Nel calcio argentino è sempre più allarme barrabravas, le frange di tifo organizzato più violente e dedite ad attività illecite, tanto da divenire in moltissimi casi autentiche organizzazioni criminali. Secondo Salvemos al fútbol – associazione contro la violenza nel mondo del football – sono state due le morti relazionate al calcio in tutto il 2021 in Argentina, lo stesso numero si è registrato solamente nel primo semestre del 2022. A testimonianza dell’endemicità di un fenomeno che appare impossibile da estirpare lo scorso 10 luglio è caduta la terza vittima, Joaquín Coronel diciottenne di Luján (provincia bonaerense). Prossimo a finire le scuole superiori, Coronel era un grande appassionato di fútbol e aficionado del Club Luján tanto da recarsi sempre assieme ai fratelli alle partite casalinghe della squadra, non apparteneva però a nessun gruppo di tifo strutturato e nel tempo libero si dedicava al volontariato in un centro di anziani.

Domenica 10 luglio l’equipo lujanero per la quarta giornata del campionato di Primera C (quarta categoria) ospitava il Club Deportivo y Mutual Leandro N. Alem, suo clásico rival. Dalle ricostruzioni effettuate dalle autorità inquirenti è stato appurato che al Municipal di Luján (impianto da 2000 posti, una sola tribuna coperta) la dirigenza dell’Alem (anche soprannominato Lechero) si è presentata accompagnata da una decina di esponenti della propria barrabrava. In Argentina da alcuni anni, però, le trasferte sono state proibite alle hinchadas (tifoserie), proprio per prevenire possibili scontri. 

All’entrata dello stadio la polizia ha ovviamente respinto la barra, che dall’esterno del Municipal ha iniziato a provocare la propria corrispettiva lujanera, che di tutta risposta al 14’ del primo tempo ha lanciato una bomba carta contro la panchina lechera. La deflagrazione non ha ferito nessun atleta, ma ha spinto il direttore di gara a interrompere l’incontro per l’assenza di condizioni di sicurezza.

Ad aspettare il pubblico locale fuori dall’impianto vi erano i barrabravas, ospiti armati di pistole pronti a tendere un’imboscata e così è stato quando hanno iniziato a sparare sulla folla (prima di scappare a bordo di un fuoristrada): una ventina i feriti, sette – colpiti agli arti ma anche al collo – in maniera grave, tanto da dover essere trasportati in ospedale. 

Fra questi un agente della pubblica sicurezza, che ha perso l’udito da un orecchio, e Joaquín Coronel raggiunto dai proiettili alla cassa toracica e al basso addome. In ambulanza il giovane, a causa delle gravi condizioni, ha sofferto tre arresti cardiorespiratori, giunto all’Hospital Nuestra Señora de Luján è stato sottoposto ad un intervento chirurgico di quattro ore e successivamente ricoverato in terapia intensiva, ma gli organi erano ormai compromessi e alle prime luci di lunedì Joaquín è purtroppo spirato. 

Vista l’inaudita gravità dell’accaduto e la deliberata follia delinquenziale dei suoi esecutori, la polizia argentina, non sempre solertissima, ha iniziato fin da subito le indagini, visionando le immagini catturate dal Sistema de Monitoreo Municipal e i video girati dai testimoni. Nelle ore seguenti sono scattate le manette per Mauricio Pare, Hugo Prezzo e Cesar Ramirez, i tre nelle ore precedenti l’aggressione avevano messo a disposizione le proprie auto per il trasporto a Luján dei barrabravas che hanno compiuto il raid omicida.

A svelare per primo al grande pubblico la verità sulla matrice dell’attacco è stato il giornalista Pablo Carrozza, che dai propri social ha fatto notare che Mauricio Pare era un dirigente dell’Alem e che l’intera direzione lechera non era connivente con la barra, ma era piuttosto essa stessa la barra, infatti, il presidente Carlos González – che dopo la morte di Joaquín ha rilasciato delle dichiarazioni sconcertanti arrivando a colpevolizzare le forze dell’ordine – in precedenza era stato il boss del tifo violento e criminale dell’equipo, ruolo che aveva poi lasciato ai propri figli. González, impresario notturno, era emerso dall’hinchada dell’Alem e poi aveva scalato i quadri dirigenziali del club sino ad occupare la presidenza, eliminando con la forza (leggasi: autentiche sparatorie) qualsivoglia opposizione interna alla tifoseria e divenendo così il referente unico del mondo lechero. Quindi, nella più classica delle traiettorie di un capo di una barrabrava, aveva sfruttato la propria posizione, cioè essere al comando di un centinaio di facinorosi, e iniziato le proprie attività illecite, creando una consorteria con il potere politico e sindacale della città General Rodríguez (sede dell’Alem) di cui ben presto è divenuto una sorte di padre padrone.

Anche gli inquirenti si sono concentrati fin da subito sulla famiglia González. Una settimana dopo i fatti è stato diramato un ordine di cattura nazionale e internazionale per coloro che si ritiene siano gli ideatori dei commando assassino: Facundo Serrano, Carlos David Ceppelani, Diego Armando Barrientos, Ariel González e Mariano González, i figli di Carlos. Secondo la ricostruzione della polizia, una delle auto usate nel raid era di Mariano ed era guidata da Ariel. Serrano, Ceppelani, Barrientos sono finiti ben presto in manette, così come il kickboxer Leandro Dapueto, altro membro della barra dell’Alem. Purtroppo restano latitanti, a più di un mese dal delitto, i fratelli González.

Infine sono emerse le connessioni istituzionali del presidente lechero: sua moglie, Graciela Mingorance, dopo aver ricoperto numerosi incarichi all’interno dell’amministrazione comunale di General Rodríguez, in quel momento era direttrice del Palazzo di Giustizia, mentre Ariel, il maggiore dei figli, era Assessore ai Trasporti della città. Madre e figlio erano attivi anche all’interno dell’Alem: la prima con il ruolo di avvocato della società, il secondo come portavoce. La giustizia sportiva, intanto, ha stabilito che per il momento la squadra disputerà sempre a porte chiuse i propri incontri casalinghi e a non meno di cento chilometri di distanza da General Rodríguez.

I particolari di questa triste e assurda vicenda però non sono terminati. Alla meschinità umana non v’è limite: il Club Deportivo y Mutual Leandro N. Alem solo il 13 luglio ha rilasciato un comunicato ufficiale di cordoglio via social sulla morte di Joaquín Coronel avvenuta due giorni prima (!) e solo perché costretto dalle shitstorm di indignati, che chiedevano una manifestazione di rammarico nei confronti del ragazzo, inondandone i profili, tanto da costringere il social media manager della società a chiudere i commenti sotto ogni post. L’hinchada lechera infine non ha trovato nulla di meglio da fare che minacciare di morte, con centinaia di messaggi attraverso i social, Pablo Carrozza, colpevole di aver raccontato all’Argentina chi fossero e quali fini avessero i dirigenti del club.

C’è però ancora un particolare di fondamentale importanza da spiegare: il perché dell’insensata e gratuita violenza di quell’11 luglio.

Sergio Berni, Ministro della Sicurezza della provincia bonaerense, fin da subito ha pubblicamente affermato che potesse essere coinvolto un volto noto a tutta l’Argentina. Pochi giorni dopo L-Gante, cantante di cumbia 420 (più di otto milioni di ascolti mensili su Spotify), è finito nel registro degli indagati. Il cumbiero, al secolo Elián Valenzuela, è originario di General Rodríguez ed è un aficionado dell’Alem, oltreché in cordiali rapporti coi González e nel settembre del 2021 all’ospedale di Luján è diventato padre della sua primogenita, Jamaica, nata dall’unione con la sua fidanzata Tamara Báez. Stando agli inquirenti, all’ospedale L-Gante avrebbe avuto screzi e schermaglie con alcuni esponenti della barrabrava lujanera che malsopportavano la sua presenza nella città. Tornato a General Rodríguez, L-Gante si sarebbe poi sfogato raccontando i fatti alla tifoseria lechera, che dieci mesi dopo ha deciso di vendicare l’onta subito dall’amico. Berni ha però precisato che il cantante non è sospettato di aver integrato il commando, né di aver partecipato alla loro pianificazione. 

Ma che le barrabravas intrallazzino con la vita istituzionale non è di certo una novità disvelata dagli affari della famiglia González. Venerdì 24 giugno Fabricio Martínez, capo della barra del Leferrere (squadra di Matanza Norte, provincia di Buenos Aires, militante nello stesso girone di Primera C di Luján e Alem) e Segretario del Sindacato de la Carne Matanza Norte, mentre era nella propria vettura ha subito un attentato perpetrato da due individui in moto che lo hanno inseguito per sette isolati, sparandogli ripetutamente, ma riuscendo solo a ferirlo. L’hinchada violenta del Leferrere ha da sempre coltivato rapporti con il mondo politico e sindacale (sempre fortissimo in Argentina) e dal 2014, al seguito dell’imporsi di un nuovo comando, ha iniziato a dedicarsi anche allo spaccio di droga, affare abituale per le barras: Pablo Esser, ex presidente dello Sporting Belgrano, nello scorso maggio, è stato condannato a quattro anni di carcere per traffico di droga assieme a Braian Requena, il capo della barra verde. Martínez, dopo una serie di arresti che avevano decapitato la barrabrava, è emerso come nuovo boss, sfruttando al massimo i suoi rapporti coi sindacati. A detta degli investigatori, l’attentato subito dall’uomo si potrebbe spiegare con la sua vicinanza a una fazione della barra del Boca Juniors, La 12, attivissima a Matanza Norte nel raccogliere il pizzo e che sembra essere ad un passo da una guerra intestina. Attualmente capeggiata da Rafael Di Zeo e Mauro Martín, La 12 non sarebbe nuova a conflitti interni; lo stesso Di Zeo ne è diventato un referente dopo aver guerreggiato con Christian De Vaux, il precedente boss, che aveva ereditato il comando da Martín finito in galera. In quest’ottica si colloca l’autentica battaglia campale del 21 luglio 2013 quando al Nuevo Gasómetro (lo stadio del San Lorenzo) gli uomini di Di Zeo tesero un’imboscata a mano armata al gruppo di De Vaux: due morti e sei feriti. 

Ma la violenza correlata al calcio argentino non si è mai fermata, nella notte dello scorso 31 luglio un autobus di giovanili del Racing Club ad un casello autostradale a Dock Sur ha incrociato dei tifosi del River Plate: scontri, sassaiole e due feriti. L’episodio più recente è accaduto il 3 agosto allo stadio Amalfitani, la casa del Vélez Sarsfield, che quella sera ospitava il Talleres de Cordoba per l’andata dei quarti di finale della Copa Libertadores – il palcoscenico più nobile del continente – e durante il match gli aficionados locali si sono accaniti su un gruppo di hinchas avversari.

Il fútbol albiceleste non sembra in grado di disfarsi di queste orde di brutali approfittatori che coltivano i loro sporchi affari all’ombra di quella che è la più grande passione del popolo argentino. intanto, svariate manifestazioni (marce, sit-in, fiaccolate) sono state indette per chiedere #JusticiaPorJoaquín ma i maggiori sospetti – Ariel e Mariano González – sono ancora latitanti.