UN TERRITORIALISMO ESASPERATO: PARTICOLARE VERSUS UNIVERSALE

Ci sono storie, a queste latitudini, le quali si ha come una sorta di obbligo morale a raccontarle. Storie, non solo attraversate da brutale disumanità e incondizionata violenza, agita tanto a livello fisico come psicologico, ma che al tempo stesso valgono come testimonianze dell’assenza di un potere pubblico e delle sue variegate articolazioni sul territorio brasiliano, che fa tornare alla mente alcuni passaggi di Radici del Brasile (Raízes do Brasil) di Sérgio Buarque de Holanda, pietra miliare della storia della storiografia brasiliana, pubblicato per la prima volta nel 1936, ma che non cessa di suscitare dibattiti e accese discussioni, come dimostra il recente lavoro di critica corrosiva, più di una volta non a ragione, svolto da Jessé Souza nel suo A elite do atraso. Da escravidão à Lava Jato.

Nel capitolo conclusivo, Nuova Rivoluzione, Buarque de Holanda sottolineava il carattere improvvisato della repubblica in Brasile, estendendo questo discorso all’intera America del Sud. Nelle sue parole: “Le costituzioni fatte per non essere rispettate e le leggi esistenti per essere violate, tutto a vantaggio di individui e oligarchie, rappresentano fenomeni diffusi in tutta l’America del Sud. (…) Altri si servirono dello slogan ‘Libertà’, ancor più prestigioso, mentre cercavano di consolidare, in suo nome, un potere positivamente dittatoriale e dispotico”. (Holanda, Sérgio Buarque de, Raízes do Brasil, Companhia das Letras, São Paulo, 2016, p. 320). Uno stato di cose nel quale il potere statale andava a scontrarsi in maniera inevitabile con le territoriali manifestazioni di potere presenti a livello locale, creando un vero e proprio territorialismo, le cui spinte centrifughe rappresentano un costante fattore di rischio per la stessa esistenza dell’organismo statale inteso come istanza universale riconosciuta.

All’interno di questo quadro, il fiorire di forme di criminalizzata organizzata di varia origine costituisce un momento di questo secolare processo centrifugo di particolarizzaazione della realtà sociale a vantaggio di soggetti del tutto anti-istituzionali. Soggetti il cui coefficiente di pericolosità aumenta in maniera cospicua, nella misura in cui simili organizzazioni vengano a mantenere due piani distinti di attuazione, l’uno riconducendo alle più disparate attività criminose, mentre l’altro riferito alla loro prossimità con esponenti istituzionali riconosciuti, siano essi appartenenti al mondo politico, a quello imprenditoriale o a quello giudiziario.

LE MILIZIE PARAMILITARI: LE ORIGINI

La storia delle milizie paramilitari, che infestano Rio de Janeiro, è appunto una di quelle storie che vale la pena raccontare. Una storia che parte da molto lontano, almeno dalla prima metà degli anni ’60, ma che comincia a preoccupare l’opinione pubblica all’incirca dai primi anni del Duemila e che rappresenta un fenomeno per certi versi nuovo non solo in Brasile, ma in generale nel contesto latino-americano. Non che fenomeni di paramilitarismo non siano riscontrabili in altri ambiti del continente da favola, per citare il titolo del recente bel libro di Alfredo Luis Somoza e Gabriella Saba (Un continente da favola, Rosenberg & Sellier, Torino, 2018), basti pensare al caso colombiano, dove da tempo intere zone del Paese sono solo marginalmente poste sotto il controllo dello Stato e in cui l’esercizio del potere è nelle mani di gruppi paramilitari, i quali, a loro volta, mantengono stretti vincoli con gli apparati di sicurezza.

Ciononostante, il caso brasiliano preoccupa tanto per la penetrazione di queste milizie in luoghi del tutto centrali, quali favelas e grandi congiunti abitativi, soprattutto a Rio de Janeiro, e più ancora per la sostanziale assenza di elementi di delimitazione per quanto concerne il suo reticolato di potere. Nel caso colombiano, storicamente, sappiamo, per esempio, che Muerte A Secuestradores, a detta di molti il momento che sanziona la nascita del paramilitarismo in quel Paese, era una sigla criminale finanziata con denaro proveniente dal mondo imprenditoriale, ma i cui confini criminali erano ben delimitati, essendo, da ultimo, un gruppo legato agli esponenti del Cartello di Medellin – tutti personaggi, è bene ricordarlo, pienamente inseriti nella vita pubblica colombiana, da Carlos Lehder al clan Ochoa, passando per José Gonzalo Rodríguez Gacha, alias El Mexicano, e ovviamente Pablo Escobar. Pagati dagli imprenditori, spaventati dalla possibilità di essere rapiti dai guerriglieri dello M-19, e con forti addentellati nelle stesse forze di sicurezza, parimenti, le rispettive sfere di azione almeno con riferimento a questa specifica esperienza, non si sovrapponevano. Lo stesso dicasi per il paramilitarismo di Puerto Boyacá o, già in altro contesto rispetto ai due ora menzionati, per la mai chiarita vicenda legata ai Los Pepes. La Colombia ha pagato e paga ancora oggi un prezzo altissimo alla connivenza dei suoi principali centri di potere con il paramilitarismo. Ma torniamo al Brasile.

Tutti momenti, questi, nei quali si registrano prossimità e connivenze tra mondo del crimine organizzato, ambienti militari e di polizia, politica e mondo imprenditoriale, ma dove assai raramente si sono registrate sovrapposizioni tali da confondere gli ambienti, creando una continuità priva di confini e dai contorni spesso indecifrabili. Con un prestito letterario da Antônio Cândido, si potrebbe dire che quanto concerne le milizie, nella fattispecie nella sua declinazione carioca (ossia riferita a Rio de Janeiro), può essere riconnessa alla più generale dialettica della mascalzonaggine (malandragem), dove i confini tra ordine e disordine vengono ad essere estremamente relativi, comunicando – ordine e disordine – per innumerevoli cammini, così da trasformare ogni personalità ed ogni situazione nel suo contrario.

Nella fattispecie delle milizie, mediante la trasformazione di elementi appartenenti alle forze di pubblica sicurezza in guardie del corpo di potenti bicheiros – come fu il caso di Adriano da Nóbrega, il Capitano Adriano, di cui, con riferimento ai legami con il presidente Jair Bolsonaro e la sua famiglia, mi sono diffusamente occupato in un recente articolo – e di qui in spietati miliziani, più spesso dopo avere formato gruppi di sterminio, come insegna il Massacro della Candelaria. In Brasile, osserva sempre Antônio Cândido, “gruppi e individui (…) mai ebbero l’ossessione dell’ordine, se non come principio astratto, né della libertà, se non come capriccio” (Antônio Cândido, Dialética da Malandragem, Revista Do Instituto De Estudos Brasileiros, 8, 1970, pp. 80 e 86).

L’abbandono del territorio da parte dello Stato, inteso come monopolio della forza pubblica, si è capovolto in Brasile in un costante tentativo di conquista di territorialità da parte di facções e forze di polizia, per lo più afferenti ai vari corpi della Polizia Militare, a ex-poliziotti e ad altre figure a cavallo tra mondo e submondo criminale, che si articolano in milizie, al fine di occupare spazi e di là sviluppare i propri affari. Basta un nulla per dare fuoco alle polveri e aprire un fronte di guerriglia urbana tra il crimine organizzato, stricto sensu, e la popolosa e variegata galassia miliziana. È quello che è accaduto il 20 febbraio del 2017 a Ceará-Mirim (Grande Natal – Stato del Rio Grande do Norte), come descritto nel libro di Bruno Paes Manso e Camila Nunes Dias, A Guerra: a ascensão do PCC e o mundo do crime no Brasil (La guerra: l’ascesa del PCC e il mondo del crimine in Brasile): “Il 20 febbraio del 2017, la morte di un sergente presso Ceará-Mirim, nella grande Natal, provocò una serie di quattordici omicidi nelle ore immediatamente successive all’omicidio”. (Bruno Paes Manso; Camila Nunes Dias, A Guerra: a ascensão do PCC e o mundo do crime no Brasil, Todavia, São Paulo, 2018, Cap. 9, Desequilíbrios, formato Epub).

Le indagini, condotte dal Ministero Pubblico, conclusero che si trattò di un’azione di un gruppo di sterminio, formato da poliziotti e guardie private, il quale agiva nella città agli ordini di un agente della Polizia Militare. Le esecuzioni, ben settantaquattro, come fu appurato, avvennero all’alba, in quartieri poverissimi, di forma casuale, altro non essendo che una forma di vendetta per la morte del sergente. Questo gruppo di sterminio, confermeranno le indagini, operava come servizio di sicurezza privata. Anche Paes Manso e Nunes Dias, come in precedenza Sérgio Buarque de Holanda e in forma più sfumata Antônio Cândido, pongono l’accento sull’estrema fragilità del potere statale, che si è tradotta in una rinnovata guerra combattuta tra fazioni, milizie ed altri attori di rilevanza minore per occupare sempre nuovi spazi all’interno della frastagliata e disordinata geografia criminale brasiliana, il cui dato più sintomatico è lo spaventoso aumento, nel 2017, della tassa di omicidi a Rio de Janeiro, la più alta degli ultimi nove anni.

UNA CRIMINALITÀ MOLTO ORGANIZZATA

Fu soprattutto a partire dagli anni ’60 – ci informa sempre Paes Manso nel suo recente A república das milícias. Dos esquadrões da morte à era Bolsonaro (La repubblica delle milizie. Dagli squadroni della morte all’era Bolsonaro) – che un po’ in tutto il Brasile passò a imporsi una visione vendicativa con riferimento alla giustizia, principalmente a causa di una criminalità sempre più percepita come minaccia reale alla vita dei cittadini. A questo si aggiunsero precipue scelte di carattere abitativo, quali quelle assunte in quegli stessi anni da Carlos Lacerda, all’epoca governatore di Guanabara, il quale cominciò a costruire alcuni di quei complessi abitativi, che costituiscono oggi i ridotti privilegiati dove maggiormente operano fazioni criminali e milizie. Rio das Pedras, per esempio, è uno di questi ridotti, dove il controllo del territorio è avvenuto in stretta connessione tra forze di polizia ufficiali, diciamo, e non ufficiali, il cui successo ha finito per servire da esempio per gli altri bairros confinanti.

La soluzione trovata per controllare il territorio era quella di aumentare in misura massiccia l’elemento della violenza, esercitata contro tutti coloro che non si inquadrassero nei canoni di normalità imposti da questa strana alleanza tra forze di polizia e non meglio precisate forze di sicurezza, che, declinate in ciò che suole chiamarsi polícia mineira, ha costituito l’embrione delle attuali milizie paramilitari. Nascenti milizie, le quali – a differenza di fazioni criminali, quali il Comando Vermelho, che, tuttavia, con i suoi quaranta anni di attività, rappresenta la facção più longeva di tutta l’America Latina – per il tramite delle associazioni degli abitanti dei vari quartieri con le quali erano in stretto contatto, riuscivano spesso ad avere anche referenti politici a livello municipale al fine di ottenere benefici in cambio di voti.

In questo senso, è di estremo interesse, tra gli altri, la vicenda legata al nome di Cesar Maia, il padre dell’ex-presidente della Camera dei Deputati, Rodrigo Maia, e la relazione da questi intrattenuta per molto tempo con Nadinho, commerciante, al secolo Josinaldo Francisco da Cruz, figura apicale dell’associazione degli abitanti di Rio das Pedras. Tali associazioni degli abitanti rappresentano una sorta di braccio gestionale all’interno dei vari bairros dove operano le milizie, le quali, a loro volta, costituiscono il braccio operativo, o, se vogliamo, armato, in tali realtà. Braccio militare, che, tuttavia, sa diventare anche economico, come mostrano i ricchi proventi ottenuti dalle milizie vendendo gas o gestendo servizi, di forma totalmente illegale, quali gas, luce e più recentemente internet.

Milizie, vale la pena ricordarlo, formate da poliziotti, ex-poliziotti e figure borderline tra mondo legale e submondo criminale, le quali mantengono assai spesso una vera e propria continuità con le varie pattuglie, principalmente appartenenti alla Polizia Militare, che in quei quartieri stazionano stabilmente. A Rio de Janeiro, come racconta Paes Manso, vi sono addirittura bairros, che, a seguito della conquista del potere da parte delle milizie a spese della facção che lo governava, si sono visti costruire a tempo di record un commissariato della polizia militare nelle vicinanze. Un modo efficace per consolidare il potere della milizia in quel complesso abitativo e al tempo stesso mandare un messaggio alla fazione criminale, che lo occupava in precedenza, di desistere da eventuali vendette per riprenderselo.

La discesa agli inferi di Rio de Janeiro – nei primi decenni del XX secolo una città, che, pur vivendo situazioni critiche, si manteneva su buoni standard di qualità della vita – è proseguita anche negli anni ’70, avendo rappresentato, il radicalizzarsi della dittatura militare, un momento di decisa accelerazione in questa discesa. Quando venne arrestato per l’ultima volta, nel 1974, Lúcio Flávio si lamentò dell’eccessiva prossimità esistente già all’epoca tra poliziotti dello Squadrone della Morte e il crimine organizzato carioca, mostrando indignazione per questa singolare convergenza di interessi: “Polizia è polizia, bandito è bandito. Non devono mescolarsi, come l’acqua e l’aceto”.

La percezione che sempre si ha, occupandoci dell’espansione delle milizie nel contesto brasiliano, la si potrebbe riassumere con l’icastica espressione di ‘male minore’. A fronte di bairros, spesse volte colonizzati da un crimine organizzato, i cui affari sono principalmente legati al traffico e alla vendita di sostanze stupefacenti, il sorgere delle milizie, con i loro addentellati “legali”, le associazioni degli abitanti e le forze di polizia ufficiali operanti in quel determinato bairro, fu visto come una forma per correggere la stortura sociale secolare di quartieri pianificati per trasformarsi in autentiche bombe a orologeria dal punto di vista dell’ordine pubblico.

Percezione del male minore largamente incoraggiata dalla netta opposizione, almeno agli inizi, da parte delle nascenti milizie con riferimento al traffico e al consumo di droghe nei territori da loro amministrati. Un proposito miliziano, questo, oggi largamente disatteso, come dimostra, nel caso del Complexo de Israel, l’inedita sinergia, se non proprio alleanza, tra narcopentecostalismo e potere delle milizie paramilitari. Uno stato di cose, a tutto vantaggio delle milizie, senz’altro favorito dagli eventi occorsi all’inizio degli anni Duemila tra Rio de Janeiro e San Paolo, tra giornalisti fatti sparire dalle facções (su tutti, il caso del reporter della Rede Globo, Tim Lopes) e il periodo stragista del PCC. Parimenti, però, esistono anche più profonde ragioni di tipo strutturale.

UNA STRUTTURA DI POTERE RIGIDA E LIQUIDA

L’articolazione del potere delle milizie paramilitari all’interno delle zone da loro controllate avviene secondo forme differenti rispetto all’esercizio del potere dei vari Comando Vermelho, PCC o di altre facções criminali. Le milizie, per supplire agli ingenti guadagni altrove provenienti dal traffico di sostanze stupefacenti, fin dall’inizio del loro insediamento esigevano ogni mese, da parte degli abitanti del bairro, ciò che in gergo prende il nome di ‘taxa de segurança’, ossia a dire un contributo, relativamente contenuto, per la difesa che, almeno in teoria, avrebbero dovuto garantire all’interno di quel determinato quartiere. Il contributo, una vera e propria estorsione, aumentava nel caso in cui a ricevere protezione fossero negozi, bar ed esercizi commerciali in genere. Occorre tenere a mente che ogni congiunto abitativo popolare di Rio de Janeiro possiede centinaia di medi, piccoli e a volte piccolissimi esercizi commerciali.

A questi guadagni mensili vanno aggiunti quelli provenienti dalle attività al dettaglio, quali la vendita del gas, o quelle legate alla fornitura di servizi come acqua, energia elettrica, trasporti o anche terreni da vendere o da affittare. Si tratta di un giro di affari milionario, che genera un enorme indotto di riciclaggio di denaro, destinato alle più svariate attività come, in tempi recenti, la costruzione di palazzine, del tutto fuori norma, le quali non di rado, crollando, si lasciano dietro una lunga scia di morti e feriti, come accaduto il 12 aprile del 2019 nella comunità di Muzema, zona ovest di Rio de Janeiro.

Per altro verso, il denaro può anche essere investito in attività lecite al di fuori di Rio de Janeiro, come era solito fare nello Stato di Bahia quell’Adriano da Nóbrega a capo della milizia Escritório do Crime – accusata dell’omicidio della deputata Marielle Franco e del suo autista Anderson Gomes – e assai vicino alla famiglia di Jair Bolsonaro. Il Capitano Adriano, secondo varie risultanze investigative, avrebbe riciclato non solo il denaro della milizia cui apparteneva, ma anche quello proveniente dalle cosiddette rachadinhas e direttamente riconducibile al figlio primogenito del presidente, Flávio Bolsonaro.

La forte penetrazione delle milizie in ampie aree di Rio de Janeiro sorge soprattutto negli ultimi anni, a seguito principalmente della guerra innescatasi, a partire dal 2016, tra PCC e Comando Vermelho, sullo sfondo della più generale questione riguardante l’organizzazione legata al traffico di sostanze stupefacenti. Mentre il Comando Vermelho, a seguito dell’arresto avvenuto nel 2001 di Fernandinho Beira-Mar, perdeva terreno sulle frontiere e cercava di mantenere il controllo sulle favelas e in generale sui più popolari congiunti abitativi carioca, il Primeiro Comando da Capital, mostrando uno spirito imprenditoriale fino allora sconosciuto, spostava progressivamente la base dei propri traffici proprio verso la frontiera, in primo luogo quella col Paraguay.

Il PCC sembrava qui seguire l’intuizione di uno dei suoi avversari, Fernandinho Beira-Mar appunto, il quale, contrariamente alla gran parte dei leader del Comando Vermelho, per primo comprese le potenzialità affaristiche di un cambio di strategia – dal varejo (vendita, ma in questo caso anche acquisto, al dettaglio) all’atacado (vendita, ma, di nuovo, anche acquisto, all’ingrosso) – e di zona di azione – la frontiera con la Colombia e quella col Paraguay – in luogo di grandi piazze di spaccio come Rio de Janeiro e San Paolo. In altri termini, il core business del PCC sotto la guida di Marcola passava dall’acquisto, pur di ingenti quantitativi, e vendita al dettaglio ad acquisti e successiva rivendita all’ingrosso, di droga e armi, recandosi direttamente alla fonte e colonizzando in misura massiccia lo spazio delle frontiere, sfruttando, non da ultimo, anche la scarsa coordinazione tra le forze di polizia dei differenti Stati.

Come messo in luce da un ex-membro del Comando Vermelho, citato sempre da Paes Manso, l’intuizione di Marcola – autentica mente affaristica all’interno del PCC – ebbe tanto successo che la fazione criminale paulista si trasformò in matuto, ossia in fonte di approvvigionamento per la vendita al dettaglio di grandi partite di droga dello stesso Comando Vermelho nelle zone da questi controllate, in particolare Rio de Janeiro. Tale posizione, di relativa debolezza, assunta dal Comando Vermelho venne acuendosi con l’ampliamento delle zone passate sotto il dominio miliziano in alcune specifiche regioni della capitale carioca.

In particolare agli inizi della loro espansione, le milizie paramilitari si presentavano come forza di gestione del territorio di altro tipo rispetto al potere esercitato dalle fazioni criminali. La loro contrarietà allo spaccio di sostanze stupefacenti, unita alle promesse di ordine, stabilità e alleanza con rappresentanti politici e corpi di polizia, rese possibile l’accettazione del loro potere in vari luoghi precedentemente “governati” dal Comando Vermelho. L’alleanza con la polizia può essere riconosciuta come la pietra angolare del potere delle milizie nei vari territori, a causa della fisiologica diminuzione di operazioni di polizia – dunque di sparatorie e situazioni di guerra – che una simile alleanza criminale si porta necessariamente dietro.

Un altro elemento da tenere in considerazione è il capitolo relativo agli investimenti operati dalle stesse milizie nel mercato immobiliare, come si è visto, e più ancora quel fenomeno, diretta conseguenza della mancanza di una pianificazione urbana in molte città del Brasile, compresa Rio de Janeiro, rappresentato dall’esproprio forzoso di terre, la cosiddetta ‘grilagem’, dagli inquirenti ritenuta la possibile causa dell’omicidio della deputata statale del PSOL, Marielle Franco e del suo autista, Anderson Gomes. Il lato impopolare di un simile modello si radica nella costante necessità, per le milizie, di finanziare i propri investimenti in massima parte mediante l’estorsione degli stessi abitanti, che vivono nel bairro da loro controllato.

Uno stato di cose progressivamente tradottosi in una diversificazione delle varie aree di business delle milizie, come è il caso del narcopentecostalismo all’interno del Complexo de Israel, di cui già ci siamo occupati in questo blog, in cui convivono facções e milizie, spaccio di sostanze stupefacenti ed estorsioni e “vendita di servizi” agli abitanti, i quali, in questo modo, sono tiranneggiati da ben due organizzazioni criminali allo stesso tempo. Il sempre più massiccio potere esercitato dalle forze miliziane, non solo a Rio de Janeiro, ha inoltre come corollario una conseguenza tanto più grave sotto il profilo precipuamente politico, potendosi trasformare, tale dominio territoriale, in voti per politici disposti ad appoggiare un simile modello di gestione del territorio, “ciò che produce un comportamento ambiguo da parte delle autorità nel controllare e combattere questi gruppi”. Le milizie, in tal modo, finiscono per funzionare come “uno Stato esternalizzato o appaltato”, preservando il proprio potere locale, di fatto, sostituendo “uno Stato debole e incapace”. (Bruno Paes Manso, A república das milícias. Dos esquadrões da morte à era Bolsonaro, Cap. 3, Epub).

Ultima in ordine di tempo, l’operazione Intoccabili, svolta dalla Polizia Civile e dal Ministero Pubblico di Rio de Janeiro, ha portato alla luce un quadro preoccupante con riferimento all’effettiva penetrazione delle milizie paramilitari all’interno della politica carioca. Nonostante tali consolidate sponde politiche, il dato più cospicuo – e che maggiormente sembra caratterizzare il potere delle milizie – riguarda le notevoli capacità imprenditoriali dimostrate in questi anni, ciò che pone questo sodalizio criminale sullo stesso piano di pericolosità del PCC, a causa della dimostrata capacità di sapersi infiltrare in ambiti economici legali, all’occorrenza stringendo anche alleanze con i più alti esponenti della società civile.

Sotto questo specifico profilo l’azione dei miliziani, prendendo ad esempio quelli operanti a Rio de Janeiro, si presenta particolarmente efficace, potendo, da decenni, beneficiare, come già detto, di consolidate sponde politiche e della continuità, di ambiente e comuni interessi, con corpi di polizia, quali, soprattutto, la Polizia Militare e parzialmente la Polizia Civile. Aspetto, questo, che costituisce il lato liquido della struttura di potere delle milizie paramilitari brasiliane.

Il legame con la politica, anche per via indiretta, come dimostra il caso di Nadinho, unitamente alle coperture offerte alle milizie da parte di colleghi ed ex-colleghi all’interno degli apparati di sicurezza, dentro e fuori Rio de Janeiro, rappresentano in pari tempo il principale elemento di forza e di debolezza delle milizie, il cui potere appare fondato su una forte territorialità, sempre mantenendo una postura di leadership o che ha, comunque, di mira il dominio all’interno di quello specifico territorio. Le milizie non si presentano, dunque, come un potere adattabile, ma, tutto al contrario, come un potere rigido, il quale può anche accettare, per un certo tempo, la “coabitazione” con un’altra organizzazione (come è il caso, appunto, del Complexo de Israel), ma che mai accetterebbe una qualsiasi posizione di secondo piano, men che meno subalterna, rispetto ad altre organizzazioni criminali, ciò che invece avviene, per esempio, nel caso del PCC, laddove os irmãos non abbiano forze sufficienti ad imporre il proprio dominio su un certo territorio.

UN PROGETTO DI POTERE SU SCALA NAZIONALE

La capillare presenza in tutto il Brasile di società di sicurezza private, come pure dei corpi di polizia richiamati poco sopra, sono elementi che rimandano ad una possibile espansione del fenomeno miliziano in aree e regioni, le quali, fino ad oggi, sono state preservate. Il già citato esempio di Ceará-Mirim, cui potrei aggiungere Belém – dove la presenza di milizie, spesso sotto forma di macchine color grigio metallizzato (“o carro prata”), mi è stata confermata da varie fonti con cui ho parlato in questi ultimi due anni – rappresentano campanelli di allarme, di cui occorre tenere conto, perché sembrano confermare che quanto concerne le milizie paramilitari non sia qualcosa di legato in maniera esclusiva ai bassifondi del crimine organizzato, quanto, tutto al contrario, un progetto di potere su scala nazionale, di chi vede – o per un proprio tornaconto vuole vedere – nel potere miliziano un male minore rispetto a quello esercitato dalle varie facções, in particolare da quello, in costante ascesa, del Primeiro Comando da Capital.

“Le classi più alte pagano società di sicurezza private, mentre i poveri come fanno per potersi sentire al sicuro? Lo Stato non ha le capacità per controllare le quasi mille favelas de Rio de Janeiro. Dicono che le milizie chiedono il pizzo, ma io conosco comunità, nelle quali coloro che vi abitano (trabalhadores nell’originale) sono ben contenti di pagare R$ 15,00 per non avere spacciatori nel loro quartiere” (Discorso di Flávio Bolsonaro alla Assemblea Legislativa di Rio de Janeiro nel marzo del 2007). Il male minore, dunque, già da tempo declinato nel quadro di un progetto di potere su scala nazionale. Era il 2007 e chi parlava così era l’allora deputato statale Flávio Bolsonaro, figlio dell’attuale presidente in carica. Da allora ne è passata molta di acqua sotto i ponti, progressivamente allargandosi sempre più la zona grigia, che unisce potere politico e vasti settori della società civile al submondo criminale legato alle milizie paramilitari, soprattutto a Rio de Janeiro, ma con vista sull’intero territorio brasiliano.

La Repubblica delle Milizie, appunto, un potere rigido, perché fortemente legato al territorio, ma, al tempo stesso, liquido, perché agisce in stretta continuità con ambienti politici, economici, quelli riferibili alla pubblica sicurezza, militari e persino ambienti giudiziari. Un appoggio non sempre espresso in maniera nitida, spesso optandosi per ben più invisibili forme di fiancheggiamento, quali insabbiamenti di inchieste o l’adozione di misure di lotta al crimine tese ad evitare, di forma sistematica, ogni possibile interferenza negli affari delle milizie.

Ciononostante, l’esperienza storica, per quel che può valere, dimostra che simili grandi progetti di potere su scala nazionale, pur al prezzo di stragi e massacri di ogni tipo, si sono ogni volta risolti con la sconfitta dell’organizzazione criminale, che aveva tentato l’assalto al cuore dello Stato. Fu così per Pablo Escobar e il suo Cartello di Medellin, fu così per Cosa Nostra egemonizzata dai Corleonesi e fu così, ultimo in ordine di tempo, anche per il PCC pre-Marcola di Cesinha e Geleião.

Quello miliziano è un progetto a bassa intensità, è vero, ma che sta progressivamente alzando il fuoco dello scontro contro lo Stato, ciò che, presto o tardi, potrebbe condurre ad una qualche resa dei conti; a meno che, anche le milizie paramilitari, come a suo tempo accadde al PCC, non decidano di inabissarsi, trasformando ciò che oggi si presenta come un progetto di potere parallelo all’esistenza dello Stato in un più “discreto” progetto di sviluppo di tipo economico. Perché questo avvenga, sarà necessaria una decisa riconversione del potere miliziano, ad oggi ancora troppo legato ad una dimensione militare/territoriale che non a quella più spiccatamente imprenditoriale, che è propria delle principali strutture criminali transnazionali.