Lo scorso 24 maggio il professor José Miguel Cruz dell’Università Internazionale della Florida sulle colonne del salvadoregno El Faro ha scritto uno di quegli articoli, che, dopo averlo letto, chiunque penserebbe che il Professor Cruz ha il dono della preveggenza. Un articolo drammaticamente rivolto al buio futuro, che sembra attendere El Salvador sotto la presidenza del sempre più autoritario Nayib Bukele

Cruz si sofferma sui nemici interni, che non esistono, ma che l’attuale presidente in carica utilizza come strumento per costruire la propria narrazione al fine di personalizzare ogni singola questione, che possa sorgere nell’agone politico, e svuotare la già fragile democrazia salvadoregna di qualsiasi contenuto pluralista e rappresentativo. Qual è l’obiettivo di dare vita ad uno Stato autoritario su questa sponda dell’Atlantico, nel 2021, sembra domandarsi José Miguel Cruz? 

La domanda, lungi dall’essere peregrina, fa rilucere in un instante, non solo il piano autoritario di Bukele, ma, parimenti, anche quello di Bolsonaro in Brasile. La tesi esposta da Cruz nel suo articolo è – almeno in parte – trasponibile anche al caso brasiliano. Spesso, in questi anni, ci siamo domandati quale fosse e per quali vie potesse realizzarsi il piano di potere del bolsonarismo. Fuori dai denti: uno Stato autoritario, punteggiato di parvenze di democrazia (per certi versi anche la dittatura lo era), ma per fare cosa? Anche a questo proposito il parallelo con la situazione salvadoregna può aiutare a dare una prima risposta. 

Cruz nel suo articolo menziona come il progetto di Bukele coincida, in ultima istanza, con la creazione di uno Stato corporativista del ventunesimo secolo. Corporativista e latinoamericano, aggiungo io, la qual cosa non è un dettaglio da poco. Latinoamericano nel senso sempre esposto da Cruz, ossia consistente in un “filtraggio” dei diritti dei cittadini e dell’accesso a benefici e risorse amministrati dallo Stato, distillati dal cerchio magico creatosi attorno alla figura messianica del Presidente di turno

Nel caso brasiliano, questo potrebbe tradursi in una affermazione autoritaria all’interno di una struttura di governo che già è, nei fatti, di tipo militare, contandosi più di seimila membri delle Forze Armate con incarichi governativi nell’Esecutivo di Jair Bolsonaro. Una dinamica, magari condita da rivolte armate dei corpi di polizia (motim) sotto forma di scontri di piazza, che, nel caso di una qualche reazione, finirebbero per fare il gioco dello stesso Bolsonaro, e rispetto alle quali pesa l’incognita dell’esercito, le cui alte sfere, almeno a parole, si sono dissociate dalla postura bolsonarista tesa a sovvertire l’ordinamento democratico. 

Quello che preoccupa, però, sono quelle frange, anche alti gradi, delle forze armate che non si sono espresse, e la vastissima componente rappresentata dai cosiddetti elementi di baixa patente (gradi inferiori di un corpo militare). A questa altezza del mandato presidenziale più surreale della storia brasiliana, con un presidente antisistema, tuttavia necessariamente parte dello stesso, ciò che di cui siamo a conoscenza è la apparente contrarietà a qualsiasi avventurismo autoritario da parte di taluni, invero pochi, alti papaveri delle forze armate brasiliane, senza, tuttavia, sapere quale sia la complessiva situazione presente nei vari quartéis (caserme). Si tratta, io credo, di uno stato di cose assai più fluido di quello che i vari Mourão e gli alti comandi dell’esercito vorrebbero far credere. 

Cosa succederebbe il giorno dopo una eventuale vittoria di Lula, dopo un ballottaggio al secondo turno proprio contro Bolsonaro? Siamo sicuri che l’ex-capitano riformato e il suo esercito delle tenebre accetterebbero di buon grado il risultato delle elezioni, che altro non è, se non il riconoscimento di una normale dialettica democratica? Ossia a dire, tutto ciò che il deputato Bolsonaro ha sempre rifiutato in più di trent’anni di attività politica. Come sappiamo, almeno dal famoso ultimo discorso di João Goulart, tenuto allo Automóvel Clube di Rio de Janeiro il 30 marzo 1964, l’esercito brasiliano, come struttura di potere, sa adattarsi alle contingenze, seguendo il ritmo della musica che viene suonata in quel preciso momento. 

E poi c’è l’elemento PT (Partido dos Trabalhadores), una sorta di ossessione di ogni destra brasiliana, al punto che durante le ultime elezioni l’antipetismo è stato un collante perfetto al fine di mettere la sordina ad ogni differenza sul piano politico tra la varia gentucca che “surfò” l’onda bolsonarista. Al presente, pur rimanendo ben poco di quella prima esperienza, ciononostante, nel suo ridursi di numero, il bolsonarismo si è maggiormente definito sotto il profilo identitario, collimando sempre più con le sue origini olaviste (leggasi Olavo de Carvalho) – quindi oscurantiste, antimoderne, antisistema ed eversive – da un lato, mentre, dall’altro, appare in maniera incontrovertibile la sua natura truculenta ed antidemocratica, veicolata da una decisa e diffusa recrudescenza della violenza esercitata sulla popolazione da parte dei corpi della Polizia Militare e Civile (dal massacro del Jacarezinho fino alla violenza gratuita esercitata contro manifestanti pacifici nel corso delle proteste del 29 maggio scorso).

In un articolo risalente all’anno passato, durante le violente proteste per la morte di George Floyd negli Stati Uniti, la giornalista del New York Times, Jamelle Bouie, ben sintetizzò ciò che in Brasile può intendersi con il termine motim: “una affermazione di potere e impunità”, la quale, “più che calmare la situazione e riportare l’ordine per le strade, tende ad infiammare e ad agitare ulteriormente i manifestanti”.

Una definizione, che è al tempo stesso una sintesi icastica di ciò che è avvenuto sabato 29 maggio, durante la manifestazione contro Bolsonaro svoltasi a Recife, capitale dello Stato nordestino del Pernambuco, nella quale elementi della Polizia Militare hanno sparato proiettili di gomma a caso e ad altezza d’uomo, colpendo due persone, non manifestanti, che tornavano a casa dal lavoro, le quali hanno perso entrambi un occhio

In questo specifico caso, si va addirittura oltre le parole di Jamelle Bouie, perché, come mostrano le immagini, non vi era nessuna situazione da calmare, né ordine da riportare, caratterizzandosi, tutto al contrario, come un atto di violenza in divisa vigliacco e compiuto al fine di scatenare reazioni da parte dei manifestanti, che, per fortuna, non vi sono state. 

Azioni violente e scioperi da parte della Polizia Militare sono vietati dall’articolo 142 della Costituzione brasiliana, la quale recita espressamente che “ai membri delle Forze Armate e della Polizia Militare sono proibite la sindacalizzazione e lo sciopero”. Una proibizione, che, nel 2017, fu estesa dal Supremo Tribunale Federale anche ai membri della Polizia Federale e Civile. Nonostante questo, la storia più recente del Brasile è costantemente punteggiata di scioperi e rivolte in seno al corpo della PM e da quando Bolsonaro è stato eletto simili manifestazioni di dissenso non hanno fatto che aumentare. 

Vi è qualcosa di profondamente strabico in queste manifestazioni, le quali, il più delle volte, sono rivolte contro i governatori, ma talvolta possono anche avere aspetti di critica nei confronti del Presidente, il quale, per altro verso, rappresenta il vero brodo primordiale, nel quale simili manifestazioni sguazzano. Può sembrare, a tutta prima, un controsenso, ma non lo è, considerando che parliamo di una figura, Bolsonaro, il quale ci tiene ogni volta a vendere di se stesso l’immagine del presidente suo malgrado, anti-sistema, appunto. Uno strabismo per mezzo del quale i vari corpi di polizia brasiliani possono anche criticare singole iniziative del governo, pur mantenendo una certa cautela ad affondare il colpo nei confronti del Presidente. Perché questi, da ultimo, è l’establishment contro l’establishment

Guardando ad eventi e scioperi condotti dalle due corporazioni, Polizia Militare e Polizia Civile, negli ultimi anni – dal motim del 2017 nello Stato dello Espírito Santo, quello del 2020, assai più grave e sanguinoso, nel Ceará, i recenti fatti accaduti nella favela del Jacarezinho a Rio de Janeiro, dove, forse, si ha la peggiore situazione delle corporazioni di polizia di tutto il Brasile, per finire con i proiettili di gomma sparati a Recife contro inermi cittadini senza che nessuno, a quanto pare, avesse dato l’ordine di sparareviene da porsi la domanda riguardante la possibilità di motim coordinati, diffusi sul territorio e a bassa intensità

Interrogativo accompagnato da un altro, forse ancora più grave: i corpi di Polizia Militare e Civile, in Brasile, agli ordini di chi stanno rispondendo? La PM dovrebbe rispondere ai governatori, ma i recenti fatti citati fanno sorgere il dubbio che questa, in almeno quattro Stati (Ceará, Pernambuco, Rio de Janeiro e Espírito Santo, ma farei attenzione anche al Goiás), si stia in massima parte autogestendo, venendo solo a posteriori (quando viene!) il controllo sulle azioni condotte e le eventuali sanzioni, le quali, tuttavia, non sembrano mai avere un carattere neppure lontanamente comparabile ai gravi atti commessi dai vari membri delle forze dell’ordine. 

A Rio de Janeiro, va detto, la situazione dell’ordine pubblico è ormai assimilabile un far west, tra dominio delle varie facções criminali e quello delle cosiddette milizie, il cui carattere ibrido rende difficile tracciare linee di separazione tra questo potere paramilitare e il potere delle forze di sicurezza effettive

Immaginando una sconfitta di Bolsonaro alle prossime elezioni, questi focolai di sovversione in divisa come si comporteranno? Resteranno chiusi nei loro quartéis, accettando il risultato del libero gioco democratico o tenteranno colpi di mano, trasformandosi in guardie pretoriane del loro “Mito”? Commetteremmo un errore di prospettiva, se incastrassimo una simile dinamica entro gli angusti confini della parola golpe, magari connotandola secondo il significato da questa assunto nel corso del XX secolo. 

Il bolsonarismo sfugge a questo tipo di analisi, di organizzazione di un progetto eversore. Il bolsonarismo è sì figlio della complessa storia brasiliana, ma è un figlio totalmente radicato nel nuovo millennio, di cui, come anche osservato da João Cezar de Castro Rocha, ha adottato perfettamente gli stilemi comunicativi, a partire dalle prime e carbonare lezioni tenute da Olavo de Carvalho su YouTube, che fin dal suo inizio all’alba degli anni 2000, dunque all’inizio dell’era Lula, cominciò a erodere spazio culturale alle sinistre. 

Un processo entro il quale internet ha rivestito un ruolo fondamentale, perché buona parte di quei giovani allievi di Olavo all’epoca, rappresentano adesso le cuspidi delle tenebrose armate bolsonariste in ambito politico-culturale. Una generazione, la cui formazione (para)culturale è passata in massima parte da testi e documenti, spesse volte totalmente inattendibili sotto il profilo filologico, letti e metabolizzati a mezzo internet, senza alcuna interrogazione condotta su libri cartacei e men che meno all’interno di circoli intellettuali a loro volta formatisi entro il perimetro di una università o almeno di una biblioteca. 

Indagare i nessi di connessione tra fruizione culturale, affermazione di nuovi codici e consacrazione del bolsonarismo come riconosciuto fenomeno di massa sarebbe un lavoro del tutto meritorio da svolgere, al fine di comprendere come questo non sia riducibile ad un semplice inciampo della storia brasiliana e nemmeno riconducibile ad una corrente troppo semplicisticamente definibile come neopopulista. 

Il bolsonarismo è un fenomeno complesso, all’interno del quale si mescolano tic secolari della società brasiliana – quale, ad esempio, una messianica visione delle Forze Armate – e metodi di comunicazione, che appartengono interamente al nuovo millennio. Per altro verso, come ripetuto da Castro Rocha, il fenomeno Bolsonaro non si è plasmato solamente tra YouTube e le varie reti sociali, avendo cominciato a prendere forma, come amorfo movimento di destra, in quelle piazze che, da sempre, in Brasile erano state luogo di lotta delle forze politiche di sinistra

Un movimento amorfo di destra, che possiamo far risalire alle turbolente giornate del 2013, da cui sarebbero in seguito discese le due principali correnti all’interno della autoritaria destra brasiliana di oggi: da una parte il lavajatismo, che, dopo le recenti brucianti sconfitte patite ad opera del Supremo Tribunale Federale, si sta silenziosamente ricomponendo, e dall’altra il bolsonarismo

Si tratta di due forze, come detto, autoritarie, dove la prima, tuttavia, mirando ad un autoritarismo di tipo giudiziario, dovrà sempre delegare il potere politico ad un qualche rappresentante, come avvenuto nel 2018 con Bolsonaro. Il bolsonarismo, al contrario, è un autoritarismo munito di progettualità politica, solo che una simile progettualità, per forza di cose, finisce per entrare in collisione col pluralismo politico proprio di una democrazia, la cui legittimità si fonda sulla separazione dei poteri e sulla primazia riconosciuta al dettato costituzionale. 

Il bolsonarismo, che trascende la stessa figura di Bolsonaro, può accettare le regole della democrazia soltanto nella misura in cui queste siano curvate al fine di mantenerlo al potere. Detto in termini più semplici, fino a quando vince, il bolsonarismo non ha bisogno di assumere la sua postura di guerra, entrando in conflitto con la democrazia. Fino a quando vince, appunto, per questo, oggi, occorre interrogarsi sui possibili sviluppi legati ad una sconfitta di Bolsonaro alle prossime elezioni.

E pensare che nel 2016 sarebbe bastato far terminare alla presidente Dilma Rousseff il proprio mandato presidenziale e da parte della Corte Suprema mantenere dritta la barra nei confronti dei reiterati atti sovversivi portati avanti dalla Lava Jato di Curitiba per non ritrovarci in questo cul-de-sac politico, istituzionale e sanitario, dove il padrone della narrazione, seppur in una fase decadente, è – per usare le parole dell’ex-Presidente della dittatura, Ernesto Geisel – “um mau militar”.

In una situazione come quella appena descritta è logico che generi allarme la volontà dell’Esecutivo di diminuire il potere dei governatori dei singoli Stati sulla Polizia Militare, come previsto da un progetto di legge in transito alla Camera, presentato dalla cosiddetta bancada da bala (letteralmente schieramento della pallottola), una formazione composta da deputati di differenti partiti a favore di un maggiore uso delle armi da fuoco, il quale prevede la creazione di una lista triplice per la scelta del comandante generale della Polizia Militare in un determinato Stato e l’obbligo per il governatore di giustificare l’eventuale esonero del comandante, qualora questo abbia luogo. 

Oggi questa giustificazione di esonero non è prevista, lasciandosi al governatore ampia discrezionalità nella scelta degli uomini posti a dirigere la Polizia Militare del proprio Stato. Relatore di questo progetto è il deputato Capitano Augusto (altro disastro del bolsonarismo è avere riempito il Congresso di capitani, colonnelli e altre figure militari, il più delle volte autentiche caricature umane a cominciare dal cambio del proprio nome), il quale ha dichiarato che i suoi colleghi della bancada da bala avrebbero firmato una richiesta di urgenza, affinché un simile progetto venga votato entro la fine di questo primo semestre del 2021. Si tratta di un disegno di legge, la cui stesura originaria risale al 2001, che viene ripresentato oggi, in piena erosione democratica, nel dichiarato intento di sottrarre ulteriore spazio alla politica a tutto vantaggio dell’elemento militare, qui declinato nell’ottica di una corporazione di polizia. 

Niente di nuovo sotto il sole, ciononostante preoccupante per la tempistica. Da mesi, ormai, la narrazione bolsonarista sta battendo in ritirata, sotto gli attacchi di una sempre più inarrestabile pandemia, che ha trovato in Bolsonaro e nel suo gabinetto parallelo al Ministero della Salute un formidabile alleato. Manifestazioni, panelaços, caduta nei consensi, pur mantenendosi quello zoccolo duro di fanatici di cui il Presidente ha bisogno per poter andare almeno ai “supplementari” alle presidenziali del prossimo anno, cui, da ultimo, si è aggiunta la sempre più precaria situazione del Ministro dell’Ambiente, Ricardo Salles, fedelissimo di Bolsonaro, rappresentano elementi, i quali stanno ad indicare a Bolsonaro, quale possibile uscita di sicurezza, un’opzione “alla Bukele”, ossia la creazione di un immaginario nemico interno, per la costruzione del quale una maggiore libertà di azione e minore responsabilizzazione dei corpi di polizia si mostra ingrediente del tutto necessario. 

Il bolsonarismo, forza totalmente antiilluminista, si nutre di emotività a briglia sciolta, di sovrapposizione tra piani di realtà e dimensione fantastica, i quali conducono ad un fanatismo carico di odio, che sembra essere ciò che, al presente, tiene insieme quel 20% e forse più di elettorato del Mito. 

Ragioni per le quali non è da escludere la possibilità, nei prossimi mesi, di vedere sorgere allarmi di tipo terroristico da riconnettere a partiti o esponenti della sinistra, a partire dai bersagli preferiti delle tenebrose armate bolsonariste: Lula e il PT. Preoccupazione, che tende ad aggravarsi, considerando come una porzione non piccola della Polizia Federale, la stessa ABIN (l’intelligence brasiliana), e la Procura Generale della Repubblica rappresentino, da ultimo, delle potentissime pedine al servizio della causa bolsonarista

In continuità con questa prospettiva vi sono alcuni dati relativi alla spesso criticata, ma mai cambiata, Legge di Sicurezza Nazionale (LSN), risalente agli ultimi battiti di coda della dittatura militare. Negli ultimi tempi, questa legge ha guadagnato maggiore popolarità a causa del suo impiego da parte di Bolsonaro, come accaduto, per esempio, nel giugno del 2020, quando alcuni funzionari del Ministero della Salute si sono visti imporre la firma di un documento in base al quale ogni fuga di notizie, concernente questioni discusse all’interno del Ministero della Salute, sarebbe potuta essere inquadrata nella LSN.

Più in generale, ricordandoci che parliamo di un governo militare presieduto da un ex-militare, l’Esecutivo a guida Bolsonaro ha fatto un utilizzo pressoché indiscriminato della legge di sicurezza nazionale, contandosi ben trenta indagini aperte soltanto tra gennaio 2019 e giugno 2020, ciò che rappresenta il numero maggiore di investigazioni aperte su temi riguardanti la sicurezza nazionale negli ultimi cinque anni, secondo i dati raccolti dalla Folha di San Paolo tramite la Legge di Accesso all’Informazione.

Attualmente sta tramitando al Congresso una legge, presentata dalla deputata Margarete Coelho, destinata a sostituire la vecchia LSN, la quale, a detta di tutti i parlamentari con l’eccezione di quelli del PSL (partito nelle cui fila, non a caso, Bolsonaro venne eletto nel 2018), non si mostra compatibile con un regime democratico, risalendo, nella sua attuale stesura, al 1983, agli ultimissimi momenti della dittatura. 

Ciononostante, pur riconoscendosi la necessità di superare la Legge di Sicurezza Nazionale, vi sono da più parti molte critiche al testo in discussione al Congresso, tanto con riferimento al rischio di possibili indebite estensioni riguardanti i singoli articoli, a causa della loro strutturale incompletezza, quanto per l’assenza di un dibattito aperto alla società, essendo una tale materia direttamente riguardante la vita di tutti coloro che vivono in Brasile. 

Per esempio, uno dei punti più criticati della vecchia LSN, che non trova spazio all’interno del nuovo progetto di legge, è l’articolo concernente la detenzione fino a quattro anni per chi calunnierà o sarà autore di un fatto offensivo teso a ledere la reputazione del Presidente della Repubblica, di quello della Corte Suprema e dei Presidenti di Camera e Senato

Porosità del nuovo progetto di legge e totale assenza di un dibattito aperto alla cittadinanza, più ancora alle parti sociali direttamente coinvolte nelle tormentose vicende della sicurezza pubblica in Brasile, che vengono a unirsi, in una forma simbolicamente assai cogente, alla mancata sanzione nei confronti del Generale ed ex-Ministro della Salute Eduardo Pazuello per avere partecipato, assieme a Bolsonaro, ad una manifestazione lo scorso 23 maggio a Rio de Janeiro. Partecipazione a manifestazioni o eventi di tipo politico, che è proibita ad ogni militare in attività, contrariamente a quel che vale per i militari della riserva. 

A differenza di quello che tutti ci aspettavamo, Pazuello, su pressione di Bolsonaro, non solo non ha optato per entrare nella riserva, ma, dopo essere stato nominato Direttore della Segreteria di Studi Strategici, una delle Segreterie della SAE (Segreteria Speciale di Questioni Strategiche/Secretaria Especial de Assuntos Estratégicos), vincolata alla Presidenza della Repubblica, dunque promosso ad un nuovo incarico, non ha ricevuto alcuna sanzione da parte dell’esercito. 

Un’ulteriore conferma di come le Forze Armate brasiliane siano ormai del tutto ‘appecorate’ alle volontà del loro ex-capitano di baixa patente, riformato per avere pianeggiato attentati con bombe al fine di ottenere aumenti salariali. 

La love story tra Bolsonaro e l’esercito l’ha ben inquadrata l’ex-Ministro della Difesa Celso Amorim in una recente intervista a Carta Capital, nella quale ha dichiarato: “Si tratta di una situazione gravissima. L’esercito è un’istituzione dello Stato, non del governo. Pertanto, le persone che ne fanno parte hanno da obbedire alla Costituzione, alle leggi e ai regolamenti. Quel che è successo, rappresenta, ovviamente, un atto irrispettoso nei confronti del regolamento, come Mourão, un generale di quattro stelle, ha detto”. Il fatto “di essere stato dispensato da qualsiasi conseguenza lascia una enorme preoccupazione con la situazione del Paese, perché, in realtà, le Forze Armate, oltre al dovere di difendere la patria, rappresentano l’ultima istanza (…), affinché i poteri costituiti possano agire in difesa dell’ordine democratico”. 

Continua l’ex-ministro del primo governo Dilma: “Nel caso in cui si registri una situazione simile a quella dell’invasione del Campidoglio negli USA, non vi sarebbe alcuna autorità statale riconosciuta a cui ricorrere. È un’ipotesi, ovviamente, non sto dicendo che questo accadrà”. Infine, tornando sulla vicenda legata a Pazuello, conclude: “È una situazione nella quale non è minacciata soltanto l’integrità delle Forze Armate, ma anche quella delle stesse istituzioni democratiche. È molto grave”.

L’esercito, in definitiva, può anche dissentire da singole decisioni assunte da Bolsonaro, ma, ancor più dopo l’annullamento delle condanne di Lula, sa perfettamente che, per restare al potere ed evitare il ritorno del tanto odiato Partido dos Trabalhadores, deve ballare al ritmo della musica scelta dal suo ex-capitano

Non esistono alternative per Mourão e tutta la banda dei generali cosiddetti ‘di pigiama’, ossessionati, nella loro Fortezza Bastiani mentale, da minacce comuniste, che in Brasile non si sono mai viste, non meglio identificate minacce interne, a volte anche esterne, incarnantesi ogni volta in guerre immaginarie contro non si sa chi (Paesi confinanti, guerriglie varie…?), su confini non da ieri colonizzati da organizzazioni criminali sempre più potenti e radicate nel territorio brasiliano in massima parte per la stoltezza delle forze di sicurezza, esercito compreso, che tale territorio dovrebbero difendere, e che, al contrario, in forma diretta e indiretta, alimentano facções e milizie paramilitari. 

Nella stessa direzione espressa da Celso Amorim, va anche l’analisi di Malu Gaspar sul giornale O Globo del 3 giugno, domandandosi, se, dopo essere entrato nel governo e trasformatosi, di fatto, in partito, il prossimo passo delle Forze Armate sarà quello di trasformarsi in una milizia al servizio di Bolsonaro. Novelli giannizzeri agli ordini del loro sultano, la politicizzazione dell’esercito, al pari di quella dei vari corpi di polizia, sarebbe un ulteriore passo verso quel Brasile “alla Bukele” sognato da Bolsonaro.