I FATTI

All’alba del 6 maggio gli abitanti della comunità del Jacarezinho, situata nel bairro omonimo nella zona nord di Rio de Janeiro, sono stati repentinamente svegliati da colpi di arma da fuoco e grida, mentre la loro comunità (per qualcuno nient’altro che una favela priva di ogni valore) veniva ancora una volta presa di mira dall’ennesima operazione di polizia.

L’Operazione Exceptis era diretta dall’Unità per le Vittime infantili e adolescenti (Delegacia da Criança e do Adolescente Vítima) assieme ad altre unità e reparti della Polizia Civile di Rio de Janeiro, tra cui la CORE (Coordenadoria de Recursos Especiais, letteralmente Coordinamento delle Risorse Speciali, di fatto, una unità di forze speciali di sicurezza all’interno della Polizia Civile), con l’obiettivo di arrestare persone accusate di usare bambini e adolescenti per il traffico di droga all’interno del Jacarezinho.

La polizia, secondo quanto dichiarato, investigava questi crimini da diversi mesi, avendo individuato ventuno persone e richiesto per loro l’arresto. Arresti, che si sono concretizzati in una misura assai inferiore a quella attesa, al contrario delle morti, la maggior parte vere esecuzioni a sangue freddo, le quali, tutte eccetto una, quella del poliziotto André Frias, hanno colpito gli abitanti del Jacarezinho e persone che là nemmeno vivevano, compreso un minorenne, Caio da Silva Figueiredo, senza badare troppo al fatto se fossero, o meno, gli originari destinatari degli ordini d’arresto.

Una carneficina casuale, che ha il retrogusto della ritorsione provocata dalla morte di André Frias, avvenuta poco dopo l’inizio dell’operazione. Secondo quanto dichiarato, già dalle ore immediatamente seguenti il massacro, dal Gruppo di Studi sulle Nuove Forme di Illegalità (Grupo de Estudos dos Novos Ilegalismos – GENI) della Università Federale Fluminense come pure dalla piattaforma Fogo Cruzado, si è trattato dell’operazione di polizia più letale (28 morti) mai registratasi in tutta la tormentata storia della città di Rio de Janeiro, un’isola di bellezza, ma in pari tempo un paradiso abitato da diavoli.

UN PARADISO ABITATO DA DIAVOLI

Il punto, però, a differenza di altri paradisi abitati da diavoli, è stabilire chi, in quel di Rio, sia effettivamente il diavolo. La logica che agisce, al livello della percezione sociale come pure di quella mediatica, è basata su una costruzione binaria, assai lontana dagli effettivi rapporti di forza, in cui lo Stato – e più ancora i suoi rappresentanti – sono impegnati, in qualità di guerrieri, in una crociata pressoché infinita contro le “forze del male”, impersonate dalle varie facções criminali, che da decenni infestano bairros e favelas della zona nord della capitale carioca.

Si tratta di ciò che è stato definito con il termine “nuova ideologia di sicurezza nazionale”, per mezzo della quale nel corso del tempo, in Brasile, si è appiattito mediaticamente ogni discorso relativo alle possibili modalità di intervento nelle varie comunità povere di Rio de Janeiro, a tutto vantaggio di un’unica soluzione: quella basata su cruente operazioni di polizia al fine di estirpare il male, lo Stato parallelo del crimine organizzato, nel tentativo di riconsegnare i suoi abitanti al loro status di cittadini e il dato territorio allo Stato di Diritto e non a Stati di Eccezione basati sull’uso della violenza indiscriminata.

Una binarizzazione del problema del crimine organizzato, che ha finito per tagliare le cuspidi della complessità connessa al fenomeno preso in esame, sacrificando le decisive sfumature sull’altare di una semplificazione forse ristoratrice, ma non meno falsa. Questo perché tutto l’intricato “movimento della rete criminale, che coinvolge politici, Stato, gruppi economici, agenti dello Stato e manodopera a buon prezzo dei cosiddetti favelados viene ridotta ad una politica di confronto permanente” (José Cláudio Souza Alves, Milícias: mudanças na economia política do crime no Rio de Janeiro, in Segurança, tráfico e milícia no Rio de Janeiro, Justiça Global (a cura di), Fundação Heinrich Böll, Rio de Janeiro, 2008, p. 35).

Un Noi versus Loro, che, in ultima istanza, giustifica il ricorso a qualsiasi mezzo atto ad estirpare il male. Una discesa all’inferno, dove gli angeli si trasformano in maledetti della terra, vittime di diavoli, che riducono la loro comunità ad una zona di spaccio, tuttavia, fronteggiati da altri diavoli, stavolta vestiti di nero e con un teschio disegnato sulle uniformi (a proposito, non vi ricordano altre funeste uniformi?), che, sulla scorta di quella politica di confronto permanente poc’anzi citata, si sentono in diritto di trasformare ogni volta una comunità in un teatro di guerra, invadendola con blindati – il tristemente famoso Caveirão – e giustiziando in forma sommaria criminali sempre più presunti che reali.

LA DECISIONE DELLA CORTE SUPREMA E IL RITORNO DELLE OPERAZIONI

Per capire come la morte nelle favelas brasiliane sia principalmente il frutto delle azioni dei vari corpi della Polizia Militare e di quella Civile, basti dire che a partire dalla decisione monocratica, risalente al 5 giugno dell’anno passato, del ministro del Supremo Tribunale Federale, Edson Fachin, durante tutto il 2020, il numero di morti nelle varie comunità carioca è diminuito rapidamente e in misura drastica. Fachin, all’epoca, limitò le operazioni dei corpi di polizia a casi “assolutamente eccezionali”, come recita il testo della sua decisione, in seguito ampliata e approvata anche in sede di Plenario della Suprema Corte con il voto del 17 agosto 2020.

Misure, quella monocratica di Fachin e la successiva del Plenario, che, se da un lato sono state in massima parte provocate dall’avanzamento incontrollato della pandemia in Brasile, parimenti hanno fatto registrare una vera caduta nel numero di morti nelle comunità di Rio de Janeiro, dove, nel mese di giugno 2020, si sono registrate “appena” 52 morti a fronte delle 195 verificatesi nello stesso mese l’anno precedente.

Pur con numeri così evidenti, le operazioni di polizia nelle varie comunità, contrariando la decisione della Suprema Corte, tornarono a salire a partire dal mese di ottobre dell’anno passato attraverso una “flessibilizzazione dei criteri”, ossia con la trasformazione dell’eccezionalità, cui si era riferito il ministro Fachin nelle motivazioni della sua decisione, in prassi ordinaria, secondo quanto riferito alla Globo dal difensore pubblico Daniel Lozoya.

Un malabarismo, si direbbe da queste parti, frutto dell’azione congiunta di forze di polizia e Ministero Pubblico di Rio de Janeiro, che ha fatto prontamente schizzare verso l’alto il numero di morti all’interno delle favelas nel primo trimestre del 2021 e che nel massacro del Jacarezinho ha toccato il punto più alto della truculenza poliziesca.

LA FAZIONE (FACÇÃO) DELLA CORE E IL SUO COMANDANTE

Lo dico con estrema onestà: non dispongo, al momento, di prove documentali da mostrare riguardo al fatto che all’interno della Polizia Civile di Rio de Janeiro esista una fazione (facção) della CORE, che all’occorrenza si comporterebbe come un gruppo di sterminio nelle aree della capitale poste sotto il controllo delle varie facções.

Ciononostante, sebbene più indizi non formino una prova, è possibile rintracciare un filo cronologico con riferimento all’attuazione della CORE all’interno di alcune specifiche aree urbane e periferiche di Rio de Janeiro, che lasciano più di una breccia al pensiero, come scritto giorni fa da Leandro Demori di The Intercept Brasil sul suo profilo Twitter, che “la Polizia Civile di Rio de Janeiro starebbe coprendo un gruppo di assassini”. Una ricostruzione resa più plausibile dalla lunga scia di sangue, che da tempo, ormai, accompagna le azioni di questa unità speciale della Polizia Civile fluminense.

Da qualunque lato si guardi la più recente storia di Rio de Janeiro ci imbattiamo sempre nella CORE e nella figura del suo comandante in capo Rodrigo Teixeira de Oliveira, persona da sempre vicina al clan Bolsonaro, con talune velleità intellettuali, espresse, per esempio, non molto tempo fa, nel criticare l’attivismo giudiziario del Supremo Tribunale Federale e attualmente alla direzione della Sottosegreteria per la Pianificazione e l’Integrazione operativa della Polizia Civile. Una delle cuspidi, dunque, all’interno della gestione della sicurezza nella capitale carioca e perciò un soggetto, che, al pari del generale bolsonarista Braga Netto, per citare il nome più rilevante, ne conosce alla perfezione la geografia criminale.

I nomi di Rodrigo Teixeira de Oliveira e della CORE vengono fuori una prima volta a seguito di un’operazione di polizia svoltasi il giorno 7 aprile 2017 nella comunità di Cidade de Deus, a Jacarepaguá, zona ovest di Rio de Janeiro, nel corso della quale, stando ai racconti dei residenti, una persona sarebbe stata uccisa dagli uomini di Oliveira. In quel caso, gli abitanti della comunità protestarono in strada, mentre la polizia negò ogni addebito.

Dal mese di aprile spostiamoci a quello di novembre, sempre del 2017, lo scenario è stavolta quello del Complexo do Salgueiro, a São Gonçalo, area metropolitana di Rio de Janeiro. Cambia la location, ma i personaggi della nostra storia restano gli stessi: il Delegato Rodrigo Teixeira de Oliveira e la sua unità speciale, la CORE. Qui non ci scappa solo un morto, bensì otto, mentre un giovane fornaio, che lavorava nella zona, si salvò miracolosamente dagli spari della polizia.

Essere nel posto sbagliato al momento sbagliato può costare la vita nelle favelas di Rio, solo che il pericolo viene soprattutto da chi, la popolazione, la dovrebbe difendere. Questo massacro seguiva il solito canovaccio di ogni azione della CORE: la ricerca di un presunto pesce grande del traffico di stupefacenti, che si trasforma in un bagno di sangue di chiunque passi in quel posto nell’ora dell’operazione della polizia; cui si aggiunge, come da copione, l’impossibilità di stabilire chi fosse al comando dell’azione, se il CORE, l’esercito, la Polizia Federale o chissà quale altra autorità pubblica presente in loco al momento della carneficina di turno.

Uno stato di cose, che, nei fatti del novembre 2017 nel Complexo do Salgueiro, raggiunse probabilmente la sua acme. In quell’occasione, infatti, l’immarcescibile Rodrigo della CORE arrivò al punto di smentire i suoi stessi uomini, affermando, appena dodici ore dopo le loro deposizioni, che in realtà quell’operazione non era stata compiuta dall’esercito con l’appoggio della CORE, bensì il contrario, vale a dire che l’operazione era stata pianificata e diretta dalla CORE con l’appoggio logistico offerto dall’esercito.

Gli sviluppi giudiziari di questa carneficina nel Complexo do Salgueiro avallano, una volta di più, la tesi del gruppo di sterminio coperto dalle autorità di Rio de Janeiro. Otto morti e ben trentacinque proiettili esplosi, ma, da ultimo, nessuno – né la polizia, né l’esercito, né i presunti malviventi sul posto – premette il famoso grilletto. Per quanto paradossale ciò possa sembrare, questo fu l’esito di due inchieste, entrambe archiviate. La prima da parte del Ministero Pubblico della capitale carioca, archiviata nel novembre del 2018, la seconda da parte del Ministero Pubblico militare, cui le indagini furono affidate in base ad una discutibile misura dell’ex-Presidente Michel Temer, nell’aprile del 2019.

Anche a questo giro, dunque, Rodrigo Teixeira de Oliveira e la sua CORE non riportarono neanche un graffio. Nessuno sparò, le operazioni erano dirette e supportate non si sa bene da chi e poi, in fondo, chi se ne frega, se ci sono scappati otto morti, tra cui persone che mai avevano avuto rapporti con il mondo del crimine, in un bairro dimenticato dal mondo e da Dio?

La seconda archiviazione era in realtà arrivata quando il Delegato Rodrigo, con un tempismo non meno sospetto, aveva provvisoriamente lasciato la Polizia Civile per andare a ricoprire, dal 4 marzo 2019, l’enigmatico – almeno per uno con il suo curriculum – incarico di Consulente della Presidenza della Petrobras.

Una nomina rispetto alla quale è più che probabile che i suoi addentellati con la famiglia Bolsonaro abbiano giocato un ruolo preminente. Sia come sia, si trattò di una nomina di passaggio – motivata anche dal polverone mediatico sollevato dagli sviluppi giudiziari del massacro nel Complexo do Salgueiro – noi ritrovando il nostro Delegato alla testa della Sottosegreteria per la Pianificazione e l’Integrazione Operativa già a partire dalla metà del mese di settembre del 2020, nominato dal neo-Segretario della Polizia Civile di Rio de Janeiro, Allan Turnowski.

Ricapitolando: Rodrigo Teixeira de Oliveira lascia la Polizia Civile il 2 gennaio 2019, secondo il testo del decreto di esonero citato poco sopra, per farvi ritorno alla metà di settembre 2020. Nel frattempo, gli smidollati attacchi di guerra nelle periferie (18 settembre 2019, Complexo da Maré e 18 maggio 2020, ancora nel Complexo do Salgueiro) della capitale fluminense, compiuti dalla CORE, continuavano, interrotti, soltanto per pochi mesi, dalla breve tregua provocata dalle due decisioni del Supremo Tribunale Federale, per riprendere la propria escalation dal mese di ottobre 2020 (27 ottobre 2020, ampia operazione nel Complexo da Maré, in quello della Mangueira, nella Vila Isabel e alla Madureira, in concomitanza con la nomina a Sottosegretario della Polizia Civile carioca del nostro Delegato Rodrigo.

Morti su morti, un assassinio impilato sopra all’altro, in una girandola di cadaveri di giovani, non importa se colpevoli o innocenti, quasi sempre negri, sempre favelados, sempre figli di quelle comunità povere, quando non miserabili, di cui a Rio de Janeiro ci si ricorda solo quando occorre trovare un mostro da sbattere in prima pagina.

Giovani giustiziati sommariamente da un gruppo di sterminio – la CORE – facente riferimento alla Polizia Civile carioca, quasi sempre coadiuvata, in questi massacri, da altri attori istituzionali quali, volta a volta, l’esercito, la Polizia Federale e ovviamente la Polizia Militare e spesso con l’attiva complicità degli stessi organi di giustizia, a partire dal Ministero Pubblico.

Perché, dunque, dopo anni di massacri:
1) non si aprono inchieste sulle operazioni della CORE come anche su quel Rodrigo de Teixeira Oliveira, che sembra esserne il vero Deus ex machina?
2) Quali sono gli obiettivi, sotto il profilo della geografia criminale di Rio de Janeiro, alla base di simili azioni?
3) Quali i legami con le milizie paramilitari, che già dominano ampie porzioni della città?
4) Vi è una qualche ragione per la quale la maggior parte delle operazioni più cruente della CORE siano rivolte a zone della capitale storicamente poste sotto il controllo del Comando Vermelho?
Ad alcune di queste domande si è tentato di dare risposta nella restante parte di questo articolo.

IL LUCROSO AFFARE DELLA SICUREZZA SI NUTRE DI MASSACRI E SQUADRONI DELLA MORTE

Come non disponevo di prove documentali con riferimento all’esistenza di una fazione della CORE strutturata in squadrone della morte all’interno della Polizia Civile di Rio de Janeiro, allo stesso modo non dispongo di prove documentali tali da poter dire che il massacro del 6 maggio scorso sia stato un atto intenzionalmente da ricondurre alle milizie paramilitari, che un pezzo alla volta si stanno mangiando ampie fette della città, tuttavia, anche a questo riguardo, vi sono elementi che destano più di una perplessità.

Un’azione di guerra come quella svolta nella comunità del Jacarezinho non si vedeva da tempo, mentre mai si era vista una tale quantità di morti in un’unica azione delle forze dell’ordine in tutta la lunga storia criminale della capitale. Perché compiere una simile azione in piena pandemia? Solo per contrariare, una volta di più, la decisione del Supremo Tribunale Federale? Oppure, dietro la maschera di ostentata legalità dei reparti speciali della Polizia Civile, si agitano altre motivazioni, le quali, per esempio, potrebbero ricondurre all’attuazione di diversi suoi rappresentanti come agenti di imprese di sicurezza privata?

Esiste, infatti, un vero esercito di imprese di sicurezza private in tutto il Brasile, ma in modo particolare a Rio de Janeiro. Si tratta di un settore poco e male regolato, sotto il profilo giuridico e degli organi di controllo in generale, il quale, di conseguenza, lascia aperte molte falle. In un articolo del 16 luglio 2018, pubblicato su The Intercept Brasil, era svolta un’analisi profonda della situazione legata alla sicurezza privata nella capitale fluminense, mettendo in evidenza il sostanziale far west che la caratterizza, ma, più ancora, il fatto che la maggior parte di queste imprese è riconducibile a soggetti che prestano servizio, non solo come agenti privati, ma primariamente come agenti di pubblica sicurezza.

Il reportage mostrava in maniera nitida quali vasi comunicanti uniscano gli ambienti della criminalità organizzata carioca, nella forma delle milizie, queste agenzie di sicurezza private e i vari rappresentanti delle forze dell’ordine. Un gigantesco conflitto di interessi sullo sfondo di una articolata rete di illecite relazioni, all’interno della quale spuntava il nome, tra gli altri, anche del nostro Delegato e attuale Sottosegretario della Polizia Civile di Rio: Rodrigo de Teixeira Oliveira.

Nello specifico, il suo nome era citato con riferimento ai lavori di due Commissioni d’Inchiesta installate all’interno dell’Assemblea Legislativa di Rio de Janeiro, rispettivamente nel 2011 e tra il 2015 e il 2016. Nel corso dei lavori della seconda Commissione venne stilata una lista delle imprese di sicurezza privata, che denunciarono più furti di armi e munizioni nell’arco degli ultimi dieci anni, dal 2005 al 2015.

Al secondo posto di questa speciale lista, si trovava la Diamante Segurança e Vigilância Especial, che ha come suo socio Rodrigo Teixeira de Oliveira. Occorre tenere presente che nel periodo considerato dalla Commissione – 2005/2015 – furono 17 mila le armi di cui le imprese private di Rio de Janeiro denunciarono il furto, a fronte di denunce di furti di armi, da parte della Polizia Civile e Militare carioca, che non arrivarono nemmeno al 10% del totale denunciato dalle imprese di sicurezza privata.

Ciò che i lavori della Commissione evidenziarono fu la presenza di un autentico mercato parallelo di armi e munizioni dalle varie agenzie di sicurezza privata, tra cui quella di cui Rodrigo de Teixeira Oliveira è socio, dirette al vasto sottobosco criminale della capitale (facções, milizie paramilitari, etc.).

In tal senso, la dinamica sottesa allo stragismo messo in atto dalla CORE nelle comunità povere di Rio de Janeiro viene ad alimentare l’insicurezza della popolazione con la conseguente richiesta di protezione, rivolta, però, non più alle forze di polizia, bensì alle milizie paramilitari – nei quartieri più popolari – e ad agenzie di sicurezza privata, appunto – nei bairros più ricchi – formate dagli agenti dei vari corpi di polizia.

La strategia consiste, dunque, nella volontà di infondere insicurezza nella popolazione, a suon di massacri compiuti da reparti speciali come la CORE, col fine di consegnare quartieri e comunità di Rio de Janeiro alle imprese di sicurezza privata e alle milizie paramilitari, entrambe formate da soggetti appartenenti o ex-appartenenti alle stesse forze dell’ordine.

Una rete di interessi e complicità diffuse, che darebbe ragione dell’estrema tolleranza, per non dire accettazione, che negli ambienti di pubblica sicurezza e giudiziari di Rio de Janeiro esiste nei confronti della facção della CORE.

Per altro verso, alla luce di quei vasi comunicanti richiamati poco sopra, viene da chiedersi se, con la scusa di catturare il criminale di turno, tali operazioni non abbiano di mira il sequestro di quante più armi e munizioni possibili al fine di reimmetterle, in un secondo momento, nel redditizio mercato clandestino per il tramite delle stesse imprese di sicurezza privata.

IL MASSACRO DEL JACAREZINHO COME FAVORE ALLE MILIZIE PER ESPELLERE IL COMANDO VERMELHO?

Poliziotti, dunque; i quali, come fu il caso del miliziano Adriano da Nóbrega, integrano forze di sicurezza privata, il più delle volte vere e proprie cinghie di trasmissione tra soggetti appartenenti alle forze dell’ordine e submondo criminale di Rio de Janeiro, nello specifico i bicheiros, figure del crimine organizzato pressoché intoccabili e spesso con addentellati fortissimi col mondo politico e imprenditoriale fluminense.

Una continuità tra universi differenti, che finisce per alterare quelli che sono i confini tra mondo della legalità, con i suoi rappresentanti, e contesti criminali, anch’essi con i propri rappresentanti. Ciò che qui preme sottolineare è come la carneficina nella comunità del Jacarezinho trascenda lo stesso fatto di sangue in sé, proiettandoci, come già accaduto con le milizie, su uno scenario di sabbie mobili, dove improvvisamente ogni figura trasfigura nel suo contrario, dove ogni angelo trasfigura in un diavolo.

Pertanto, sempre lasciandoci guidare dal filo della realtà e dalle connessioni logiche che questa può mettere a disposizione, viene da domandarsi, se il massacro del Jacarezinho non costituisca un ulteriore capitolo all’interno della già densa storia criminale di Rio de Janeiro, fondando il nostro sentore sul fatto che, come già siamo venuti sviluppando in questo articolo, tra i poliziotti carioca, che lavorano anche per imprese di sicurezza privata, molti integrano anche le tanto famigerate milizie, che ormai da tempo si spartiscono, a suon di omicidi e atti di violenza diffusa, ampie zone di Rio de Janeiro con Comando Vermelho, Terceiro Comando Puro, Amigo dos Amigos e – più recentemente e in forma generalmente indiretta – il Primeiro Comando da Capital.

La natura porosa e dai bordi indefiniti del potere esercitato dalle milizie paramilitari nella capitale, fatto di differenti livelli di complicità e solide coperture ad ogni livello istituzionale, non ha permesso fino ad oggi un effettivo giro di vite teso ad appurare chi ne faccia parte e chi no, ciononostante, vi sono ulteriori elementi, oltre ai già menzionati, che non possono essere messi sullo sfondo.

Primo fra tutti, il ruolo ricoperto dal Jacarezinho all’interno della geografia criminale carioca. Questa comunità, come il relativo bairro e tutta la zona circostante, rappresentano uno dei feudi del potere del Comando Vermelho. Un potere longevo – il CV è l’organizzazione criminale più antica dell’America Latina con i suoi quaranta anni di attività – e radicato, il quale, però, da diverso tempo sta mostrando più di una crepa, a causa dei frequenti arresti e dalla sempre più forte espansione, su scala nazionale, del PCC, e nella capitale fluminense di realtà emergenti, almeno sotto il profilo dell’incidenza criminale, quali, in particolare, il TCP e le milizie paramilitari.

Altro ingrediente essenziale per poter contestualizzare la presente lettura del massacro del 6 maggio è la singolare convergenza, che è venuta a crearsi nel cosiddetto Complexo de Israel tra il narcopentecostalismo del Terceiro Comando Puro e le milizie paramilitari. Il TCP, in quel di Rio de Janeiro, attua in stretta connessione col PCC, la cui roccaforte resta certamente San Paolo, ma che, da scaltro franchising del crimine qual è, sta creando rapporti di collaborazione in tutto il Brasile con ogni fazione criminale in lotta col Comando Vermelho, da ultimo poggianti sul suo ruolo di leadership nel mercato atacadista transnazionale delle sostanze stupefacenti.

Di qui, dicasi di passaggio, la grande attenzione prestata dal Primeiro Comando da Capital negli ultimi anni per la colonizzazione delle frontiere, soprattutto quella col Paraguay e a nord quella con la Colombia. A conferma di questa saldatura criminale tra TCP e PCC vi è stato l’arresto, nel mese di aprile, del trafficante paulista Adriano Pereira de Souza, conosciuto come Cigano o Dente de Ouro, durante un’operazione del Reparto per la Lotta alla Droga (Delegacia de Combate à Drogas – DCOD) della Polizia Civile di Rio de Janeiro, in Parada de Lucas, una delle comunità che compongono il Complexo de Israel.

Ciò che aleggia sulla carneficina del Jacarezinho è una guerra tra fazioni criminali contrapposte, nella quale i reparti della Polizia Civile della capitale fluminense potrebbero avervi agito in quota milizie paramilitari e di qui in accordo, anche solo in forma indiretta, con il Terceiro Comando Puro, dunque, con lo stesso PCC, che sta appoggiando fazioni minori, ma in ascesa, come il TCP, in tutto il Brasile al fine di espellere il Comando Vermelho dalle sue roccaforti.

Detto in termini ancora più semplici: ciò su cui varrebbe la pena interrogarsi, è se non sia già in atto una Triplice Alleanza del crimine tra milizie – il cui paramilitarismo somiglia sempre più a quello dei Los Zetas messicani – Terceiro Comando Puro e Primeiro Comando da Capital entro un’ottica di espulsione del Comando Vermelho da uno dei suoi quartieri generali, il Jacarezinho, appunto, come confermato anche da un documento pubblicato dal giornale Extra il 10 maggio scorso.

TIRANDO LE SOMME

Qualcuno potrebbe obiettare il carattere congetturale di una simile articolata ricostruzione ed è un rilievo che ovviamente ciascuno è libero di fare. Parimenti, sarebbe un rilievo la risposta al quale costituisce un ulteriore indizio del fatto che in quel di Rio de Janeiro si sta combattendo una guerra sporca, dove chi dovrebbe garantire la comunità, più ancora i suoi strati indigenti, è partecipe del saccheggio criminale.

Ad oggi, infatti, esistono dati riferiti alla diffusione delle varie organizzazioni criminali nella capitale fluminense, comprese le milizie, ciononostante non esiste un serio impegno da parte degli organi politici, giudiziari e di polizia al fine di mappare con certezza chi, all’interno dei vari corpi di polizia carioca, integra le milizie paramilitari sparse in tutto lo Stato e anche chi sono coloro che arrotondano il proprio stipendio, lavorando per imprese di sicurezza privata, a che titolo vi lavorano (soci, semplici impiegati, etc.) e con quali mansioni nello specifico.

Un giro di vite di tale entità all’interno dei corpi di polizia della capitale è sempre mancato e probabilmente sempre mancherà, almeno fino a quando non si vorranno fare i conti con tutta quella enorme zona grigia, che connette, da tempo immemore, centri legali e centri illegali all’interno della vita sociale ed economica di Rio de Janeiro.

In questo senso, ricollegandomi a quanto osservato all’inizio, individuare e perseguire quei rappresentanti delle forze dell’ordine al soldo dei vari bicheiros della capitale, potrebbe costituire un interessante, nonché fattuale, punto di svolta. Per non parlare, ma qui davvero si entra nel campo della pura utopia, di quanto sarebbe necessario porre un termine all’impunità degli stessi bicheiros, autentici intoccabili del submondo criminale carioca.

Giro di vite all’interno dei vari corpi di polizia, mappatura con riferimento a chi è chi, a chi fa cosa e per conto di chi all’interno delle forze dell’ordine e delle innumerevoli imprese di sicurezza privata – il tutto all’insegna della fine dell’impunità per i vari attori criminali che popolano Rio de Janeiro – che si lega a quanto dichiarato il 7 maggio al podcast O Assunto da Bruno Paes Manso, ricercatore del Nucleo di Studi sulla Violenza dell’università USP di San Paolo, il quale ha ricordato come l’indebolimento delle istituzioni nella capitale fluminense – dove negli ultimi quattro anni si sono succeduti sei governatori (oltre all’ultimo, Wilson Witzel, che ha sofferto un procedimento di impeachment) – rappresenti lo sfondo per comprendere azioni della polizia totalmente fuori controllo e più in generale l’attuale escalation di violenza: “Una polizia, che ha carta bianca per uccidere, quasi sempre vorrà trarre profitto, in termini di denaro, da una situazione del genere. Ciò rappresenta il seme delle milizie”.

Un poco tra le righe, Paes Manso offre una plastica immagine di ciò che siamo venuti sviluppando nel corso di questo articolo, tentando di restituire la rete di complicità, connessioni, veri e propri vasi comunicanti, che a Rio de Janeiro tiene uniti – in un abbraccio mortale teso a stritolare i pària della società – i vari corpi di polizia, le imprese di sicurezza private, le ibride milizie paramilitari e le più classiche facções.

Il massacro del Jacarezinho è solo una tacca in più sui fucili della quotidiana guerra metropolitana, che si combatte nelle sempre più disperate favelas di Rio. Un capitolo di questa guerra, che all’alba del 6 maggio ha visto la CORE della Polizia Civile agire, nella migliore delle ipotesi, come gruppo di sterminio con ramificate coperture a livello istituzionale, mentre, nella peggiore, come un alleato delle milizie paramilitari con l’obiettivo di installarsi in uno dei feudi del Comando Vermelho nella capitale carioca.