sarebbe all’origine di detti conflitti, ma in quella, potremmo dire più prosaica, di una espropriazione di aree oggi appartenenti ai fazendeiros, in tal modo ampliando i territori delle popolazioni indigene. 

La proposta, oltre che brillante, è senza dubbio suggestiva, sebbene, da ultimo, all’interno di questa analisi restino due omissioni di peso decisivo. In primo luogo, è lecito dubitare del fatto che una tale espropriazione avverrebbe a costo zero per la complessiva causa indigena. Come minimo, un tale atto sarebbe seguito da un corposo risarcimento, in termini di terre, assegnato ad ogni singolo esponente rurale espropriato. Terre con terre? Anche su questo, sia permesso di dubitare. Assai più realistica appare la possibilità di uno scambio impari, che andrebbe a scapito dei popoli originari (terre secche in cambio di terre ricche di minerali, per esempio). 

Oltre a quanto osservato, vi è il precipuo significato intrinseco ad ogni terra rivendicata dalle varie comunità indigene all’interno del Brasile. L’economicismo giudiziario di Gilmar Mendes finge di non sapere che per queste popolazioni non si tratta di rivendicare terre in generale, secondo un approccio basato sulla quantità, bensì la richiesta di demarcazione origina da un primordiale legame con quella terra, con quella e non con altre, secondo una cosmogonia all’interno della quale l’indigeno è figura inserita nell’ambiente che vive e non in opposizione a tale ambiente, ciò che rappresenta la nostra, bianca ed eurocentrica, visione della natura. 

Pertanto, nella decisione della Suprema Corte riguardante il Marco temporale, il voto che esprimerà il Ministro Mendes avrà un peso specifico non indifferente per i tanti, troppi, legami che lo vincolano alla più generale vicenda della demarcazione delle terre indigene, essendo lui stesso un fazendeiro con interessi nella coltivazione della soia in uno dei territori maggiormente colpiti, il Mato Grosso, dal conflitto tra latifondisti e comunità originarie. Aggiungendo a questo, quanto scritto in precedenza con riferimento all’avvocato Rodrigo Mudrovitsch, viene da domandarsi se non vi siano sufficienti elementi, affinché Gilmar Mendes debba dichiararsi ‘sospetto’, facendo in tal modo decadere il suo diritto di voto sulla questione del Marco temporale.

A rinforzo di questa tesi, penso valga la pena citare la cosiddetta ‘tesi di Copacabana’, il cui “autore” è proprio Gilmar Mendes. Era l’ottobre del 2014 e la Suprema Corte, relatore il Ministro Ricardo Lewandowski, era chiamata ad esprimersi sul mantenimento o meno della demarcazione della terra indigena Guyraroká, nello Stato del Mato Grosso do Sul. In quella occasione, nel discordare dal voto a favore del mantenimento della demarcazione espresso dal relatore, Mendes presentò la sua ‘tesi di Copacabana’, dichiarando che, qualora la politica di demarcazione della Funai prosperasse, “potremmo senza alcun dubbio vendere questi appartamenti di Copacabana, perché certamente, in un dato momento, diventerà una proprietà indigena”. Una postura chiaramente iperbolica, la quale, però, non è stata espressa da un mané qualsiasi, bensì dall’attuale decano della Corte Suprema, ciò che, da altra prospettiva, dà la misura del livello di comprensione della questione indigena all’interno di una parte significativa delle supposte élites di questo Paese.

Quale che sarà l’esito, il voto sul Marco temporale segnerà uno spartiacque decisivo all’interno della secolare lotta per il riconoscimento da sempre combattuta dalle popolazioni indigene. Una decisione a favore, tuttavia, rischierebbe seriamente di dare la stura ad un nuovo genocidio, per di più ammantandolo della legittimità giuridica fornita dalla più alta autorità giudiziaria brasiliana: il Supremo Tribunale Federale.

(fine)