La domanda, che imperversa da diverse settimane in questo splendido e contraddittorio Paese conosciuto col nome di Brasile, è sempre la stessa: che cosa accadrà, grosso modo, da qui a un anno e mezzo? Il Governo Bolsonaro sembra tirare a campare più di quanto non abbia fatto sin dal primo momento del suo insediamento, mostrandosi come una collezione di obbrobri politici, militari di pigiama in pensione, che sembrano galleggiare da uno stato confusionale all’altro, mescolando una mai realizzata grandeur con la prepotenza di chi, nel 2021, non ha ancora compreso che la vergogna della dittatura ha avuto termine ormai da decenni e che la società brasiliana di oggi, malgrado i molti salti all’indietro, si è abituata all’aria fresca e pulita della democrazia e non ne vuole più sapere, almeno la maggioranza, di scantinati e torture, tra scariche elettriche nelle parti genitali e ratti infilati vivi nella vagina della giovane donna di turno.

All’inizio di questa disastrosa avventura bolsonarista avevo malignamente profetizzato che questo governo era tenuto insieme soltanto dall’odio nei confronti del PT (Partido dos Trabalhadores) e più ancora del suo leader, Luiz Inácio Lula da Silva. Il tempo è galantuomo e un pezzo alla volta le varie costole del bolsonarismo, dai lavajatisti ai liberali senza liberalismo dell’MBL (Movimento Brasil Livre), dai populisti da salotto dei vari movimenti protestatari di piazza fino alla enclave PSDB-ista di San Paolo, tutti, nessuno escluso, hanno dovuto fare i conti con l’assoluta impreparazione politica mista a psicopatia di Bolsonaro, totalmente incapace di articolare qualsivoglia politica riformista, venendo costretto, a causa di ciò, ad appaltare il governo al tanto detestato Centrão, la galassia maggioritaria di partiti e partitini all’interno del Congresso, il cui unico obiettivo è tirare le fila dell’Esecutivo di turno, indipendentemente dal fatto di essere questo di destra o di sinistra.

Il Centrão è la massima espressione di realismo applicato alla politica, finalizzato al mantenimento del potere, che si possa immaginare, non esente da cadute in inchieste giudiziarie e in condanne, che alla fine fanno parte del gioco. Il Bolsonaro del 2018, unitamente al suo codazzo di generali in pigiama, a partire da quella caricaturale figura che è il Generale Augusto Heleno, aveva promesso di fare piazza pulita di un certo modo maneggione di fare politica. Poi, la realtà si è imposta o, per meglio dire, i codici della politica brasiliana si sono imposti sulle sconclusionate idealità di marca bolsonarista. E adesso? Adesso, dopo più di un anno di pandemia da Covid-19 e una montagna di morti, la maggior parte dei quali potevano essere evitati, in Brasile ancora dobbiamo capire se stiamo transitando sul ponte del Titanic o se ciò che ci apprestiamo ad affrontare sarà una perturbazione tutto sommato superabile.

Ad oggi, le minacce di Bolsonaro alla democrazia non andrebbero più in là di piccoli putsch locali messi in atto da cellule sparse di fanatici armati. Insomma, la democrazia vacillerebbe, ma nel giro di poco tempo i golpisti della domenica sarebbero disinnescati e consegnati alle patrie galere. Quello che preoccupa, tuttavia, non è il presente, ma quello che potrebbe prendere forma da qui alla fine del prossimo anno con le elezioni e il sempre più probabile ritorno alla presidenza di Lula.

La disidratazione della democrazia brasiliana da parte di Bolsonaro va avanti in maniera pressoché continua, solo che, col passare del tempo, sembrano aggiungersi ogni volta elementi che possono far aumentare il livello dello scontro tra i tre poteri, soprattutto tra Esecutivo, nella persona del Presidente e dei suoi sempre più patetici e anacronistici generali in pigiama, e Giudiziario, in particolare nella versione ibrida incarnata dal Supremo Tribunale Federale di Brasilia.

Nel 2018, la Corte Suprema con una solerzia ed una lettura quantomeno spregiudicata della Costituzione si adoperò in ogni modo per andare incontro ai desiderata dei militari, che minacciavano il golpe, e impedire la possibile candidatura di Lula. Nel 2021 il clima sembra cambiato e la Corte Suprema, almeno in taluni dei suoi ministri, quali Alexandre de Moraes e Luís Roberto Barroso, sembra avere compreso che le continue “oscillazioni” imposte da Bolsonaro alla democrazia prima o poi rischierebbero di far venire giù la già precaria struttura democratica di questo Paese.

Come si vede, ogni volta che si tocca il capitolo Bolsonaro si finisce per andare a parlare di golpe, fragilità istituzionale, dittatura del ’64 e affini. Questo non è un caso fortuito imposto dallo scrivere lasciando fluttuare la coscienza, bensì un nuotare dal presente al passato imposto dalla concatenazione degli elementi citati. Una cosa che bisogna riconoscere a Bolsonaro è la coerenza, nei modi come pure nelle parole espresse.

L’illusione che questo psicopatico militare cacciato dall’esercito fosse un personaggio compatibile con la democrazia è stata la grande scommessa persa dalle élites di questo Paese, a partire dai militari, passando per i potentati economici, giudiziari, per finire alla trasformista galassia di coloro che operano nel mondo dell’informazione. Come dimenticare gli editoriali delle “Passionarie” della grande stampa brasiliana, da Miriam Leitão a Vera Magalhães, alla vigilia del secondo turno tra Haddad e Bolsonaro: una scelta difficile, secondo loro, strizzando l’occhio al candidato di estrema destra, da sempre adoratore del torturatore Carlos Alberto Ustra, ma qui edulcorato dal fatto di avere accanto presunti liberali e difensori dello Stato di Diritto come Paulo Guedes e Sérgio Moro. I conti con la dittatura andavano probabilmente fatti a suo tempo, essendo adesso tutto un fiorire di “narrative alternative” con riferimento ai terribili anni dei militari al potere, ogni volta erodendo il già fragile spazio della democrazia. Vedere alla voce Brasil Paralelo e ai deliri storiografici là propagandati.

Bolsonaro si trova nel più classico dei cul-de-sac, perché, da un lato, sa bene che una rinuncia a candidarsi sarebbe percepita dalla propria base e dai propri alleati come una consegna al nemico (il PT), mentre, dall’altro, sa altrettanto bene che, a meno di miracoli dell’ultima ora, le elezioni del prossimo anno sono già perse. È questo il motivo per il quale, oramai da diverse settimane, sta tirando sempre più la corda nella già pericolante relazione con gli altri poteri dello Stato.

Il bolsonarismo sta procedendo verso lo scontro finale con le istituzioni che garantiscono la democrazia in Brasile. Questa radicalizzazione dello scontro, tuttavia, sembra assumere coloriture differenti a seconda della sponda politica sulla quale si appoggia. Si va dalle forme sbracate di richiesta di golpe (il politico Roberto Jefferson, il cantante Sérgio Reis ed esagitati della medesima risma) a quelle più sottili, ma non per questo meno pericolose, di presunte misure da prendere nei confronti dei ministri della Corte Suprema, rei, secondo i senatori della base del Governo al Congresso, di impedire la libera espressione del pensiero. Sofismi politici di livello infimo, aventi di mira la confusione dell’elettorato e con l’intenzione di rivestire di battaglia per la libertà quelli che altro non sono che reiterati attacchi ed esplicite minacce all’ordine democratico.

Resta da capire a questa altezza della tragedia brasiliana, dove alla crisi sanitaria si è aggiunta quella economica, cosa potrà fare Bolsonaro e la sua Armata delle Tenebre nelle prossime settimane e mesi, ma anche come si comporteranno gli altri attori presenti sullo scacchiere politico, in particolare il potere giudiziario e più di tutti il Supremo Tribunale Federale. Le indagini in corso su Bolsonaro, che stanno tramitando presso la Corte Suprema, sono al momento tre, cui occorre aggiungere le sempre più possibili conseguenze giudiziarie dei lavori della Commissione Parlamentare di Inchiesta sulla pandemia che si sta svolgendo al Senato.

La CPI, una volta conclusi i propri lavori nel prossimo mese di settembre, pubblicherà una relazione, che, laddove gli organi giudiziari lo ritenessero opportuno, potrebbe fare da viatico all’apertura di processi volti a chiarire, in sede giudiziaria, il traffico di vaccini sviluppatosi al Ministero della Salute. Processi, che potrebbero trasformare l’ultimo anno al governo di Bolsonaro in una tribolazione continua, soprattutto alla luce del coinvolgimento nella mafia dei vaccini dell’ex-Ministro della Salute ed attuale Capogruppo del Governo alla Camera, il deputato Ricardo Barros.

Su un simile già precario scenario, che non sembra lasciare spazio a nessuna speranza di rielezione, ha preso a campeggiare anche lo spettro di una crisi economica e di una fuga di capitali dal Brasile, che suona come una irreversibile mozione di sfiducia da parte dei potentati economici brasiliani e stranieri alle sconclusionate e anacronistiche ricette economiche del Ministro dell’Economia Paulo Guedes. Sic stantibus rebus, quindi: che cosa faranno Bolsonaro, il suo esercito di generali in pigiama e quella accozzaglia gattopardesca che attualmente regge il suo governo e che va sotto il nome di Centrão?

Quest’ultimo attore politico ha già lasciato intendere, attraverso varie dichiarazioni di suoi leader e atti concreti al Congresso, che l’appoggio a Bolsonaro è vincolato al mantenimento della cornice democratica. Nessuna avventura golpista o putsch che possa essere troverà sponde nell’arcipelago di partitini che formano il Centrão. Da parte loro, i generali, a partire dall’attuale Ministro della Difesa, Walter Braga Netto, sembrano flirtare con l’idea dell’intervento armato, suggestionati dal ricordo del golpe del ’64 in un primato del sentimento sulla ragione, che potrebbe più facilmente condurli dritti in galera o fuori dal Paese che non alla guida di una nuova dittatura militare.

Bolsonaro, malgrado le minacce, è consapevole che per il golpe mancano alcuni ingredienti fondamentali: 1) una vasta popolarità a sostenerlo (elemento che era presente nel ’64); 2) il fatto di non essere all’opposizione, ciò che renderebbe questo golpe un autogolpe (per questo Bolsonaro e i bolsonaristi stanno pestando sull’acceleratore contro ciò che ritengono essere attivismo giudiziario esercitato dal Supremo Tribunale Federale e dalle altre Corti Superiori); 3) un contesto internazionale atto a trasformare un’avventura golpista in un governo dittatoriale almeno parzialmente riconosciuto. Tutto al contrario, l’inviato di Biden solo poche settimane fa ha “consigliato” al Presidente brasiliano di non perturbare le elezioni del prossimo anno.

Nel corso della giornata di venerdì, il punto 2, come era prevedibile, ha ricevuto un rinnovato impulso con la smidollata scelta di Bolsonaro di consegnare al Presidente del Senato, Rodrigo Pacheco, una richiesta di impeachment nei confronti del Ministro della Corte Suprema, Alexandre de Moraes, colpevole, secondo Bolsonaro, di avere messo in atto una vera e propria caccia all’uomo, dentro e fuori dal Congresso, con il dichiarato intento di colpire il Governo e i suoi sostenitori.

Senza entrare nel merito di una scelta, che, come dichiarato dallo stesso Pacheco, non ha nessuna possibilità di prosperare al Senato, ciò che ha messo in allarme il Presidente della Repubblica è l’indagine, portata avanti da de Moraes, sull’organizzazione bolsonarista responsabile di diffondere fake news su pagine internet e reti sociali. Indagine, che, come lo stesso Bolsonaro sa bene, conduce direttamente a Carlos, secondogenito della Banda Bolsonaro e autentico regista, nemmeno tanto occulto, delle cosiddette milizie digitali.

Mentre il cerchio si stringe attorno ai Bolsonaro, il 7 settembre, giorno in cui si celebra l’indipendenza del Brasile, si avvicina in maniera minacciosa. Manca più di un anno alle elezioni, l’impeachment di Bolsonaro perde consistenza ad ogni giorno che passa e i vari attori istituzionali sembrano essere entrati in una spirale di aperto conflitto, che, comunque la si pensi, lascerà cicatrici profonde nella democrazia di questo Paese.

Sebbene Bolsonaro e i suoi generali in pigiama si masturbino mentalmente all’idea di un golpe in stile ’64, appare del tutto improbabile che questo abbia luogo. Ciononostante, la consunzione della democrazia brasiliana – ciò che pure rappresenta un progetto golpista – è in atto almeno dall’impeachment della ex-Presidente Dilma Rousseff nel 2016, passando per gli abusi della Lava Jato (su tutti le condanne emesse nei confronti di Lula), solo culminando nella elezione di Bolsonaro nel 2018.

Al punto in cui siamo, più che un golpe sono da temere, come già scritto in precedenza, putsch sparsi, golpettini, per così dire, messi in atto dalle armate bolsonariste in varie parti del Brasile, ma niente che possa veramente rovesciare, almeno sotto il profilo formale, le istituzioni di questo Paese. Tumulti, i quali, tuttavia, si porteranno dietro, ancora una volta, morti, faide e nuovi tagli a far sanguinare la fragile democrazia brasiliana. E dopo? Si metterà un punto definitivo, per esempio, alla partecipazione dei militari, in attività e della riserva, alla vita politica o si continuerà con la solita ambiguità istituzionale, che ha fortemente contribuito a creare il fenomeno Bolsonaro?

Non dimentichiamoci che gli spasmi che condussero al golpe militare del ’64 cominciarono almeno dieci anni prima con il mai chiarito attentato della Rua Tonelero, la notte in cui Getúlio Vargas cominciò a morire, come ha scritto lo storico Lira Neto. Sarà il Brasile di un passato che non passa, con la Bibbia sotto il braccio e i militari al governo, o, come profetizzato nel 1941 da Stefan Zweig in fuga dal nazismo, sarà, finalmente, un Brasile come terra del futuro che sotto il braccio preferisce avere la propria Costituzione?