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Brasile: il progetto di “indipendenza” indigena come quintessenza del bolsonarismo

by | Dec 4, 2022 | Brasile | 0 comments

Uno dei maggiori crimini perpetrati in questi anni dal governo Bolsonaro ha riguardato, senza ombra di dubbio, le popolazioni indigene brasiliane e la loro terra. Come i lettori di questo blog sanno, non può esistere alcuna popolazione indigena senza l’utilizzo della terra che da sempre gli appartiene. L’indigeno, al contrario, per esempio, di noi “occidentali a vario titolo” non si contrappone al proprio ambiente circostante per plasmarlo secondo i propri bisogni e desideri, bensì vive in continuità, finanche in armonia, col proprio ambiente, in tal modo creando un panteismo, dialettico ed esistenziale, nel quale loro, gli indigeni, sono parte dell’ambiente e questo è parte di loro. Ambiente, ovviamente inteso tanto come flora che come fauna.

Da questa premessa possiamo fare partire la nostra storia, la quale, tuttavia, per essere compresa nel suo svolgimento avrà bisogno di uno specifico salto indietro. Dieci anni fa, infatti, nove persone – tra loro fazendeiros e indigeni – furono accusati dal Ministero Pubblico Federale del Mato Grosso do Sul del crimine di arrendamento di terreni appartenenti allo Stato brasiliano all’interno della riserva indigena di Dourados (Stato del Mato Grosso do Sul, appunto). All’epoca, il MPF sul-matogrossense ritenne che il crimine si fosse consumato ininterrottamente dal 1996 sino al 2008 e che fosse consistito in una sorta di messa a disposizione di una parte delle terre indigene della riserva di Dourados per coltivarvi mais e soia, oltre ad altre porzioni di terra “appaltate” dagli stessi indigeni per ulteriori, differenti usi. Sebbene in queste prime righe sia all’incirca emerso il senso del termine arrendamento con riferimento alle terre federali, ossia appartenenti allo Stato brasiliano e da questi cedute alle popolazioni originarie, ciononostante, vale la pena un momento soffermarsi sul significato di questo termine. Semplificando, si può dire che l’arrendamento corrisponde, in termini generali, ad un affitto della terra, nonostante i suoi contratti siano regolati da regole specifiche differenti da quelle che normano un comune affitto.

(foto: Open Democracy)

L’affittuario paga, quindi, un valore per poter usufruire di quella terra durante un periodo di tempo stabilito col proprietario. Parimenti, nel caso delle terre indigene tale arrendamento risulta del tutto illegale per il fatto di appartenere, tali terre, non direttamente alle popolazioni indigene che le abitano, ma alla União, ossia a dire allo Stato brasiliano nel suo complesso e dunque anche ai popoli originari. Il vincolo speciale di queste terre con le popolazioni indigene si fonda sull’usufrutto di questi terreni, che appartiene in via esclusiva a loro.

L’arrendamento, quindi, è illegale, da un lato, perché non prefigura una situazione nella quale vi sarebbe un proprietario (l’indigeno) ed un affittuario (il fazendeiro) e in secondo luogo perché l’uso delle terre indigene è rigorosamente consentito (e perciò ristretto) ai soli popoli originari, che in quelle terre vivono da sempre. Il crimine di arrendamento è contemplato all’interno dell’articolo della legge n° 8.176/91 secondo quanto segue: “Costituisce crimine contro il patrimonio, sotto forma di usurpazione, produrre beni o utilizzare materie prime appartenenti all’Unione (n.d.a.: leggasi Stato brasiliano) senza autorizzazione legale o in disaccordo con gli obblighi imposti dal titolo autorizzativo”.

Questa digressione si è resa necessaria al fine di riconnettere due fatti temporalmente separati l’uno dall’altro, ma uniti dal comune denominatore dell’arrendamento delle terre indigene tra Mato Grosso e Mato Grosso do Sul. A distanza di dieci anni, infatti, forti delle alte protezioni a livello politico (v. governo Bolsonaro e suoi alleati), fazendeiros, arrozeiros (produttori di riso) e chi più ne ha, più ne metta, sono nuovamente tornati alla carica delle terre indigene, ma stavolta in maniera ben più subdola e ammantati dell’aura di benefattori nei confronti delle popolazioni originarie, tutto al contrario sfruttate e finanche avvelenate nelle loro stesse terre da questo progetto di indipendenza indigena (Projeto Indipendência Indígena).

(foto: Outras Mídias)

Si tratta di un vecchio cavallo di battaglia tanto di Jair Bolsonaro che del suo ex-vice, il Generale Hamilton Mourão, i quali, consapevoli dell’impossibilità di espropriare le terre indigene già riconosciute per via legale, hanno pensato bene di farlo per via psicologica, potremmo dire, portando una parte degli stessi popoli indigeni a pensare che la migliore opzione di vita per loro fosse quella di entrare in affari con i produttori di soia e miglio o magari, col tempo, trasformarsi loro stessi in produttori di soia e miglio, in tal modo rinnegando la loro cultura di origine.

In altre parole, il Projeto Indipendência Indígena, disgraziatamente attecchito nel Mato Grosso, altro non è che la riproposizione sotto mentite spoglie della pratica dell’arrendamento di TI (terre indigene) con la cospicua differenza che stavolta tale pratica criminosa è esplicitamente protetta dagli stessi organi che dovrebbero sanzionarla (il Ministero Pubblico Federale nelle persone del Procuratore Gustavo Nogami e del Procuratore Generale della Repubblica Augusto Aras), oltre che, come già richiamato, a livello politico dal presidente, ormai uscente, Bolsonaro e i suoi scherani di qualsiasi ordine e grado.

In un articolo risalente al 1 settembre 2022, i giornalisti della rivista Carta Capital, João Peres, Marcos Hermanson Pomar e Tatiana Merlino si soffermavano su questo articolato progetto di sfruttamento delle terre indigene, il cui nome è Agro Xavante, avallato, come già ricordato poco sopra, sia dagli stessi organi che dovrebbero sanzionarlo e sia dallo stesso Bolsonaro. Il reportage dei giornalisti di Carta Capital cominciava da Sangradouro, una delle nove terre indigene di etnia Xavante coinvolte in questo progetto di presunta indipendenza. Lo scenario che si è parato loro davanti, tuttavia, non sembrava essere quello di una terra indigena, bensì quello tipico di una fazenda con una casa di recente costruzione e davanti ad essa l’inizio del terreno coltivato. La comunità indigena di Sangradouro, al contrario di quanto avvenuto in altre terre Xavante nel Mato Grosso, ha abbracciato convintamente il progetto Agro Xavante mediante la formazione di una vera e propria partnership tra i fazendeiros legati al Sindacato Rurale di Primavera do Leste, gli indigeni locali, appunto, oltre al decisivo appoggio della Funai, la Fondazione Nazionale Indigena, e del governo dello Stato del Mato Grosso.

(foto: Carta Capital)

Quale che sia la prospettiva dacché si osserva questo fenomeno, vi è che l’ambiente circostante sembra tradire una malcelata colonizzazione da parte dei fazendeiros con la presenza di specifiche aree destinate alla conservazione dei vari macchinari e ai sacchi di fertilizzanti, oltre al fatto che, mentre i fazendeiros producono e dirigono, la forza-lavoro resta integralmente indigena. Gerson, di etnia Xavante, mostra ai giornalisti i locali “provvisoriamente” assegnati a Nardes all’interno della Terra Indigena. Si tratta di José Otaviano Ribeiro Nardes, grande latifondista e produttore di soia della regione, ovviamente entusiasta sostenitore del progetto Agro Xavante.

Guardando le cose più in prospettiva, emergono ulteriori dati interessanti. La firma dei primi contratti tra fazendeiros e indigeni risale addirittura al mese di marzo 2020, sebbene tale progetto fosse una promessa dell’allora deputato federale Bolsonaro già dal 2017. Non è casuale che un tale progetto sia venuto articolandosi quasi in contemporaneità con il sorgere della candidatura di Bolsonaro alla Presidenza della Repubblica e con l’avvio della fase di acme della Lava Jato della premiata ditta Moro & Dallagnol, che ha di fatto pavimentato il cammino che nel 2018 ha portato Bolsonaro al Palácio do Planalto. Per la realizzazione di questo progetto, tuttavia, occorreva anche trovare una sponda all’interno della stessa Funai, ciò che è avvenuto per il tramite dell’attuale Presidente, Marcelo Xavier, ex-funzionario della Polizia Federale e uomo di fiducia di Bolsonaro per quanto concerne la questione indigena.

Come menzionato esplicitamente dal reportage di Carta Capital, la partecipazione attiva di Xavier è stato un elemento decisivo per l’installazione dei fazendeiros all’interno della TI (terra indigena), già demarcata, Xavante. Più ancora, come sottolineato nell’articolo, il progetto Agro Xavante ha preso forma proprio all’interno della Funai, servendosi dell’aiuto degli stessi funzionari, fedeli a Xavier, a Bolsonaro e ai potentati agroalimentari matogrossensi, ciò che mette bene in luce la contraddizione alla base dell’attuale Fondazione Nazionale Indigena, la quale sembra ogni volta operare in una dimensione anti-indigena.

(foto: Fazenda Nogami – Pará)

Agnaldo Santos, sovrintendente per le questioni indigene del Mato Grosso ha dichiarato che ci troviamo di fronte ad un vero e proprio processo di arrendamento di terre indigene, ma che questo non può essere detto a chiare lettere, perché gli indigeni stanno lavorando all’interno di quelle terre. In altre parole, siamo al paradosso di una sottrazione di terre alle popolazioni indigene previo convincimento delle stesse a lavorarvi e a sentirsi parte di questo processo di sottrazione (di terre già loro!).

L’assurdo appare completato dal fatto che, sulla base degli stessi documenti della Funai, l’80% dei guadagni andrà nelle tasche dei produttori rurali, restando appena il 20% agli Xavante. Una divisione degli utili che, stando alla prima proposta di “cooperazione”, risultava essere ancora più squilibrata a favore dei fazendeiros, essendo previsto, per gli indigeni, un sacco di soia per ogni ettaro di terra coltivato. (Un ettaro di terra – giusto per capirsi – può arrivare a rendere fino ad ottanti sacchi di soia).

Adesso, con il prossimo insediamento di Lula alla presidenza c’è da augurarsi che progetti devastanti come questo vengano immediatamente sospesi e che tutta la materia ambientale e legata alle popolazioni indigene in Brasile venga integralmente riformulata. Non sarà semplice, considerando, in particolare, l’attuale organigramma della Funai a guida bolsonarista e le strette connivenze tra potere giudiziario, Ministero Pubblico Federale e gli onnipotenti fazendeiros, che da sempre barrano ogni pur minimo tentativo di una riforma agraria. Connivenze, le quali, talvolta, lasciano il posto a vere e proprie sovrapposizioni, in cui, per esempio, un procuratore del MPF è al tempo stesso il rampollo di una agiata famiglia di latifondisti, come ben dimostra la Fazenda Nogami sita presso Igarapé Açu nello Stato del Pará.

(foto di copertina: O joio e o Trigo)