Il presente reportage, considerata la complessità e densità del tema presentato, è stato pubblicato in due parti. La seconda parte è disponibile al seguente link.

“LA NOSTRA STORIA NON COMINCIA NEL 1988”

Non tutto il male vien per nuocere, verrebbe da dire. È quello che è successo alla COP-26 sul clima in quel di Glasgow (Scozia), dove la sostanziale assenza di esponenti del disastroso Governo di Jair Bolsonaro ha indirettamente lasciato spazio alle voci e alle rivendicazioni delle popolazioni indigene brasiliane dell’Amazzonia, le quali hanno visto riconosciuto, sul piano internazionale e anche mediante lo stanziamento di un finanziamento, il loro impegno a difesa del polmone verde del pianeta quali autentici guardiani delle foreste e più in generale di ogni bioma presente in Brasile. 

La notizia potrebbe sembrare avere un’importanza relativa, ciononostante un tale riconoscimento si inserisce all’interno di un contesto interno, entro il quale i diritti costituzionalmente garantiti alle popolazioni originarie (305 popoli, che parlano 274 lingue differenti) sono una volta di più posti sotto attacco dai vari jagunços ossessionati dal desiderio di sottrarre quante più terre possibili a chi in queste terre vive da molto prima che qualsivoglia europeo vi mettesse piede. Il riconoscimento alle comunità indigene durante la COP-26 potrebbe, dunque, portare molta acqua al mulino della loro causa in un momento assai particolare, segnato dalla spada di Damocle della decisione che il Supremo Tribunale Federale di Brasilia dovrà assumere nel corso dei prossimi mesi sul cosiddetto Marco temporale (Marco temporal). 

Nel corso della giornata di mercoledì 27 ottobre, una delegazione formata da rappresentanti delle popolazioni Macuxi e Wapichana della sempre contesa terra indigena Raposa Serra do Sol, nello Stato amazzonico del Roraima, ha protocollato una richiesta formale alla Corte Suprema, affinché i suoi Ministri mettano al più presto in agenda la votazione riguardante il famigerato Ricorso Straordinario 1.017.365. La decisione sul Marco temporale era stata sospesa nel mese di settembre su richiesta del Ministro Alexandre de Moraes, il quale aveva avanzato un pedido de vista, vale a dire la richiesta di un tempo ulteriore al fine di valutare l’oggetto posto all’attenzione degli integranti del Supremo Tribunale Federale. 

De Moraes ha già riconsegnato gli atti del processo, restando solo da scegliere la data del pronunciamento dei voti e la relativa decisione. Al momento, la situazione è di parità, avendo votato contro il Marco temporale il relatore Edson Fachin e a favore, della tesi difesa dalle varie rappresentanze del mondo agricolo, dagli allevatori di bovini e dai cercatori d’oro, il Ministro, “in quota Centrão/Bolsonaro”, Kassio Nunes Marques. La tesi del Marco temporale, pur essendo l’ennesima canagliata commessa nei riguardi dei popoli originari del Brasile, non rappresenta un fulmine a ciel sereno, essendo stata plasmata nel corso degli ultimi decenni, per certi versi, già posta tra le pieghe dello stesso dettato costituzionale. 

Nella Costituzione Federale del 1988, al Capitolo 231, si rilevava come fossero riconosciuti alle popolazioni indigene “la loro organizzazione sociale, i costumi, le lingue, le credenze e le tradizioni, e i diritti originari sulle terre che tradizionalmente occupano, spettando all’Unione (nda: Stato Federale) la loro demarcazione, protezione e rispetto di tutti i loro beni”. Il pomo della discordia, come era facilmente prevedibile, stava tutto in quell’avverbio ‘tradizionalmente’, il quale inseriva, suo malgrado, all’interno della questione indigena una sorta di detonatore destinato a far ulteriormente deflagrare uno stato di cose da sempre esplosivo. 

A chi e sulla base di cosa sarebbe spettato riconoscere le terre che ‘tradizionalmente’ appartenevano alle comunità indigene? La domanda, che, in termini giuridici, ha una risposta formulata in maniera incontrovertibile, parimenti, cominciava ad aleggiare tra i banchi del Congresso vicini agli interessi di quei fazendeiros e garimpeiros insoddisfatti, non solo della formulazione del Capitolo 231 della Costituzione, ma più ancora, probabilmente, della risposta che in termini di legge seguiva a quell’avverbio “tradizionalmente”. Tanto aleggiare provocò, in una maniera che sarei tentato di definire “involontaria”, una conseguenza cospicua nel 2008, allorché l’allora Ministro del Supremo Tribunale Federale, Carlos Ayres Britto, nel corso del proprio voto presentò la tesi del Marco temporale.

L’oggetto del contendere, manco a dirlo, riguardava l’omologazione della demarcazione continua della terra indigena Raposa Serra do Sol nel Roraima. Tale diritto costituzionale appartenente alle comunità indigene fu messo in questione all’epoca da esponenti del mondo agricolo e politici a loro legati per mezzo di un’azione presentata alla Corte Suprema. La tesi del Marco temporale, a questa data, venne respinta dagli undici Ministri, anche grazie al voto dello stesso Ayres Britto, che l’aveva presentata più a fini di conoscenza giuridica che non per effettiva convinzione. Ciononostante, tale smidollata tesi fece scuola, venendo riproposta in altre azioni giudiziarie, sino ad arrivare all’attuale ricorso presentato alla Suprema Corte e concernente la demarcazione della terra indigena del popolo Xokleng nello Stato di Santa Catarina nel sud del Brasile. 

La deputata federale indigena del Roraima Joenia Wapichana (REDE), da sempre in trincea per la difesa dei popoli originari, ha messo bene in evidenza il carattere predatorio della tesi del Marco temporale, la quale rintraccia nel 5 ottobre 1988, data della promulgazione della Costituzione brasiliana, il termine nel quale le varie comunità indigene brasiliane dovevano essere in possesso delle terre che attualmente occupano o rivendicano in sede giudiziale. Detto altrimenti: “chi non è in possesso della terra dal 1988, per questo si chiama Marco temporale, non avrebbe più alcun diritto di rivendicare la regolarizzazione di quella determinata terra indigena”. 

In queste parole della parlamentare del partito REDE affiora non solo il problema in sé del riconoscimento di un Marco temporale, che valga, a mo’ di ghigliottina, per il riconoscimento delle terre appartenenti ai popoli originari, ma anche quello relativo all’assai caratteristico termine, temporale appunto, scelto dai difensori del tesi in oggetto: la data di promulgazione della Costituzione brasiliana. Come si vedrà più avanti, in ossequio al vecchio adagio secondo cui il diavolo si nasconde nei dettagli, la scelta del 5 ottobre 1988 è tutt’altro che secondaria ai fini del nostro discorso. 

Joenia Wapichana ricorda, inoltre, come il Marco temporale rappresenti un’autentica forzatura in relazione ai vari aspetti della storia e della cultura indigene, quale l’esistenza di popolazioni nomadi: “Molti popoli, come i Guarani, posseggono una cultura nomade, basata sul fatto di muoversi, come già hanno affermato gli antropologi, secondo l’alternarsi delle stagioni; ciò che li portava a non restare permanentemente in possesso delle proprie terre”. Per questo, “al fine di cercare stagioni migliori, si spostavano con frequenza e quando tornavano, al posto delle loro terre, trovavano fattorie“, conclude la deputata. 

Il Ricorso Straordinario 1.017.365, noto col nome di Marco temporale, riguarda la richiesta di reintegrazione di terra presentata dall’Istituto Ambientale di Santa Catarina (IMA) contro la Fondazione Nazionale Indigena (Funai) e il popolo indigeno Xokleng, concernente l’area della terra indigena Ibirama-Laklanõ. Si tratta di uno di quei territori da sempre contesi tra popolazioni indigene ed esponenti del mondo agroalimentare brasiliano, che, nel corso del secolo scorso, è stato progressivamente ridotto (ossia sottratto alle comunità originarie) e che, sulla base degli studi antropologici della Funai, è stata dichiarata, già da tempo, terra indigena da parte del Ministero della Giustizia. 

I critici della demarcazione delle terre indigene ritengono che tali analisi, condotte da parte della Funai, siano, come minimo, parziali, senza, tuttavia, prendere in considerazione che tale presunta parzialità dovrebbe, sulla base del loro ragionamento, avvalersi anche della decisiva collaborazione del Ministero della Giustizia, la qual cosa, ancor più a seconda del governo in carica, risulta assai poco probabile. 

L’attenzione, con riferimento a questo ricorso straordinario presentato alla Corte Suprema, ha cominciato a moltiplicarsi a partire dalla decisione del Supremo Tribunale Federale dell’11 aprile 2019, per mezzo della quale il Plenario della Corte ha riconosciuto, all’unanimità, il carattere generale (repercussão geral) del proprio giudizio. In altre parole, il Supremo ha stabilito che la sua decisione sulla tesi del Marco temporale avrà valore vincolante in ognuna delle cause concernenti contese, che riguardino terre indigene. Questo significa che la decisione assunta dagli Undici di Brasilia farà giurisprudenza, come suole dirsi in questi casi. 

La posizione filoindigena, difesa, tra gli altri, dalla deputata Joenia Wapichana, consiste nella cosiddetta teoria dell’indigenato, secondo la quale il diritto esercitato dalle popolazioni indigene sulle proprie terre costituisce un diritto originario, ossia a dire, un diritto che precede la stessa esistenza dello Stato. La Costituzione Federale del 1988, per esempio, segue questo teoria, garantendo ai popoli indigeni i diritti originari sulle terre che tradizionalmente occupano. 

Di contro a questa lettura, che sembra prestare il fianco alle critiche per una qual certa “elasticità” associabile all’avverbio ‘tradizionalmente’, si propone la restrittiva tesi del Marco temporale, la quale, facendo leva sull’elemento del tempo, afferma che gli unici popoli indigeni a poter rivendicare le proprie terre sono soltanto quelli che, alla data della promulgazione della Costituzione, il 5 ottobre del 1988, fossero in possesso delle suddette terre o che possano provare che, alla stessa data, esistesse alcuna azione giudiziaria aperta o un conflitto materiale con riferimento alle terre contese.

Chi conosce, anche per sommi capi, la storia brasiliana non tarderà a rendersi conto come una simile formulazione rappresenti la più classica delle canagliate ben confezionate o, volendo usare la lingua portoghese, un perfetto esempio di malabarismo giuridico. Assumere come parametro temporale di questo presunto Marco la data di promulgazione dell’ultima Costituzione significa, di fatto, legittimare tutte le violenze commesse sui popoli originari durante i lunghi ventuno anni della Dittatura Militare, compresi gli allontanamenti forzati dalle proprie terre e la conseguente perdita di qualsiasi diritto sulle stesse. 

Oltre a questo, il riferimento, contenuto nell’azione presentata al Supremo Tribunale Federale, relativo all’esistenza di azioni giudiziarie aperte o conflitti materiali esistenti ignora, di forma voluta, che fino al 1988 i popoli indigeni non erano soggetti giuridicamente riconosciuti, essendo la loro esistenza posta sotto la tutela dello Stato e che, dunque, erano impediti di lottare per i propri diritti. “La nostra storia non comincia nel 1988”, recita uno degli slogan, che più spesso sono apparsi nelle manifestazioni indigene in questi ultimi mesi. 

La Corte Suprema è chiamata, pertanto, a scegliere tra riaffermazione della teoria dell’indigenato, in tal modo seguendo l’indirizzo costituzionale, oppure riconoscere, in via definitiva, la validità della tesi del Marco temporale, aprendo le porte ad un vero e proprio redde rationem in tutti gli Stati brasiliani contro popolazioni indigene, quilombolas e comunità originarie in generale, condotto da fazendeiros e garimpeiros, in altre parole, la vasta galassia dell’agroalimentare e dell’estrattivismo minerario brasiliano, di recente “arricchitosi” della sua variante criminale al quadrato: il cosiddetto narcogarimpo (attività estrattiva esercitata dal crimine organizzato).

Una decisione favorevole al Marco temporale avrebbe come conseguenza la sospensione della demarcazione delle terre già in corso, la ripresa di conflitti in regioni pacificate e una assai probabile escalation di violenza in tutte quelle aree del Brasile, dove lo scontro tra ruralistas e popolazioni indigene è già presente. Di contro a questa devastante opzione, come detto, si trova la teoria dell’indigenato, la quale, se confermata, potrebbe risolvere in un sol colpo 310 conflitti legati a terre indigene, il cui processo di demarcazione risulta essere, al momento, bloccato. 

La tesi del Marco temporale è talmente un pasticcio, anche sotto il profilo concettuale, che non è nemmeno dato sapere cosa avverrebbe con le popolazioni indigene isolate, la cui sola comprovazione di esistenza da parte della Funai in certi casi dura anni e in altri rimane in sospeso per un tempo indefinito a causa, appunto, dell’isolamento in cui queste comunità vivono. È qui che emerge il lato più ferocemente eurocentrico e “bianco” della questione legata al Marco temporale e più in generale alla violenza sottesa al ragionamento secondo il quale dovrebbe esistere una demarcazione delle terre indigene vincolata ad un qualche parametro temporale. Il tempo, tanto inteso in maniera ciclica come continua, è la nostra dimensione di senso, non quella, per esempio, delle popolazioni indigene che vivono isolate.

Qualora il Marco temporale fosse reso legittimo dal voto dei Ministri della Corte Suprema, che ne sarà dei popoli indigeni isolati? Di quelli la cui esistenza è stata accertata, come pure di quelle comunità le cui informazioni a riguardo sono ancora lacunose, quando non del tutto assenti? Si prenda il popolo Kawahiva, la cui esistenza fu accertata solo nel 1999: qualcuno intende contattarli per sapere se si trovavano nelle terre in cui vivono adesso già nel 1988? Se l’assunto non fosse tanto grave, ci sarebbe da ridere davanti a tanta bianca ed eurocentrica imbecillità.

Purtroppo, i popoli indigeni isolati possono essere colpiti in maniera sostanziale dalla tesi del Marco temporale, nella misura in cui fosse difficile, o peggio ancora impossibile, confermare la presenza di queste comunità nelle terre, che, attualmente, occupano alla fatidica data del 1988. Nel caso dei Kawahiva, la loro esistenza venne confermata alla fine degli anni ’90, ma il processo di demarcazione venne concluso soltanto nel 2016 con il riconoscimento della terra indigena loro appartenente nell’Amazzonia matogrossense. Trascorsero quasi venti anni, dunque, tra l’interdizione dell’area, nella quale i Kawahiva del Rio Pardo vivono, e la fine del processo di demarcazione condotto dalla Funai e riconosciuto dal Ministero della Giustizia

(fine prima parte – continua)