Buenos Aires, 24 marzo 1976, ore 03:21

La giunta militare insediatasi dopo aver destituito il Capo di Stato María Estela Martínez de Perón dà lettura del primo comunicato attraverso la Cadena Nacional de Radiodifusión: «Si informa la popolazione che, a partire da questa data, il Paese è sotto il controllo operativo del Consiglio dei Comandanti Generali delle Forze Armate. Si raccomanda a tutti gli abitanti di attenersi scrupolosamente alle disposizioni e direttive emanate dall’autorità militare, di sicurezza o di polizia, nonché alla massima attenzione nell’evitare azioni e atteggiamenti individuali o di gruppo che possano richiedere un intervento drastico da parte del personale operativo».

L’Argentina registrava quindi il settimo golpe nella storia del proprio Novecento e il governo che l’avrebbe retta nei successivi sette anni sarebbe passato alla storia con il nome di Proceso de Reorganización Nacional (PRN) e si sarebbe macchiato di crimini indicibili: migliaia di morti e di desaparecidos, termine entrato nel linguaggio comune grazie all’operato delle giunte che guidarono la nazione sudamericana nel settennato.

Fra gli aspetti meno noti, o più ignorati, del Proceso vi è un marcato antisemitismo

Confrontando le statistiche delle vittime della dittatura, i dati e le testimonianze delle persone internate nei famigerati CCD (Centros Clandestinos de Detención: centri di detenzione clandestina) – luoghi occulti predisposti per l’interrogazione, la tortura e l’eliminazione degli elementi giudicati come sovversivi – la Comisión Nacional Desaparición de Personas (CONADEP) nel 1984 ha scoperto che il PRN causò 10.424 vittime di cui 1.296 furono ebree, vale a dire il 12,43% – cifra ripresa anche dalla Delegación de Asociaciones Israelitas Argentinas (DAIA) nel 2007 – cioè molto di più dello 0,5% rappresentante la componente ebraica della popolazione; i numeri del CONADEP nei decenni seguenti, grazie a ulteriori accertamenti, sono aumentati – i martiri del regime sono saliti a non meno di 30.000 unità – così come le vittime ebree della dictadura cívico-militar: secondo l’Asociación Mutual Israelita Argentina (AMIA) sarebbero circa 1.900. È stato inoltre appurato che le persone di religione ebraica nei CCD subivano un trattamento peggiore – maggiori torture e condizioni di prigionia più infime, ma anche, come raccontato da Jacobo Timerman, direttore del quotidiano «La Opinión» e ospite dei centri di detenzione per più di due anni, ridde di insulti razzisti – per ammissione degli stessi torturatori. 

Non stupisce quindi che il 7 febbraio 1978 nella bonaerense Universidad del Salvador l’ammiraglio Emilio Massera, integrante l’allora giunta a capo della nazione e comandante della Marina che gestiva numerosissimi CCD, tenne un discorso nel quale additò come nemici della civiltà occidentale Marx, Freud e Einstein, vale a dire tre eccellenti personalità della vivace comunità ebraica mondiale. L’antisemitismo pervadeva numerosissimi gangli delle forze armate: il commissario Alberto Villar amava discernere con i suoi collaboratori di Hitler, i generali Luciano Benjamín Menéndez, Cristino Nicolaides, Carlos Guillermo Suárez Mason, Ibérico Saint-Jean incentivavano i loro sottoposti a sviluppare una coscienza antiebraica, mentre il generale Gilberto Hidalgo, il maggiore Ernesto Barreiro e gli ammiragli Horacio Mayorga e Rubén Chamorro erano notoriamente pervasi di odio verso gli ebrei. Invece i generali Acdel Vilas e Ramón Camps erano due delle firme più velenose della rivista anti-israelita «Cabildo». 

Appartenente alla galassia del nazionalismo cattolico argentino, «Cabildo» da subito si connotò per un taglio antidemocratico e favorevole ad una svolta autoritaria in grado di fermare la cospirazione giudeo-marxista. Paradossalmente questo esplicito, totale e sbandierato antisemitismo costò alla revista nel 1977, vale a dire nel pieno del PRN, una breve chiusura poiché nell’occhio del ciclone a causa delle proteste internazionali sollevate da «The New York Times» e da «Le Monde». Ciò non intaccò minimamente le vendite del periodico – fra i suoi collaboratori c’era anche Blas Piñar, leader del partito spagnolo di estrema destra Fuerza Nueva – che nel 1980 superò ogni pubblicazione politica nazionale per numero di vendite. Le proteste della DAIA presso le autorità contro «Cabildo» vennero totalmente disattese. 

In realtà l’intera vita pubblica in quegli anni fu inquinata da un antisemitismo – promosso da figure come il sacerdote Julio Meinvielle, i filosofi Jordán Bruno Genta, Carlos Alberto Sacheri, o l’accademico Walter Beveraggi Allende (altro collaboratore di «Cabildo») – quasi istituzionalizzato, giacché il PRN non lo legittimò esplicitamente.

Questo atteggiamento però non riuscì ad evitare che la condizione della popolazione israelita argentina (la più numerosa del continente) finisse per essere nota all’estero: il 4 marzo 1978 sul quotidiano parigino «Le Monde» apparì un articolo (La tragédie de juifs en Argentine et en URSS) firmato da Marek Halter, ebreo scappato durante l’infanzia dal ghetto di Varsavia nel 1940, in cui veniva denunziata l’esistenza dei desaparecidos e le difficoltà della cittadinanza ebraica nello Stato del Cono Sur.

L’avversione verso gli ebrei poggiava su svariati “motivazioni”: anzitutto il convincimento fossero tutti russi e quindi, beninteso, comunisti; il Paese, infatti, a inizio secolo sulla spinta dei pogrom zaristi aveva subito una forte immigrazione israelita russa e nella popolazione più diffidente si radicò l’idea che “ebreo”, “russo” e “comunista” – quindi distruttore dei valori tradizionali e/o portatore di disvalori distruttivi – fossero sinonimi. Inoltre v’era la comune credenza che la minoranza ebraica fosse, o perché promotrice del capitalismo o perché propugnatrice del comunismo, intrinsecamente infedele all’organismo statale e l’esistenza di numerose istituzioni israelite confermava questa paranoica e delirante lettura della realtà. Infine vi era l’assoluta certezza che la componente ebraica volesse attuare il Plan Andinia (che sarà analizzato in seguito). Secondo lo scrittore e giurista Natan Lerner l’antisemitismo argentino era soprattutto riconducibile a quello francese di Charles Maurras e Robert Brasillach e a quello nazista, ma anche a un sentimento e desiderio di cattolica ispanità da sempre presente nell’animo del cittadino medio.

Paradossalmente la vita della comunità israelita all’interno della nazione continuò indisturbata, senza sconvolgimenti di sorta. Istituzioni (luoghi di culto e preghiera, scuole, club…) non furono vessate dal PRN, continuando a rappresentare un punto di riferimento per la comunità. La dittatura non prese posizione pubblica contro l’ebraismo soprattutto per non irritare Washington (alleato strategico di esiziale importanza), desideroso di non vedere esacerbate le critiche internazionali al régimen che pure per motivazioni storico-politiche aveva il suo avvallo.

L’agosto del 1976 – quando il totalitarismo non aveva compiuto nemmeno sei mesi – fu un mese foriero di violenze per la popolazione ebrea argentina. Il 1 fu scoperta una bomba dentro una sinagoga di Buenos Aires, tre giorni più tardi alcune banche e aziende israelite furono vandalizzate da raffiche di mitra, il 24 una bomba detonò dentro un centro culturale ebraico, il 27 due templi vennero vandalizzati e nei giorni seguenti un club ebreo a Córdoba subì la deflagrazione di un ordigno. Le cose non migliorarono in settembre visto che il 4 accadde un attentato ad una scuola nel quartiere bonaerense Flores e a un tempio nella Capital Federal a cui seguirono, nei giorni successivi, atti terroristici a una società e a una banca ebraica a Córdoba. La DAIA rilasciò un comunicato di denunzia in cui riferì di una «ripetuta e sistematica campagna di antisemitismo».

Tutte queste azioni vennero rivendicate dal Frente Nacional Socialista Argentino (FNSA), organizzazione neonazista fondata negli anni sessanta da Klaus e Horst Eichmann, figli di Adolf, uno dei maggiori coordinatori dell’Olocausto.

È necessario ricordare che al termine del secondo conflitto bellico numerosi criminali di guerra nazionalsocialisti – fra questi: Ludolf von Alvensleben, Walter Kutschmann, Josef Mengele, Wilfred von Oven, Erich Priebke, Eduard Roschmann, Josef Schwammberger – transitarono o si stabilirono in Argentina approfittando della vicinanza ideologica prima della Revolución del 43 – che solo nel marzo del 1945 decise di dichiarare guerra a Berlino – quindi di Perón – estimatore del regime mussoliniano – con le potenze dell’Asse; recenti scoperte hanno infine appurato che già fra il 1941 e il 1943 ben dodicimila nazisti si erano trasferiti nel paese sudamericano

L’infiltrazione nazista in Argentina

A ragione di ciò è paradossale constatare che pochi decenni prima la nazione visse la fobia nazionalsocialista temendo che la minoranza tedesca si trasformasse in una quinta colonna nazista. Che i tedeschi di estrema destra presenti nello Stato si riunissero fra loro non era di per sé una novità, così come non lo era lo spirito antisemita che spesso li animava: la rivista non politica degli espatriati austriaci «Die Watch» ne fu un chiaro esempio.

Effettivamente parte degli immigrati germanici accolse entusiasticamente la salita al potere di Hitler – il quotidiano in lingua tedesca «Deutsche La Plata Zeitung» in questo senso fu rappresentativo – mentre a Berlino i gerarchi stabilirono che i compatrioti emigrati sarebbero dovuti divenire rappresentanti esteri del III° Reich; non a caso l’ambasciatore von Thermann, poco dopo l’ascesa di Hitler, comunicò agli imprenditori connazionali in Argentina di “degiudeizzare” le proprie fabbriche.

Nel 1931 nacque il Partido obrero del Nacional Socialismo Alemán (NSDAP) che fin da subito coltivò ottimi rapporti con la Legión Cívica Argentina, gruppo paramilitare il cui leader José Félix Uriburu con il golpe del 6 settembre 1930 diede inizio alla Década Infame poi interrotta dalla Revolución del 43.

Nel 1933 il Partido obrero del Nacional Socialismo Alemán e la Legión attaccarono al Luna Park di Buenos Aires gli ebrei che protestavano contro lo NSDAP, quindi assaltarono il Colegio Pestalozzi, una delle poche istituzioni tedesche antihitleriane (assieme al quotidiano «Argentinisches Tageblatt»), e infine incendiarono il Teatro Cómico giacché ospitava una commedia che ridicolizzava il Cancelliere tedesco.

Il 10 aprile 1938 al Luna Park andarono in scena le celebrazioni per l’Anschluß.

Nella struttura indoor porteña avvenne la più grande manifestazione nazionalsocialista al di fuori della Germania, vi accorsero fra le dodici e le ventimila persone festanti in un tripudio di svastiche, braccia tese e divise; era presente anche la numerosa delegazione della Alianza Libertadora Nacionalista – sorta di nuova reincarnazione della Legión Cívica Argentina – il cui foglio «Combate» era esplicitamente anti-israelita. Negli anni successivi il secondo conflitto bellico l’antisemitismo di Alianza ebbe una recrudescenza: per i quartieri della Capital Federal iniziò a comparire la scritta “Haga patria, mate un judío” e accaddero i primi attentati terroristici a istituzioni ebraiche. 

Dopo la Notte dei cristalli la comunità israelita bonaerense dichiarò una settimana di lutto e il boicottaggio dei prodotti tedeschi, senza ricevere la solidarietà o il sostegno delle istituzioni nazionali.

L’anno seguente però il Presidente Roberto Marcelino Ortiz denunziò in Parlamento l’infiltrazione nazionalsocialista nel Paese e iniziò a porvi freno vietandone le manifestazioni e facendo chiudere alcune scuole tedesche (autentiche casse di risonanza del regime hitleriano). Due anni più tardi una commissione parlamentare iniziò a indagare sulle attività anti-argentine (leggasi: naziste) e fioccarono numerosi procedimenti legali.

Il Plan Andinia

L’FNSA inizialmente fu un movimento d’opinione con cui i fratelli Eichmann cercarono di ottenere il rimpatrio del padre catturato dal Mossad nel maggio 1960, ma dopo la condanna a morte e l’esecuzione del SS-Obersturmbannführer divenne un’organizzazione dedita ad azioni antiebraiche – nell’ottobre del 1962 compì un attentato a una sinagoga a Florida, nel quartiere bonaerense Vicente López – puntualmente rivendicate con dichiarazioni di guerra contro «la plutocrazia bolscevico-giudea». Inoltre, attraverso la rivista «Rebelión» propagandò le proprie idee antisemite.

L’attività dell’FNSA finì per attirare l’attenzione del Movimiento Nacionalista Tacuara, organizzazione politica nata nel 1958 e fondata fra gli altri da Alberto Ezcurra Uriburu (parente di José Félix Uriburu) e José Baxter (complessa figura rivoluzionaria). Nazionalista, ultracattolica, nazistoide e cospirazionista antisemita (la sua revista «Ofensiva» era un concentrato di complottismo), Tacuara in nemmeno un decennio di attività compì più di quaranta attentati spessissimo ai danni della popolazione ebrea. Nel giugno 1962 rapì e torturò un ragazzo e una ragazza di religione ebraica sfregiandone i corpi incidendoli con delle svastiche, due anni più tardi uccise Raúl Alterman, “colpevole” di essere sia ebreo che simpatizzante di sinistra. In continuo contatto con gli esuli nazisti, Tacuara iniziò ad adottare usi e costumi (saluto romani, divise…) nazionalsocialisti, ma a causa dell’interna disomogeneità politico-ideologica – la disputa fra peronisti e anti-peronisti era feroce – finì per sfaldarsi.

In un numero di fine 1963 «Rebelión» presentò un articolo (non firmato) intitolato Argentina, ¿colonia de Israel? La Républica de Andinia y un nuevo Estado judío en la Argentina secondo cui la comunità ebraica mondiale era intenzionata a dominare il mondo a partire dall’Argentina, che proprio per questo sarebbe stata sapientemente condotta alla decadenza morale e politica e poi privata di parte del territorio nazionale che sarebbe divenuto uno Stato israelita; l’intera operazione, secondo il pezzo, era stata chiamata Plan Andinia. Il paranoico breviario ultracomplottista antisemita – partorito dalla mistificatrice fantasia dei fratelli Eichmann – divenne una sorta di Protocolli dei Savi di Sion australe e attecchì subito finendo per divenire uno dei cavalli di battaglia dell’estrema destra. 

Già nell’anno successivo il peronista di destra Juan Carlos Cornejo Linares pubblicò il libro El nuevo orden sionista en la Argentina in cui sosteneva che il sionismo volesse distruggere il peronismo, mentre nel 1965 venne edito il manoscritto El Plan Andinia o el nuevo estado judío

Fra la fine degli anni sessanta e l’inizio degli anni settanta, il Plan Andinia divenne sempre più argomento corrente nel dibattito pubblico, soprattutto perché propugnato instancabilmente da Walter Beveraggi Allende che nel 1972 fece circolare illegalmente (e sotto pseudonimo) in ambienti militari e sindacali un pamphlet intitolato Protocolos de los Sabios de Sion y la subversión mundial, mentre nel 1975 con il libro La inflación argentina indicò la popolazione israelita come la responsabile della disastrata economia nazionale, invece nel 1976 il manoscritto Del yugo sionista a la Argentina posible gli venne addirittura censurato. 

Gli Ebrei e il PRN

Nel settembre 1976 il rabbino Morton Rosenthal, direttore del dipartimento latinoamericano dell’Anti-Defamation League, avvertì Robert Hill, ambasciatore USA a Buenos Aires, della preoccupante escalation antisemita in corso. 

Il 13 settembre 1976 Editorial Milicia – casa editrice che presentava scritti come Cristo no es judío di Houston Stewart Chamberlain, Nosotros los racistas di Gaston-Armand Amaudruz – venne fatta chiudere. Il «New York Times» ne diede notizia il giorno successivo con un trafiletto a pagina 16, riportando le preoccupazioni della comunità israelita argentina, sempre più terrorizzata dalle violenze e dalla letteratura antisemita circolante nel Paese. Milicia (un articolo del 13 agosto 1976 del «Detroit Jewish News» ci fa sapere che descriveva se stessa come «l’unica casa editrice in tutto il mondo dedita alle pubblicazioni dei testi fondamentali del nazionalsocialismo») riaprì – con la denominazione Ediciones Odal – il mese seguente, poiché solo poche opere del suo catalogo erano state vietate. La casa editrice aveva iniziato la propria attività nel 1975 e all’interno del suo campionario vi erano due serie Biblioteca de formación doctrinaria e Más alla de la mentira, entrambe dirette da Federico Rivanera Carlés – già autore del libro Los judíos y la trata de blancas en Argentinadirettore della radio pubblica bonaerense durante la terza presidenza Perón (negli anni ottanta fonderà un piccolo partito neonazista Movimiento Nacionalista Social). Prima del golpe del 24 marzo 1976, stando ad alcune dichiarazioni del terrorista cileno di estrema destra Enrique Arancibia Clavel, Rivanera Carlés era un membro della Triple A di José López Rega e, secondo quanto riportato dalla giornalista Stella Calloni nel libro Los años del Lobo, a detta di Horacio Verbitsky Rivanera era anche responsabile di sequestri e omicidi; mentre Juan Gasparini in La fuga del Brujo ci informa che Rivanera era entrato nella Triple A assieme ad altri membri della Milicia Nacional Justicialista, movimento di chiaro stampo peronista già dal nome. 

José López Rega, prima maggiordomo di Perón quindi consigliere plenipotenziario del vecchio generale, è forse la figura più sinistramente oscura della storia contemporanea argentina.

Cantante fallito, quindi poliziotto a guardia della Quinta de Olivos durante le prime presidenze peroniste (1946-55), negli anni sessanta riallacciò i rapporti col generale quando presso la loggia massonico-spiritista Anäel incontrò Isabel Martínez de Perón, più nota come Isabelita, terza moglie del presidente esiliato. I due, complice l’interesse verso l’esoterismo – ragion per cui López Rega fu soprannominato el Brujo: lo stregone – divennero ben presto inseparabili, tanto da far nascere voci su una loro presunta relazione amorosa. Fu Isabelita a introdurre Rega alla corte spagnola del consorte che, dopo un’iniziale diffidenza, iniziò a delegare al Brujo la propria agenda personale, finendo per venirne profondamente influenzato. Dopo aver vinto le presidenziali del settembre del 1973, Perón premiò il fedele Rega insediandolo nel Ministerio de Bienestar Social dove, in maniera occulta e con finanziamenti statali, lo Stregone costituì l’organizzazione armata Alianza Anticomunista Argentina (AAA o Triple A), intimamente antisemita, che iniziò fin da subito, con attentati e omicidi, una spietata guerra contro il peronismo di sinistra

Una capostipite della Triple A può essere individuata nella Liga Patriótica Argentina che nella Semana Trágica (7-14 gennaio 1919, contemporaneamente quindi alla Rivolta Spartachista berlinese) diede sfogo al proprio odio antisemita. 

La Semana era iniziata quando gli operai della fabbrica bonaerense Talleres Vasana iniziarono uno sciopero protestando per avere migliori condizioni lavorative; per riportare l’ordine il governo – presieduto dal Presidente Hipólito Yrigoyen, fra i fondatori del partito Unión Cívica Radical – non si fece scrupoli nell’usare squadracce parapoliziali a cui fu data carta bianca, la più nota di queste fu la Liga Patriótica Argentina. Le rivendicazioni operaie infatti avevano allarmato le altolocate famiglie porteñas e alcuni giovani esponenti di queste, anelando a gruppi di autodifesa, trovarono un aiuto negli ammiragli Manuel Domecq García ed Eduardo O’Connor che li armarono. All’interno della Liga – organizzazione cattolicissima, nazionalista, autoritaria, anticomunista, anti-anarchica, razzista (non a caso i suoi slogan erano “Fuera los extranjeros” e “Mueran los judíos”), fascistoide nella vocazione oltreché nella metodologia – trovarono spazio personalità di spicco della nazione, come il generale Luis Dellepiane, monsignor Miguel de Andrea, il politico Federico Martínez de Hoz (avo di José Alfredo, Ministro dell’Economia durante il PRN) e l’ingegnere Antonio Lanusse (cugino del generale Alejandro, ultimo Capo di Stato emerso dalla Revolución Argentina). Approfittando dell’atmosfera di assoluta confusione e instabilità nella capitale, squadre d’azione della Liga si recarono il 10 gennaio nel quartiere ebreo Once dove attaccarono e assaltarono i negozi, la biblioteca Poalei Sion e il quotidiano «Avangaard». Dopodiché aggredirono la popolazione locale picchiandola selvaggiamente, torturandola con rara efferatezza nella pubblica via, per poi abbandonarsi a irruzioni nelle case, furti, rapine e stupri. Non furono mai effettuati dei conteggi delle vittime di quello che fu a tutti gli effetti l’unico pogrom nel continente americano, ma gli studiosi concordano su una cifra intorno ai 1300 morti, la cui metà era di religione ebraica. Solo dopo più di trent’anni (luglio 1975) si iniziò a studiare, discutere, riflettere e a processare alcuni dei protagonisti di questi tragici fatti.

Ideologicamente vicina al peronismo di destra, a López Rega (dal Ministero di Previdenza Sociale riceveva dei fondi) e alla Triple A, vi era la rivista «El Caudillo», il cui direttore e fondatore Felipe Romero era stato membro di Tacuara. Il motto del settimanale era “El mejor enemigo es el enemigo muerto” e fin da subito si contraddistinse per un antisemitismo complottistico e spietato – le vignette presenti erano una collezione di perfidie antiebraiche – secondo «El Caudillo» gli ebrei erano a capo di un complotto internazionale che vedeva nel capitalismo statunitense e nell’ateismo sovietico i propri baluardi. 

Il fatto che il peronismo abbia avuto un tratto decisamente antiebraicononostante al suo interno trovassero spazio in ruoli importanti personalità ebree (come il dirigente sindacale Angel Perelman o il sottosegretario del Ministero delle Relazioni interne Abraham Krislavin) e nonostante godesse dell’appoggio dell’Organización Israelita Argentina – non deve sorprendere. Infatti membri di spicco del Partido Justicialista erano apertamente antisemiti, basti pensare all’antropologo Santiago Peralta che nel 1943 aveva pubblicato il libro La acción del pueblo judío en la Argentina

Inoltre, come sostenuto da Daniel Lvovich, autore del libro Nacionalismo y antisemitismo en Argentina, lo Stato del Cono Sur era l’unica nazione sudamericana in cui era vigente una cuestión judía e questa era presente ancora prima dell’avvento sul proscenio politico di Perón. Secondo Leonardo Senkman, nella sua opera El antisemitismo en la Argentina, l’antiebraismo è sempre stato un «fenomeno endemico» all’interno della república federal.

Con la caduta di Perón l’antisemitismo non cessò, a questi si aggiunse anche un’ondata di antisionismo frutto anche dei rapporti che Buenos Aires coltivava con la Lega Araba che nel paese latinoamericano aveva anche una propria revista: «Nación Árabe».

Nel gennaio 1977 l’ambasciatore statunitense Hill in un cablogramma a Washington scrisse: «il sentimento antisemita esiste in varia misura all’interno delle forze di sicurezza e anche nella popolazione in generale». Nel 1979 la scuola rabbinica Yashiva della capitale subì un attacco, l’anno successivo le minacce telefoniche alle scuole ebraiche erano ormai quotidiane e in agosto tre ordigni colpirono altrettanti istituti scolastici. Il 28 ottobre 1980 nel programma televisivo Videoshow di Canal 9 il noto giornalista Enrique Llamas de Madariaga intervistò l’ingegnere ebreo Jaime Rozenblum ponendogli una sequela di domande offensive sul ruolo degli israeliti nella società, ad esempio: «Se gli ebrei sono stati perseguitati per quattromila anni ci deve essere un motivo, non credi?». Una risposta all’ingiuriosa e volgare, financo imbarazzante, intervista di de Madariaga venne data dal rabbino Marshall Meyer al quotidiano porteño destinato alla comunità anglofona «Buenos Aires Herald», praticamente il solo foglio – assieme a «La Opinión» di Jacobo Timerman – a trattare il tema dei desaparecidos: «Il fatto che una tale serie di domande possa essere stata fatta a un ebreo argentino in un canale televisivo del governo e nell’ora di punta dovrebbe essere sufficiente per riempire di orrore i cuori non solo di un qualunque ebreo argentino se non di qualunque argentino di mente aperta».

La DAIA si accorse con stupore ma troppo tardi dell’accanita repressione che il PRN riservò alla comunità ebraica; non a caso nel 1979 con una manifestazione pubblica le Madres de Plaza de Mayo chiesero alla Delegación di denunciare l’accanimento del Proceso verso la popolazione israelita. Per segnalare i soprusi della dictadura cívico-militar verso i propri correligionari il giornalista Herman Schiller creò nel 1977 la rivista «Nueva Presencia», lo stesso Schiller nel 1980, assieme al rabbino Meyer, fondò il Movimiento Judío por los Derechos Humanos (MJDH).