di Maria Laura Canineu e Anna Lívia Arida

Il presente articolo è stato originariamente pubblicato in portoghese sul giornale Valor Econômico e in seguito su Human Rights Watch in inglese. Qui si propone la traduzione in italiano.

Il mondo è rimasto scioccato per il duplice assassinio del giornalista inglese Dom Phillips e dell’indigenista Bruno Pereira, dimesso dall’incarico di Coordinatore Generale degli Indigeni Isolati e di Recente Contatto della Fondazione Nazionale Indigena (Funai) poco dopo l’insediamento alla presidenza di Jair Bolsonaro.

Alcuni parlamentari inglesi avevano chiesto all’allora Primo Ministro Boris Johnson che trattasse il caso riguardante Dom Phillips come una «priorità diplomatica». Il governo degli Stati Uniti ha chiesto che si faccia giustizia e l’Ufficio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite ha insistito col Brasile, affinché rafforzi le agenzie responsabili per la protezione delle popolazioni indigene, dei loro territori e più in generale dell’ambiente.

Dom e Bruno non sono stati i primi difensori dell’Amazzonia ad essere assassinati nella regione. Soltanto nel 2021, 28 persone sono state uccise in Amazzonia a causa dei conflitti legati all’uso della terra e delle risorse naturali, secondo la Commissione Pastorale della Terra. Il problema della violenza e dell’impunità è, pertanto, molto più esteso in tutta l’Amazzonia, essendo peggiorato durante il governo del Presidente Jair Bolsonaro. La comunità internazionale, da parte sua, si sta mostrando sempre più guardinga con riferimento al Brasile. Il 7 luglio, il Parlamento Europeo ha approvato una risoluzione, esigendo que «le autorità brasiliane prendano provvedimenti immediati volti a prevenire i diritti umani e a proteggere i difensori dell’ambiente e delle popolazioni indigene».

Anche per questo, l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCDE) – entro una dinamica che può avere conseguenze importanti per il coinvolgimento attivo del Brasile nell’economia mondiale – ha insistito sulla necessità, per il gigante sudamericano, di combattere la violenza, l’impunità e di proteggere le popolazioni indigene, riconoscendo questi punti quali principi fondamentali della «roadmap», approvata il 10 giugno dal suo Consiglio dei Ministri. Il Brasile dovrà rispettare tali principi, qualora pretenda diventare membro del gruppo.

La «roadmap» enfatizza il fatto che il Brasile deve «adottare e implementare integralmente politiche pubbliche allineate ai propri obiettivi climatici, tra cui arrestare la perdita di biodiversità e la deforestazione mediante una decisa inversione di rotta, in accordo con quanto deciso durante i lavori della COP26» – la conferenza dell’ONU sui cambiamenti climatici svoltasi nel 2021 a Glasgow. Roadmap, che riflette, inoltre, l’impegno assunto a Glasgow di «frenare la perdita di biodiversità, la deforestazione e la degradazione del suolo da qui al 2030».

Oltre a questo, la OCDE esaminerà, come parte della valutazione generale concernente la possibile adesione del Brasile, se l’attuale governo sta realmente «rafforzando l’azione delle varie agenzie ambientali», «lottando contro l’impunità con riferimento alle violazioni delle leggi ambientali» e «incentivando la partecipazione della società civile in questi sforzi [di sanzionare i crimini contro l’ambiente]».

Da ultimo, la OCDE prenderà in considerazione, se il Paese sta «rispettando e implementando i diritti dei popoli indigeni e delle comunità locali», «garantendo che gli atti di violenza e intimidazione contro i difensori dell’ambiente siano investigati in maniera rigorosa». L’inclusione di questi criteri riflette la convinzione che non riusciremo a proteggere le nostre foreste senza proteggere, al tempo stesso, le persone che si trovano in prima linea negli sforzi per salvarle.

L’importante decisione della OCDE di includere tali questioni è il frutto di più di due anni di lavoro svolto dalle varie organizzazioni indipendenti, tra cui la nostra, assieme agli Stati membri al fine di garantire che, come parte del processo di adesione, la OCDE insista col Brasile, affinché questi protegga l’Amazzonia e i suoi difensori. Inoltre, stiamo lavorando, al fianco di altre organizzazioni, chiedendo alla OCDE che garantisca che il processo di adesione rafforzi la democrazia e gli sforzi anticorruzione in Brasile. In una lettera aperta, pubblicata assieme a Transparency International, WWF e Amnesty Internacional, abbiamo messo in risalto una serie di politiche governative brasiliane, che sono incompatibili con le linee-guida della OCDE riguardo al rafforzamento dello Stato di Diritto.

Mettere in pratica la «roadmap» significherà, per il Brasile, abbandonare le disastrose politiche ambientali del Presidente Bolsonaro. Dall’inizio della sua presidenza, tre anni fa, il governo ha sempre sabotato le agenzie di controllo ambientale. Bolsonaro ha reso più difficile la partecipazione di gruppi della società civile nella formulazione di politiche pubbliche, come pure si è mostrato sempre ostile nei confronti delle popolazioni indigene, difendendo iniziative legislative, che restringerebbero in maniera arbitraria i diritti di questi popoli sui loro territori – tra i più protetti di tutta l’Amazzonia. Senza prove, inoltre, ha accusato piccoli agricoltori, volontari impegnati nella difesa della foresta, indigeni e gruppi ambientalisti di essere i responsabili per la distruzione dell’Amazzonia.

La Costituzione Federale riconosce il diritto dei popoli indigeni alle «terre che tradizionalmente occupano». La demarcazione – e pertanto la protezione – dei territori indigeni devono essere garantite attraverso un decreto presidenziale. Con almeno 240 processi di demarcazione pendenti, il Presidente Bolsonaro ha interrotto tali processi e non ha demarcato nemmeno un territorio.

Di fatto, le politiche del governo hanno favorito le reti criminali responsabili di gran parte della deforestazione in Amazzonia. Questi gruppi attaccano e minacciano i difensori della foresta, siano essi agenti ambientali, indigeni o altri abitanti. I responsabili di queste violenze quasi mai rispondono dei loro crimini davanti alla giustizia.

Se il Brasile continuerà a distruggere la foresta amazzonica, metterà in discussione la sua candidatura presso la OCDE. Più ancora, rischierà di produrre conseguenze catastrofiche per i difensori della foresta e delle comunità indigene, così come per gli sforzi globali, che cercano di evitare gli effetti peggiori della crisi climatica.

(Maria Laura Canineu e Anna Lívia Arida sono, rispettivamente, Direttrice della sezione brasiliana di Human Rights Watch all’interno della Divisione delle Americhe e Direttrice aggiunta di Human Rights Watch Brasile).