La campagna elettorale brasiliana sembra entrare nel vivo ogni giorno di più e ogni giorno di più diventa più difficile fare previsioni sul possibile esito delle elezioni, che si svolgeranno durante la seconda metà del 2022. Sebbene appaia del tutto improbabile, ad oggi, immaginare una riconferma di Jair Bolsonaro al Palácio do Planalto e, dall’altro lato, una sconfitta dell’ex-Presidente Lula nelle urne, ciononostante una parte della politica e della società brasiliana si è messa da tempo in marcia alla ricerca di quella che dovrebbe rappresentare una Terza Via tra le due opzioni politiche attualmente maggioritarie: bolsonarismo e petismo.

Il personaggio, scelto come alfiere di questa possibile Terza Via, risponde al nome di Sergio Moro, ex-giudice dell’operazione giudiziaria probabilmente più disastrosa dell’intera storia sudamericana, la Lava Jato, e successivamente ex-Ministro della Giustizia e della Pubblica Sicurezza nell’attuale Esecutivo a guida Bolsonaro. In altri termini, un personaggio dal passato ingombrante, che, da quando ha scelto di partecipare alla corsa presidenziale, ha cercato di rifarsi una verginità politica, partendo, però, col piede sbagliato, ossia entrando a far parte di Podemos, partito di modeste dimensioni di proprietà di quella vecchia volpe della politica brasiliana, che risponde al nome di Alvaro Dias, uno dei grandi salvati, al contrario dei molti sommersi, dal Moro giudice all’epoca della Lava Jato.

Il Moro giudice, che salvò Dias da inchieste e condanne, è dunque divenuto il Moro politico candidato alla Presidenza della Repubblica tra le fila del partito il cui padre-padrone è proprio Alvaro Dias. Anche a questo proposito, l’operazione politica portata avanti dall’ex-magistrato della Lava Jato appare come sospesa tra lo spericolato e l’ingenuo, rilasciando, Moro, quasi ogni giorno dichiarazioni al vetriolo contro la corruzione. Proprio lui che, oltre ad essere candidato con uno dei partiti più discussi all’interno del Congresso, si è visto dichiarare ‘parziale’ dal Supremo Tribunale Federale di Brasília con riferimento ai due processi riguardanti l’ex-Presidente Lula: quello sull’attico di Guarujá e l’altro sulla villa di Atibaia.

La campagna elettorale di Moro sembra, al momento, muoversi lungo tre assi principali: silenziare il passato, parzialmente quello di giudice ma, più ancora, quello di ministro di Bolsonaro, battere il più possibile sul tasto della lotta alla corruzione, infine, cercare di intercettare qualche voto direzionato verso il candidato del Partido dos Trabalhadores, facendo riferimento ad astratte azioni di lotta contro la fame, una volta che arrivasse alla presidenza. Si tratta, come detto in precedenza, di un programma tra lo spericolato e l’ingenuo, ma, al tempo stesso, sembra anche essere l’unico percorso che un candidato come Sergio Moro possa mettere in pratica, mantenendo una minima possibilità di successo.

La lotta alla corruzione, peraltro, rappresenta una costante all’interno del dibattito politico brasiliano da sempre, essendosi innervata su di essa la campagna elettorale di Jânio Quadros nel 1960, quella di Collor nel 1989 e da ultimo quella di Jair Bolsonaro nel 2018. Non il miglior viatico per Moro, considerando che Jânio fu costretto a rinunciare, Collor subì un processo di impeachment (evitando guai peggiori connessi alle accuse di corruzione e alla tragica morte del suo principale collaboratore: Paulo César Farias), mentre la storia giudiziaria di Bolsonaro, tanto a livello nazionale che internazionale, potrebbe ancora essere tutta da scrivere.

L’operazione politico-elettorale portata avanti da Moro e dai vari marqueteiros che lo assistono e ne coordinano le azioni sembra fondarsi primariamente su un radicale tentativo di debolsonarizzazione, da un lato, ma, dall’altro, sulla necessità di riprendere alcune delle promesse tradite del Bolsonaro del 2018, prima fra tutte l’evergreen della lotta alla corruzione, nel tentativo di agitarle contro lo stesso Bolsonaro, cercando in tal modo di portare acqua, ossia elettori, al mulino di Moro. Nello specifico, tutta quella fetta dell’elettorato bolsonarista, a mio parere una percentuale compresa tra il 5% e il 10%, che adesso si trova “in cima al muro”, come si dice in Brasile, indeciso su quale parte scegliere.

Nella giornata di mercoledì 8 dicembre è stato divulgato un sondaggio curato dalla Quest Consultoria, nel quale l’ex-giudice della Lava Jato appare posizionato al terzo posto, arrivando all’11%. Leader della corsa presidenziale resta, quasi in solitaria, l’ex-Presidente Lula con il 47% delle intenzioni di voto dei brasiliani, mentre Jair Bolsonaro, da poco entrato a far parte del PL (Partido Liberal), si colloca al secondo posto col 24% delle preferenze. Al quarto posto, infine, troviamo il candidato di centrosinistra Ciro Gomes del PDT (Partido Democrático Trabalhista).

Uno scenario, dunque, particolarmente favorevole al PT (Partido dos Trabalhadores), entro il quale Lula potrebbe addirittura essere eletto già al primo turno. Tuttavia, anche nel caso in cui si andasse ad un eventuale secondo turno, unendo i voti di Bolsonaro con quelli di Moro si arriva soltanto al 35%, eventualmente estendibile ad un 40, forse 45%, facendo una sorta di “macedonia elettoralistica”, scenario che in Brasile è sempre possibile.

D’altro canto, appare assai difficile ipotizzare un qualche appoggio di Ciro Gomes a Bolsonaro o a Moro in un eventuale secondo turno contro Lula. Nonostante le profonde distanze, che separano PT e PDT, resta il fatto che si tratta pur sempre di partiti, che condividono una fetta importante della loro storia, la qual cosa farebbe pensare ad una opzione a favore di Lula da parte dell’elettorato, qualora si arrivasse al ballottaggio.

Anche per quanto concerne gli scenari, per così dire, negativi, la situazione sembra sorridere al Partido dos Trabalhadores. Probabilmente memore dell’epoca d’oro vissuta con i governi guidati da Luiz Inácio Lula da Silva tra il 2002 e il 2010, solo il 43% dell’elettorato brasiliano non voterebbe in nessun caso l’ex-Presidente, a fronte di percentuali ben più consistenti per ciò che concerne il rigetto totale di Sergio Moro e Jair Bolsonaro, i quali si assestano rispettivamente al 61 e al 64%. Malgrado i reiterati tentativi compiuti, ai due candidati appena menzionati manca, quasi del tutto, l’appoggio della vasta area nordestina del Paese, dove molte regioni sono storicamente feudi del PT, registrandosi parimenti il forte radicamento, pur a macchia di leopardo, di partiti quali il PDT di Ciro e Cid Gomes e il PSB (Partido Socialista Brasileiro), storico partito di centrosinistra fondato nel 1947, abolito nel 1965 dalla dittatura militare e rifondato nel 1985 nel periodo della ridemocratizzazione del Paese.

Le elezioni sono ancora lontane, ma quello che si profila all’orizzonte non sembra essere un nuovo redde rationem all’interno del quadro politico brasiliano, già stremato da anni di lavajatismo seguiti dal disastro, ancora in atto, del bolsonarismo, quanto piuttosto un travaso di voti tra le diverse tonalità della destra e dell’estrema destra. Nemmeno sono da escludere, d’altronde, eventuali colpi di scena, come recentemente messo in luce dal reporter della Folha de São Paulo Fábio Zanini, quale un possibile ritiro della candidatura di Sergio Moro, qualora, nel corso del prossimo anno, le percentuali delle intenzioni di voto a suo favore non dovessero prendere quota in misura sensibile.

Progetto non semplice da realizzare quello dell’ex-giudice di Curitiba, considerando che per il 41% degli intervistati nel sondaggio condotto dalla Quest Consultoria, il maggiore problema del Brasile in questo momento è rappresentato dall’economia, mentre appena il 19% si dice preoccupato per quanto concerne la salute/pandemia. Tematiche pressoché estranee tanto a Moro quanto a Bolsonaro, mentre costituiscono, da sempre, il pane quotidiano di politici come Lula o Ciro Gomes. Laconicamente, si può dire che l’ex-giudice-inspiegabilmente-eroe della Lava Jato sembra avere ancora una volta sbagliato il timing delle proprie scelte politiche. Al netto di possibili cambiamenti repentini, la sensazione è che l’epoca dei Cavalieri della Virtù à la Carlos Lacerda sia, di nuovo, tramontata. E questo è un bene per il Brasile e per i brasiliani, oltre che un passaggio obbligato, affinché il gigante sudamericano possa finalmente tornare ad essere felice.