La sentenza Hardt sulla villa di Atibaia

La nostra storia può essere fatta cominciare dal 6 febbraio 2019, data nella quale il giudice Gabriela Hardt condannava l’ex-presidente Luiz Inácio Lula da Silva a 12 anni e 11 mesi di carcere nell’ambito dell’inchiesta riguardante la villa (sítio) di Atibaia (Stato di San Paolo). Gabriela Hardt aveva da poco preso il posto di Sérgio Moro per giudicare i casi riguardanti la Lava Jato, task-force creata nel marzo del 2014 presso il Ministero Pubblico Federale di Curitiba (Stato del Paraná) e coordinata dal procuratore Deltan Dallagnol. A partire dal 3 febbraio di questo anno, su decisione del Ministero Pubblico Federale, il cosiddetto braccio parananense della Lava Jato, quello principale per capirsi, è stato ufficialmente sciolto.

In questa torbida vicenda giudiziaria anche i cognomi di procuratori e giudici, come ben messo in luce da un articolo dal titolo Prosopografia familiar da Operação “Lava-Jato” e do Ministério Temer, rivestono un ruolo del tutto primario, rimandando, almeno a Curitiba, ad uno specifico ambiente sociale e interfamiliare. Solo per citare un esempio: già prima che scoppiasse il caso della Vaza Jato, era nota l’amicizia che legava Sérgio Moro a Deltan Dallagnol, come pure che la stessa Hardt era stata allieva di Moro durante un corso di specializzazione all’Università Federale del Paraná. Se altrove si è legata anche ad altre opzioni politiche, quali il bolsonarismo evangelico di un Marcelo Bretas a Rio de Janeiro o di procuratori come Ailton Benedito nello Stato di Goiás, nello specifico di Curitiba la Lava Jato è venuta articolandosi secondo uno specifico indirizzo di classe ed anche di comune discendenza, abbondando i cognomi di origine italiana e tedesca. Ciò che, lungi dal rappresentare una casualità, costituisce, tutto al contrario, una precisa opzione di indirizzo politico, profondamente classista, che sin dall’inizio aveva messo nel mirino l’ex-presidente Lula.

Lula, appunto. La sentenza Hardt, già ad una prima lettura, presentava degli aspetti quantomeno bizzarri, volendo essere indulgenti. Oltre al fatto che intere parti erano state copiate dalla precedente sentenza Moro sull’attico (tríplex) di Guarujá, era l’architettura generale di questa sentenza, come già della precedente emessa da Moro, a lasciare perplessi. Una sentenza di condanna basata su atti indeterminati, interamente poggiante su ciò che nella giurisprudenza brasiliana si chiama delação premiada (testimonianze in cambio di benefici, spesso più che sospetti, o in molti casi più simili ad estorsioni che non a genuini pentimenti), e costellata di uscite fantasiose, quale quella nella quale si sottolineava come il fatto che la difesa di Lula non fosse riuscita a dimostrare l’innocenza dell’ex-presidente stava a significare, in maniera incontrovertibile, che questi era colpevole. Ossia a dire, l’onere della prova non ricadeva sull’accusa, come è normale che sia, bensì sulla difesa. Strafalcioni di una tale rozzezza concettuale da far pensare che secoli di inquisizione e due decenni di dittatura militare abbiano lasciato più di un retaggio nel labirintico universo giudiziario brasiliano.

La condanna riguardante la villa di Atibaia si basava su presunti favori ricevuti da Lula, sotto forma di lavori di ristrutturazione, da parte di imprese quali la OAS e la Odebrecht. Favori in cambio di cosa, precisamente, non si è mai saputo – di qui l’esilarante formula usata da Moro di ‘atti indeterminati’ – cui si aggiunge il non secondario elemento che quella villa, pur frequentata in alcune occasioni da Lula e dai suoi familiari, era di proprietà di un amico di Lula: l’imprenditore Fernando Bittar. A detta dei procuratori della Lava Jato e per il giudice Gabriela Hardt, Lula avrebbe mercanteggiato favori con la OAS dell’imprenditore Léo Pinheiro, affinché quest’ultimo realizzasse lavori di ristrutturazione nella villa dell’amico dell’ex-presidente, Bittar, appunto.

Fatti che comprovano questo scambio di favori tra Lula e la OAS di Pinheiro? Nessuno. Vi è solo, tanto per cambiare, la delação premiada di Léo Pinheiro, il quale in un primo momento, pur dopo una condanna a sedici anni, testimoniò a favore di Lula, cercando l’accordo con i procuratori soltanto davanti alla possibilità di essere ricondotto in carcere, a seguito di una decisione della Corte Suprema concernente la detenzione già a partire dal secondo grado di giudizio. Giusto per dare un’idea di come funzionava il mercato delle vacche della delação premiada lavajatista, basti dire che i sedici anni di galera di Léo Pinheiro furono magicamente trasformati in cinque anni e tre mesi di arresti domiciliari. Fu questa la ricompensa offerta dalla Lava Jato per avere accusato l’ex-presidente Lula, dopo che in un primo momento lo stesso Pinheiro aveva testimoniato in suo favore.

La cosa probabilmente più singolare, per non dire peggio, con riferimento alla villa di Atibaia è che, in data 27 maggio 2019, la Giustizia Federale, a seguito del parere favorevole del Ministero Pubblico, ha autorizzato la realizzazione di una valutazione giudiziaria, su richiesta del legittimo proprietario della villa, vale a dire Fernando Bittar, per la vendita della stessa. In altri termini, con base nelle sentenze di condanna dei vari tribunali di giustizia brasiliani, la villa di Atibaia apparteneva a Lula solo quando serviva a trasformare il delicato campo della giustizia nell’agone pubblico del lawfare.

Nel labirinto delle decisioni del Supremo Tribunale Federale

Dopo questo breve riferimento alla Lava Jato e al secondo processo che ha visto condannato il leader del Partido dos Trabalhadores, possiamo far ripartire il filo della nostra narrazione dal 4 dicembre 2018. In quella occasione, la difesa di Lula, a seguito dell’accettazione dell’incarico di Ministro della Giustizia e di Pubblica Sicurezza dell’allora giudice Sérgio Moro nell’ormai prossimo governo Bolsonaro, aveva presentato al Supremo Tribunale Federale di Brasília un habeas corpus, allegando la parzialità (suspeição) di Moro, accusato di agire con finalità politiche nel giudizio contro l’ex-presidente.

All’epoca, il ministro Gilmar Mendes chiese più tempo per analizzare il caso, a causa della particolare complessità della materia, ed anche che a giudicare non fosse la Seconda Sezione del Supremo, bensì il suo Plenario formato da tutti gli undici ministri. Tale proposta venne rifiutata per tre voti a due, sanzionando, per l’ennesima volta, l’indirizzo lavajatista all’interno della Suprema Corte. Indirizzo, che oggi è la macchia che più di un ministro vorrebbe lavare in una non meglio precisata redenzione di tipo giurisprudenziale, grottescamente sospesa tra senso di colpa, di responsabilità e un opportunismo politico, che, fin dai tempi della dittatura, sembra essere una sorta di marchio di fabbrica per taluni ministri del Supremo Tribunale Federale.

Il relatore dello habeas corpus all’interno della Seconda Sezione della Corte era all’epoca Edson Fachin, ministro competente per i casi giudicati dalla Lava Jato, il quale scelse di seguire l’indirizzo di altre due corti, di cui una superiore, in tal modo confermando che la conduzione coercitiva a deporre imposta da Moro a Lula, senza alcun avviso previo, la consegna alla stampa di una intercettazione telefonica riguardante l’allora presidente Dilma Rousseff e il leader petista e ancora l’accettazione dell’incarico di ministro nel governo Bolsonaro non rappresentavano argomenti tali da accettare lo habeas corpus avanzato dall’avvocato Zanin con riferimento alla parzialità di Moro.

Va detto, a parziale discolpa del ministro, che, esponendo il proprio voto, Fachin definì “eterodossi” i procedimenti assunti dall’ex-giudice. Ad oggi, ancora viene da domandarsi a quale inferno giudiziario avrebbe condotto la Lava Jato, se ad un certo punto del suo interregno non fosse miracolosamente apparsa la Vaza Jato con il suo successivo addentellato, l’Operazione Spoofing – operazione, peraltro, voluta proprio da Moro, all’epoca in cui era ministro, in un harakiri che può valere come una rinnovata conferma dell’imbarazzante mediocrità del personaggio.

Una delle cose, che, a posteriori, risultano più grottesche in tutta questa vicenda legata a Lula è che la ministra Cármen Lúcia, negando la richiesta di libertà dell’ex-presidente, ebbe a dire che, qualora la tesi sostenuta dalla difesa di Lula fosse stata accettata, ciò sarebbe valso da sanzione del fatto che l’intero potere giudiziario brasiliano avrebbe agito ed agirebbe in maniera coordinata contro il leader petista. Una considerazione, di cui, tanto la Vaza Jato come pure l’Operazione Spoofing, hanno dimostrato la totale, benché sconcertante, fondatezza.

Un altro aspetto da menzionare in questa surreale storia di malagiustizia riguarda una circostanza, che suona quantomeno singolare. Andando a vedere in quali casi l’ex-presidente fu assolto, si scopre che tali assoluzioni sono sempre avvenute fuori dallo Stato del Paraná. La prima risale al 2018 e riguardava un processo nel Distretto Federale (Brasília), nel quale Lula era accusato di avere comprato il silenzio dell’ex-direttore della Petrobras, Nestor Cerveró. Al 2019 risale l’assoluzione in ciò che fu definito il caso della “banda del PT”, indagine dove alcuni quadri del Partido dos Trabalhadores erano accusati di formare un’organizzazione criminale. Solo il fatto che per una cosa del genere sia stato imbastito un processo, la dice lunga sulla natura fortemente culturale del rigetto di una parte consistente del mondo giudiziario brasiliano nei confronti del PT. Ma andiamo oltre.

Nel mese di settembre del 2020 vi è stata l’archiviazione, da parte del Tribunale Regionale Federale della 1° Regione (TRF-1), di un’azione penale contro Lula, nella quale era accusato di avere ricevuto tangenti al fine di influenzare la firma di contratti tra il BNDES (Banco Nacional de Desenvolvimento Econômico e Social) e la Odebrecht in Angola. Si faccia attenzione alla tempistica di queste assoluzioni e al ruolo che simili accuse hanno giocato nel modellare l’immaginario politico brasiliano in relazione all’elezione di Jair Bolsonaro. Accuse destituite di ogni fondamento, ma che ancora oggi circolano, a mo’ di veleno, tra gruppi e pagine sui social network o anche solo al livello di semplici dialoghi quotidiani, creando, di fatto, una realtà parallela in cui il putridume ideologico bolsonarista sguazza e si riproduce.

Accanto ai casi citati, sono da registrare anche altre indagini archiviate prima che fosse formulata una qualche accusa nei confronti di Lula. È questo il caso, per esempio, di una investigazione a San Paolo riguardante presunti pagamenti fatti dalla Odebrecht, tramite azienda intermediaria, ad una impresa del figlio dell’ex-presidente, Luís Cláudio Lula da Silva. Sempre in quel di San Paolo, la Giustizia Federale rifiutò nel 2019 di aprire una nuova azione penale sul supposto pagamento di un vitalizio mensile da parte della Odebrecht ad uno dei fratelli di Lula. In questo stesso anno, la Giustizia Federale paulista rigettò anche la denuncia contro l’ex-presidente con riferimento all’organizzazione dell’invasione, nel 2018, dell’attico di Guarujá. L’unica investigazione archiviata nel Paraná risulta essere quella relativa ai pagamenti, che varie grandi imprese brasiliane avrebbero elargito a Lula per lo svolgimento delle proprie conferenze.

Ricordare queste assoluzioni non è solo mero esercizio di memoria storica, ma, per mezzo di esse, si vuole mettere in luce come, cambiando di Stato (dal Paraná a San Paolo), cambi totalmente l’esito delle azioni penali mosse dalle varie istanze di giustizia brasiliane nei confronti di Lula, ciò che riconduce alla parzialità, questa volta sì, della banda capitanata da Moro e diretta dal procuratore Dallagnol a Curitiba, che è, appunto, la capitale del Paraná. Del resto, non è un caso che una delle maggiori forzature operate dal quadrilhão della Lava Jato fu proprio la questione della competenza territoriale, al fine di poter giudicare l’ex-presidente nel Paraná e non nello Stato di San Paolo, dove i supposti crimini sarebbero stati commessi.

La questione della territorialità ci offre il giusto gancio per arrivare alle ultime decisioni della Corte Suprema di Brasília, che l’8 marzo di quest’anno, con decisione monocratica del ministro Edson Fachin, ha annullato tutte le condanne emesse nei confronti di Lula dalla Giustizia Federale del Paraná nell’ambito della Lava Jato. In questo modo, l’ex-presidente ha riacquisito i propri diritti politici, tornando ad essere formalmente eleggibile. Tuttavia, contrariamente a quanto è stato scritto da vari giornali e siti di informazione fuori dal Brasile, la decisione di Fachin non chiude una volte per tutte la partita giudiziaria di Lula, riferendosi in maniera precipua allo habeas corpus presentato dai suoi avvocati nel novembre dell’anno passato e dichiarando la non competenza territoriale della Giustizia Federale del Paraná con riferimento alle quattro denunce contro il leader petista: quelle riferite all’attico di Guarujá e alla villa di Atibaia ed altre due concernenti l’acquisto di immobili da parte dell’Istituto Lula.

Secondo il ministro della Suprema Corte, il Tribunale Federale di Curitiba, nelle persone dei magistrati Sérgio Moro e Gabriela Hardt, non era competente territorialmente a compiere alcuna azione penale in relazione ai casi summenzionati. In tal modo, i processi non sono annullati, ma saranno fatti ripartire presso gli organi di giustizia competenti, nella fattispecie la Giustizia Federale del Distretto Federale (Brasília), dal momento della presentazione della denuncia. Ciò che è attualmente in sospeso, di cui parleremo più avanti, riguarda la possibilità per il nuovo giudice di potersi avvalere o meno degli atti istruttori impiegati nei processi diretti da Sérgio Moro.

La decisione di Edson Fachin – la quale non risulta essere limitata a Lula, ma, al contrario, a questi estesa a partire da altri casi sempre concernenti questioni di competenza territoriale – ha un carattere meramente processuale, senza entrare nel merito delle condanne inflitte all’ex-presidente. Il ministro, pertanto, non ha assolto Lula, limitandosi a riconoscere che il tribunale competente nei casi in oggetto non era quello di Curitiba, bensì quello di Brasília.

Parimenti, come spesso accade, il diavolo si nasconde nei dettagli. Nello specifico, ciò significa che il vero beneficiario della decisione di Fachin, più che Lula, è stato Sérgio Moro, dichiarandosi, per mezzo di questa decisione, la cosiddetta perda do objeto (letteralmente perdita dell’oggetto), ossia l’estinzione di tutti i ricorsi, ben quattordici, in attesa di giudizio presso il Supremo Tribunale Federale e riferiti alla “presunta” parzialità di Moro nella condanna di Lula. Il ministro del Supremo, in altre parole, ha preferito perdere pezzi importanti della Lava Jato, dichiarando l’incompetenza territoriale di molte delle sue sentenze, pur di salvare Moro dall’accusa di avere agito con parzialità nei confronti di Lula.

La svolta, con riferimento alla posizione giudiziaria di Moro all’interno del STF, si è avuta il giorno 23 marzo, data nella quale la Seconda Sezione della Suprema Corte ha riconosciuto la parzialità dell’ex-giudice della Lava Jato, annullando l’intera azione penale riguardante l’attico di Guarujá e dunque accettando la richiesta di habeas corpus avanzata dalla difesa di Lula. Questa decisione può essere posta in continuità con la precedente decisione monocratica del ministro Fachin, tesa, di fatto, a salvare capra e cavoli, restituendo i diritti politici a Lula e al tempo stesso cercando di preservare Moro dallo habeas corpus avanzato dalla difesa del leader petista.

A riprova di quanto osservato, vi era stata la decisione del ministro Gilmar Mendes, a distanza di un solo giorno da quella espressa da Fachin, di sottoporre la questione della presunta ‘perdita dell’oggetto’ all’analisi della Seconda Sezione della Corte Suprema, la quale si era espressa per la prosecuzione del giudizio riguardante Moro. A favore della parzialità, lo scorso 23 marzo, hanno votato i ministri Gilmar Mendes, Ricardo Lewandowski e la ministra Cármen Lucia, la quale, modificando il proprio precedente voto risalente al 2018, ha finito per essere il vero ago della bilancia, decretando la sconfitta di Moro ed il riconoscimento della sua parzialità nella condanna dell’ex-presidente Lula per corruzione passiva e riciclaggio di denaro con riferimento all’attico di Guarujá. A favore di Moro hanno votato il ministro Fachin, che non si sa se definire più “lavajatista” o “sergiomorista”, ed il nuovo arrivato, scelto da Bolsonaro, il ministro Kassio Nunes Marques.

Ciononostante, il labirintico sistema giudiziario brasiliano potrebbe riservare nuove e amare sorprese per Lula in vista della possibile candidatura alle prossime elezioni presidenziali nel 2022. La decisione di Fachin, infatti, essendo monocratica, ha valore individuale, quanto non ne neutralizza gli effetti al presente, ma che, tuttavia, necessita di una ulteriore sanzione da parte del Plenario della Corte Suprema. Qualora il Plenario del STF approvasse la decisione di Fachin, Lula sarà eleggibile nel 2022, mentre, nell’ipotesi di una decisione sfavorevole all’ex-presidente, questi risulterà ancora ineleggibile, mantenendosi valido il giudizio relativo alla villa di Atibaia. Nel caso in cui si verificasse questa seconda ipotesi, il destino politico di Lula verrebbe a dipendere da una nuova decisione di parzialità concernente l’operato di Sérgio Moro, il quale, sebbene non abbia emesso la sentenza di primo grado, che, come detto in precedenza, fu “scritta” da Gabriela Hardt, parimenti era stato il giudice che si era occupato della prima parte del processo.

Al complesso mosaico della storia giudiziaria di Lula, qui raccontata necessariamente per sommi capi, occorre aggiungere la recente decisione del presidente del Supremo Tribunale Federale, Luiz Fux, il quale ha convocato per il 14 di aprile il Plenario della Corte, al fine di esprimersi sulla precedente decisione del ministro Fachin di annullamento delle condanne e la conseguente restituzione all’ex-presidente dei propri diritti politici. Nella fattispecie, i ministri dovranno analizzare il ricorso presentato dalla Procura Generale della Repubblica, pienamente in quota bolsonarista, con riferimento alla questione della competenza territoriale del Tribunale Federale di Curitiba nel giudicare il leader petista. In base alla decisione di Fachin, attualmente, tutti i casi riguardanti Lula in quel di Curitiba devono tornare alla fase di analisi della denuncia da parte del giudice di primo grado responsabile del singolo caso in oggetto.

Alla prossima decisione del Plenario del Supremo è direttamente connessa la petizione avanzata il 2 aprile da parte dei difensori di Lula, affinché la parzialità di Moro sia estesa anche agli altri casi transitati dal Tribunale Federale di Curitiba, ossia a dire, quello relativo alla villa di Atibaia e l’altro concernente gli immobili posseduti dall’Istituto Lula. Gli avvocati pensano, infatti, che sia possibile riconoscere una “identità di situazioni giuridiche” con riferimento all’attuazione di Sérgio Moro.

Un elemento senz’altro a favore della difesa di Lula è il fatto che la petizione sia rivolta al ministro Gilmar Mendes, da tempo assai critico nei confronti del Ministero Pubblico di Curitiba e di Sérgio Moro (anche a causa di una losca indagine sul suo conto avviata dalla task-force della Lava Jato e descritta nel bel libro di Felipe Recondo e Luiz Weber, Os Onze) e nuovo relatore del processo in precedenza di competenza del ministro Fachin, il quale ne ha perso la competenza per essere stato sconfitto, nel giudizio in oggetto, proprio dal voto di Gilmar Mendes. In casi come questo, è previsto che il magistrato che ha espresso il voto vincitore diventi automaticamente il relatore dell’azione penale da giudicare.

A questo punto, Gilmar Mendes può tanto optare per una decisione individuale provvisoria come pure rimandare ogni decisione ad una discussione da svolgersi all’interno della Seconda Sezione del Supremo Tribunale Federale. Mediante questa petizione, gli avvocati dell’ex-presidente hanno inteso giocare d’anticipo nei confronti della decisione del Plenario della Corte prevista per il 14 di aprile, magari ottenendo una decisione individuale provvisoria da parte di Gilmar Mendes, che fungerebbe da ideale viatico per la decisione del Plenario.

Questa la ragione per la quale i difensori di Lula, nella petizione, hanno evidenziato come gli stessi ministri nei loro voti, con riferimento alla parzialità di Moro, abbiano fatto intendere che tale parzialità si è tradotta in una specifica visione e in un altrettanto specifico comportamento espressi dall’ex-giudice in relazione al loro assistito e che, essendo postura generalizzata e pertanto anche generalizzabile, questa ha da applicarsi, non solo al caso dell’attico di Guarujá, ma anche alla villa di Atibaia e agli immobili a cui furono destinati i locali dell’Istituto Lula.

Il memoriale dei “Sette di Curitiba”

Avviandoci alla conclusione di questo lungo articolo, occorre registrare, in un ulteriore slancio di creatività giuridica dei magistrati che all’epoca dei fatti riferiti formavano la task-force della Lava Jato, il memoriale inviato da sette procuratori del Ministero Pubblico di Curitiba, il giorno 5 aprile, all’indirizzo degli undici ministri della Corte Suprema di Brasília, avente ad oggetto l’annullamento della decisione, che riconosce la parzialità dell’ex-giudice Sérgio Moro, qualora il Plenario del Supremo decida a favore della precedente decisione del ministro Fachin di riconoscere l’incompetenza territoriale di Curitiba anche con riferimento alle azioni penali rivolte contro Lula.

L’asse portante di questo, quantomeno inusitato, memoriale, che mira ad influenzare le possibili scelte della Suprema Corte, riguarda una differente lettura della riconosciuta parzialità di Moro, la quale, a detta dei procuratori, non sarebbe potuta essere giudicata dalla Seconda Sezione del Supremo anteriormente alla decisione del Plenario della stessa Corte referentesi alla decisione di Fachin. Un rilievo tecnico, benché, va ribadito, alquanto inusitato, per tentare di invalidare la decisione assunta circa la parzialità di Sérgio Moro e con ciò non rischiare di vedere annullate buona parte delle sentenze espresse nell’ambito della Lava Jato, oltre a quelle riguardanti Lula ovviamente.

Nel memoriale dei sette procuratori – Deltan Dallagnol, Januário Paludo, Laura Tessler, Orlando Martello, Júlio Carlos Noronha, Paulo Roberto Carvalho e Athayde Costa – si legge: “una volta confermata (se confermata) la non competenza di giudizio della Corte di Curitiba, deve intendersi che risulta pregiudicata anche la questione relativa alla parzialità di giudizio”. In altre parole, Dallagnol e i suoi colleghi riprendono il medesimo argomento usato da Fachin per liberare Moro dall’accusa di avere agito con parzialità nel giudicare Lula. Qualora il Plenario della Suprema Corte accogliesse la decisione del ministro Fachin – continua il memoriale – sarà il magistrato di primo grado a decidere con riferimento agli atti istruttori del nuovo processo.

La partita, dunque, sembra spostarsi al presente sul “tentativo di persuasione” dei “Sette di Curitiba”, capitanati dall’immarcescibile Dallagnol, nei confronti di una possibile revisione da parte della Corte Suprema della parzialità di Moro e sul possibile destino degli atti istruttori del processo riguardante l’attico di Guarujá, i quali, confermata la parzialità di Moro, dovrebbero, in accordo con la posizione espressa dalla difesa di Lula, essere annullati, mentre, in caso contrario, potrebbero essere impiegati dal nuovo giudice di primo grado.

In attesa delle decisioni del Supremo Tribunale Federale, non può essere trascurato il lato grottesco di questo memoriale a difesa di Moro, nel quale, per contestarne l’ormai acclarata parzialità, si finisce per confermarla, mostrando, una volta di più, quale profondo legame abbia unito in tutti questi anni organi inquirenti e giudicanti nell’ambito della eversiva avventura lavajatista. Una grezza quanto brutale politicizzazione della giustizia, che non ha precedenti nella storia del Brasile e che riporta alla mente le parole espresse da Francesco Carrara nel suo Programma del corso di diritto criminale (1898): “Quando la politica entra dalla porta del tempio, la giustizia fugge impaurita dalla finestra per tornarsene al cielo”. Siamo sicuri che né Sérgio Moro, né i “Sette di Curitiba”, abbiano mai sentito parlare di Francesco Carrara.