di Cristian de Paula Sales Moreira Junior

Al momento, il Brasile sta passando per una Commissione Parlamentare d’Inchiesta chiamata a indagare e a pronunciarsi su eventuali crimini di responsabilità commessi dal governo nella gestione della pandemia. Poiché questi fatti sono ancora in corso e la nottola di Minerva spicca il volo soltanto al tramonto, vorrei concentrarmi su alcune questioni di politica estera e interna, i quali, iniziati nel 2020, sembrano oggi assumere contorni più nitidi.

È certo che le elezioni presidenziali americane siano un evento politico, che sempre ha attirato l’attenzione di tutto il mondo, almeno dalla fine della seconda guerra mondiale. Questo perché queste elezioni non solo definiscono la direzione, che prenderanno le questioni interne, aspetto che riguarda esclusivamente i suoi cittadini, ma perché definiscono anche l’orientamento delle relazioni internazionali nel loro complesso. Questa è la nazione, che ha ancora la maggiore influenza economica e diplomatica in tutto il mondo, una posizione che è stata gradualmente messa in discussione da giganti orientali, quali, principalmente, Russia e Cina.

Tuttavia, mai prima d’ora il Brasile aveva mostrato un tale coinvolgimento nella politica americana. Sono state create pagine per discutere sull’argomento; i giornali digitali hanno seguito le notizie in tempo reale e i commentatori discusso la questione sui canali televisivi. C’è stato persino chi ha indetto, forse ironicamente, al momento delle elezioni, manifestazioni in alcune città brasiliane, posizionandosi a favore di uno dei candidati. Ci siamo chiesti il perché di tanto interesse.

La domanda che ci poniamo, almeno al livello di media seri che hanno partecipato e partecipano alla discussione pubblica, è quale sarà il prossimo posizionamento diplomatico del Brasile rispetto agli USA. Almeno da quando è stato eletto nel 2018, come durante il periodo della campagna elettorale, il Presidente della Repubblica, Jair Bolsonaro, ha dimostrato una sorta di allineamento automatico – per non dire ideologico – con gli interessi americani, più specificamente incarnati nella figura del suo head of state, Donald Trump. Ci sono stati diversi esempi di di questo allineamento durante gli anni della presidenza, compresa la frettolosa critica di Bolsonaro a Biden. Vorrei concentrare la nostra attenzione su quegli eventi, a mio parere, passati quasi inosservati nei media brasiliani.

Nell’ottobre del 2020 il Brasile ha ricevuto la visita dell’ambasciatore americano Robert O’Brien. Il Presidente lo ha accolto al Palácio do Planalto e in quella occasione l’ambasciatore ha parlato in modo imperativo e categorico di come il Brasile avrebbe dovuto prendere posizione sulla tecnologia 5G di Huawei, cioè sulla Cina. Lo ha fatto, a quanto pare, non sotto forma di consiglio (come avrebbe dovuto essere) e senza tener conto del fatto che stava comunicando con un Paese sovrano e autonomo. Ha ignorato le relazioni storico-diplomatiche tra la nostra nazione e la Cina, come pure l’importanza dei rapporti economici mantenuti con questo Paese, cui è destinata la gran parte delle nostre merci prodotte. In questa occasione, il presidente Bolsonaro è apparso sottomesso.

Ciononostante, il governo di Donald Trump decise di cambiare strategia, dialogando direttamente con gli operatori economici brasiliani, creando così una sorta di lobby. L’invito, richiesto dall’ambasciatore degli Stati Uniti in Brasile, creò un certo imbarazzo. Per dirla in altro modo, gli Stati Uniti hanno scavalcato il governo brasiliano per fare pressione sulle nostre aziende, affinché non accettassero la tecnologia 5G cinese. E – ancora una volta – il governo brasiliano è rimasto in silenzio, non commentando la questione.

Questo allineamento automatico trasfigurato in sottomissione, ha provocato un certo disagio al Brasile. Con la vittoria di Biden, per ovvie ragioni, ci siamo trovati di fronte ad uno scenario difficile. Problematico, per usare un eufemismo. Parimenti, è necessario aspettare. Alcuni sono afflitti, altri non così tanto. Infatti, come addendum, possiamo dire che investire nella creazione di una giustizia elettorale (ciò che in Brasile esiste dal 1932) avrebbe, forse, permesso di avere un’elezione meno turbolenta negli USA. Nel frattempo, tuttavia, anche la politica interna del Brasile si è fatta sempre più problematica. Soprattutto per quanto riguarda il conflitto tra il presidente e la maggioranza del parlamento, in Brasile chiamato Centrão.

La storia del Brasile repubblicano ci insegna che il processo elettorale municipale funziona come una sorta di termometro retroattivo, che rivela gli interessi e le tendenze politiche del Paese, permettendo un confronto con le precedenti elezioni nazionali. Anche nel periodo coloniale, i leader locali dei villaggi, chiamati a svolgere il ruolo di consiglieri, erano spesso confusi col potere degli stessi Governatori generali, i quali, il più delle volte, rimanendo nella capitale, si privavano della possibilità di conoscere il resto del territorio nazionale. Esercitavano il potere in modo più diretto dove vivevano e la riscossione abusiva delle imposte – aggravata dalla mancanza di investimenti e servizi – finì per aumentare ulteriormente il divario tra il centro e la periferia.

Questo perché il nostro vero rapporto con la cosa pubblica, che si manifesta nella quotidianità, è circoscritto allo spazio della città. È all’interno di questo spazio che compaiono quei problemi, che ancora oggi ci tormentano: mancanza d’acqua, di illuminazione stradale, l’asfalto pieno di buche, il fatto che la spazzatura non venga raccolta durante settimane, che lotti di terra privati siano invasi, o, ancora, che il trasporto pubblico rappresenti un problema.

Pertanto, la città non è una realtà, ma la realtà. Dura, pratica e tangibile. Lo Stato fa parte dell’immaginazione in Brasile. Sappiamo che esiste, ma non capiamo bene come funziona. Un vero lusso, con cui entriamo in contatto solo attraverso i giornali, internet e i discorsi a tavola la domenica con la famiglia. Ecco perché le elezioni municipali del 2020 ci hanno offerto la possibilità di osservare alcuni fattori e tendenze. Non conclusioni, ma osservazioni.

La prima è che, nelle ultime elezioni comunali, si sono distinte quelle posizioni identificate con la tradizionale politica conservatrice, principalmente all’interno degli Stati. Non è necessario menzionare i nomi, ma è noto che, nello stesso Stato di Goiás, dove attualmente vivo, la maggior parte dei sindaci eletti siano figure pubbliche conosciute; e, se non loro individualmente, almeno le loro famiglie o il loro ristretto circolo di amici e parenti. Il partito del governatore (DEM), per esempio, ha eletto il maggior numero di sindaci e assessori nel Goiás, mentre alcuni ricercatori di alcuni istituti di ricerca hanno riferito della difficoltà di svolgere le loro indagini in quei luoghi. Molte persone, infatti, hanno paura di rappresaglie o persecuzioni, a seconda della risposta che possono dare. Alcuni si preoccupano, se il sondaggio sia realmente anonimo. I sondaggi mostrano insoddisfazione riguardo alla condotta di alcuni politici, alle loro posizioni e al loro lavoro. Nonostante questo, però, risultano ogni volta vittoriosi alle elezioni. Si tratta di eredità storiche di un periodo coronelista, però arricchite da nuove esperienze.

In secondo luogo, è diventato evidente che il Centrão, già noto per dominare le Camere del Congresso Nazionale, è l’attore politico che ottiene davvero voti nel Paese. Vi è stata, infatti, una crescita elettorale molto ampia tra le sue fila. Il partito DEM, per esempio, è passato da 268 municipi amministrati a 459. Il PP è passato da 495 a 681. Anche il PL, considerato meno espressivo, è passato da 297 a 341. Alla Camera dei Deputati e al Senato, sommando i partiti di centrodestra e centrosinistra (sebbene quest’ultimo abbia avuto un risultato in calo, rispetto alle ultime elezioni), detiene oltre il cinquanta per cento del potere nel Paese.

Una terza osservazione concerne l’espressivo aumento elettorale nei settori della sinistra, principalmente quella identitaria, che ha eletto alcuni consiglieri, aumentando la loro rappresentanza nelle Camere: LGBT, donne e neri. Tra questi spicca il PSOL. Alcuni analisti politici hanno indicato una tendenza dell’elettorato brasiliano verso politici progressisti, come se il Brasile nel 2020 avesse voltato pagina rispetto al Brasile del 2018, che ha eletto un presidente conservatore.

Ma sarà vero? Nel caso dell’elezione dei consiglieri, poiché ci sono molti partiti e molti candidati – a Goiânia ce n’erano più di 1.000 -, c’è spazio per l’elezione di alcuni che rappresentano una certa minoranza dell’elettorato. Ciò aumenta la rappresentatività. Ma quando il numero dei candidati e dei partiti diminuisce, così come i candidati al municipio, anche se si osservano solo le capitali, la popolazione si conferma conservatrice e non progressista. Anche questo aumento dell’elettorato, per questo specifico settore della sinistra, si è manifestato solo nelle capitali. Le zone interne risultano ancora in larga misura conservatrici.

Quarto. Diretta conseguenza di quanto sottolineato nei paragrafi precedenti: la sconfitta elettorale di Jair Bolsonaro. Ha scommesso sulla strategia della politica di opposizione (anti-PT, anti-Lula, anti-sinistra, anti- …), nel contesto della guerra culturale e nella figura degli outsider. Non è stato in grado di eleggere nessun candidato rilevante. Il PT, al suo apice, ha ottenuto 559 municipi alle elezioni del 2008. Oltre al fatto di dimezzare, Bolsonaro, gli aiuti di emergenza, le polemiche che riguardano la pandemia, così come gli ultimi sondaggi, che segnalano un calo relativo nella popolarità. La tendenza, diventata evidente, è che era necessario allinearsi col Centrão per ottenere la governance e l’attuazione delle riforme.

Questo allineamento sarebbe potuto avvenire sotto forma di una posizione più morbida e meno radicale, nelle dichiarazioni e nelle posizioni. Ambiti considerati importanti dal governo nei progetti di riforma, soprattutto il fisco, sembra essere andato nella direzione di una assegnazione di importanti posizioni a politici legati al Centrão. Le conseguenze sono ancora in corso di elaborazione.

Lo scorso Natale non è stato il massimo. Tutto indica che il prossimo seguirà lo stesso andamento. Non solo per la pandemia, ma anche per la crisi economica in atto già da prima dei primi casi di Covid-19 in Brasile. Certamente la politica condivide questo clima un po’ atipico e preoccupante. I governanti, ai più svariati livelli, in questo momento devono (o dovrebbero) avere i capelli ritti. Alcuni per nobili motivi, altri non così tanto. Oltre alla discussione, se il Presidente davvero “non si curi” delle questioni che riguardano questo argomento controverso, vorrei sollevare un’altra questione. Secondo i dati consultati sul portale della trasparenza – importante strumento conquistato dalla nostra democrazia – l’anno scorso, almeno finanziariamente parlando, non è andato così male, per Bolsonaro

R$ 19.188.856,91 sono stati spesi per la Federal Government Payment Card (CPGF), in via segreta, da gennaio a dicembre 2020 (il salario minimo in Brasile è di R$ 1088,00). Ovviamente, non tutti questi acquisti segreti sono di diretta responsabilità del Presidente, poiché includono anche le spese di ABIN, GSI, Segreteria Speciale per l’Amministrazione e Ufficio del Vice-Presidente, ma sono a lui, da ultimo, riconducibili. Con la carta di credito personale Bolsonaro ha speso R$ 7,86 milioni. Non si tratta di una cifra facile da spendere.

Sappiamo che lo stipendio per la carica di Presidente della Repubblica è simbolico, visto che dispone di una carta di credito con spese illimitate. Anche così, sono molti soldi. È interessante notare che durante la campagna la conversazione era diversa: austerità. E se solo sapessimo dove vanno a finire questi soldi, non sarebbe così scandaloso. Ad esempio, a febbraio il presidente ha detto di aver speso R$ 739 mila sulla carta di credito aziendale per portare a casa i brasiliani bloccati dalla pandemia a Wuhan, in Cina. Possiamo dimostrarlo solo prendendo per buona la sua parola, poiché le spese della carta sono riservate. E noi in Brasile non abbiamo una tradizione di credere a quello che dicono i politici.

Nel novembre 2019, la Corte Suprema ha dichiarato incostituzionale il fatto che i dati fossero riservati. La presidenza ha risposto soltanto che questo era permesso dalla legge sull’accesso all’informazione (LAI). È passato un anno intero e le spese di Bolsonaro continuano ad aumentare. C’è chi dice, nelle discussioni pubbliche, che questa carta possa essere stata utilizzata per acquistare regali per le persone disposte a tenere la bocca chiusa sulle spese del titolare della carta. Alcuni dicono che la carta potrebbe essere la chiave per scoprire giri di corruzione all’interno del governo federale. Il Presidente avrebbe potuto dare una risposta priva di ambiguità a queste voci, ma ha scelto di mantenere segrete le spese. Pertanto, chiedere non fa male: per cosa sono stati spesi tutti questi soldi? E dove?

Per quanto riguarda la pandemia, esperti e autorità sanitarie hanno sottolineato che una grande azione collettiva avrebbe dovuto essere promossa e incoraggiata dal governo federale. In relazione a questo, il Ministero della Salute ha mostrato confusione, relativa inettitudine e conflitto. Come se il fatto di essere l’autorità contestata fosse una questione più urgente della crisi sanitaria stessa. Questa disputa è passata attraverso tre Ministri della Salute – vale a dire, Luiz Henrique Mandetta, Nelson Teich ed Eduardo Pazuello – e si è aggiunta a tutte le polemiche sul farmaco sponsorizzato dal capo dell’Esecutivo, che ha trasmesso un’idea di vanità personale, che rafforza l’apparente mancanza di preoccupazione per quella che appare come la più grande crisi sanitaria nella storia della Repubblica.

Per questi e altri fattori, l’economia non mostra segni di ripresa. Nomi importanti in Brasile, come Delfim Netto, Celso Pastore, Luiz Gonzaga Belluzo, Bresser Pereira, per citare solo alcuni esempi di grandi economisti presenti nei principali media, arrivano a risultati statistici leggermente diversi, ma concordano sul fatto che la situazione, sebbene mitigata dagli aiuti d’urgenza, sia molto difficile. I problemi principali, cioè la crisi fiscale e il deficit pubblico, non possono essere risolti con gli aiuti. Questo, moltiplicato per tre dal Congresso Nazionale – l’esecutivo aveva proposto solo R$ 200,00 -, ha solo momentaneamente riscaldato il mercato, principalmente di cibo e materiali per l’edilizia civile.

Diciamo anche che questa violenta flessione dell’economia non è l’unica ed esclusiva conseguenza del nuovo coronavirus, considerando anche i tassi del 2019, quando questa crisi non era nemmeno immaginata. Da ultimo, gli aiuti sono serviti a “riscaldare” le urne a favore del presidente. La domanda che sorge è se questa ripresa sarà o meno momentanea, ora che la riduzione degli aiuti a meno della metà già comincia a farsi sentire nelle tasche dei cittadini e nel mercato.

Questa situazione economica dovrebbe aggravarsi. Se la reazione agli incendi in Amazzonia e nel Pantanal è stata discretamente contenuta a livello interno, non lo sono state le pressioni internazionali. A questo si aggiunga che il Ministero dell’Agricoltura deve fare i conti, proprio in questo momento, con l’insoddisfazione del settore agricolo, che certamente vede in questa tragedia ambientale una perdita delle esportazioni. Situazione, che si può collegare alla crisi, riguardante l’inquinamento da petrolio, di origine indefinita, che ha colpito più di 250 città sulla costa brasiliana, danneggiando l’economia locale, che dipende non solo dal turismo nei paradisi turistici – come Porto de Galinhas, Morro de São Paulo, Lençóis Maranhenses -, ma anche dalla pesca e da altri lavori, che legano i lavoratori ad attività che dipendono dalla natura.

Per non parlare del danno ambientale che, interessando sia la fauna che la flora, è stato ed è incalcolabile. In entrambe le situazioni, una cosa è innegabile: il governo rivela, una volta di più, mancanza di progetto e unità. Se non fosse stato per la popolazione, che, spontaneamente e volontariamente, si è dedicata a pulire e più in generale ad aiutare la regione colpita, nulla di rilevante sarebbe stato fatto dal governo. Il Ministro dell’Ambiente, Ricardo Salles, è apparso in quella situazione senza avvertire alcun sindaco o governatore o, magari, convocare una riunione e manifestare solidarietà.

La situazione del Brasile sulla scena internazionale è aggravata dall’atteggiamento “acido” del presidente nei confronti dei suoi principali partner commerciali. Le ultime controversie con la Cina non hanno bisogno di commenti. Ciò che è più evidente è che dovremmo aspettarci ritorsioni. L’Ambasciata cinese in Brasile ha già comunicato che intende sostituire gradualmente le importazioni dal Brasile, principalmente quelle di cereali. Il nostro concorrente più evidente è l’India, ma l’elenco include anche l’Argentina e gli Stati Uniti, verso i quali ultimi assumiamo spesso una posizione di sottomissione. Sebbene sia difficile sostituire i prodotti di una potenza come il Brasile, non abbiamo il monopolio della produzione di nessun prodotto, il che rende la nostra postura a dir poco irresponsabile. La stessa posizione è stata adottata in relazione ad altri due importanti partner: l’Argentina – quando è stato eletto Alberto Fernández – e la Francia – dove nemmeno la moglie del presidente Macron è stata risparmiata. Con l’elezione di Biden, lo scenario diventa ancora più drammatico per il Brasile di Bolsonaro.

L’estetica della quarantena si avvicina a un’estetica dello Stato d’assedio nelle guerre. Le economie di tutto il mondo sono sull’orlo del collasso e, senza un nuovo Piano Marshall, la situazione diventerà ancora più complicata. Sembra che la Cina finanzierà questo piano, approfittando dell’ “assenza” internazionale degli Usa, che faticano a riprendersi da pandemia e turbolenze di politica interna.

Esiste un consenso sul fatto che, proprio come la Cina, tralasciando il suo straordinario successo nell’uscita dalla crisi, il Brasile debba cambiare strada. Sarebbe necessario costruire uno sviluppo fondato sull’espansione del mercato interno, visto che fino ad oggi l’economia si è basata sul mercato esterno. Ovvero un audace progetto di redistribuzione della ricchezza tra regioni, classi e differenti settori formanti la società brasiliana, la qual cosa rappresenterebbe un cambiamento senz’altro giusto, ma difficilmente esente da conflitti. Per rendere possibili tali cambiamenti, è necessario un ampio dibattito nazionale.

Nel settore del commercio e dei servizi, le piccole e medie imprese stanno crollando o stanno sprofondando nei debiti. Tuttavia, le banche sono più sane che mai. All’inizio, a metà febbraio e all’inizio di marzo, è stato ipotizzato tra gli analisti che sarebbero state necessarie idee originali per risolvere il problema dell’economia, ma il Ministero dell’Economia ha perso il timing. Come minimo, avrebbe dovuto seguire gli esempi forniti dagli Stati Uniti, dall’Europa e dall’Asia. Come è stato sottolineato: per servire in particolare le piccole imprese, per alcuni mesi si sarebbe potuta aprire una linea di credito in banche private per prestiti di capitale circolante (buste paga, ad esempio). Il garante di questo prestito, a tasso zero, avrebbe potuto essere la Banca Centrale. Questo è ciò che è stato adottato in altri Paesi come misura economica per mantenere posti di lavoro, imprenditori e circolazione monetaria.

In ogni caso, una nuova valutazione potrà essere effettuata al termine della Commissione Parlamentare d’Inchiesta e secondo la direzione che prenderanno i fatti recenti. Il problema che si pone è come il Brasile del 2018, che ha eletto Bolsonaro, risolverà la sua contraddizione con il Brasile del 2021. Se sconfitto, con l’aggravarsi della crisi economica e il permanere della pandemia, la situazione politica di Bolsonaro potrebbe orientarsi verso soluzioni estreme. Il 2021 è iniziato da non molto, e mentre riflettiamo su questo, l’Esecutivo, nella figura del suo “Mito”, è in ritardo nella preparazione di un piano d’azione, che possa, perlomeno, offrirci qualcosa di cui parlare.

(traduzione di Francesco Guerra)
Questo articolo è stato pubblicato, in inglese, inizialmente sul blog giornalistico The Saker.