Non è dato sapere, a questa altezza della tragedia pandemica in questo Paese, se l’esecutivo a guida Jair Bolsonaro terminerà o meno il proprio mandato presidenziale. Ciò di cui, tuttavia, possiamo avere certezza sono i cocci di Brasile, che questo governo, in caso di sconfitta alle elezioni, lascerà in eredità a chi verrà dopo di lui e a tutti noi che abiteremo o comunque frequenteremo il Brasile nei prossimi anni.

Bolsonaro non solo passerà alla storia come il peggiore presidente, che il Paese ha avuto dall’epoca della ridemocratizzazione, ma come colui che, attivamente coadiuvato negli anni precedenti da Globo, parte del giornalismo e dei poteri costituiti brasiliani e soprattutto dalla Lava Jato, ha distrutto il tessuto sociale brasiliano alla radice, trasponendo in odio ogni possibile e legittima contrapposizione, anche aspra, che poteva registrarsi nell’agone politico.

L’attuale Presidente non è stato e non è soltanto l’alfiere della morte di una delle peggiori pandemie, che la storia dell’umanità abbia mai vissuto, ma la persona che ha sdoganato, in via definitiva, l’odio nella politica, creando un vaso comunicante con la società al punto che nel Brasile di oggi si usano, pressoché quotidianamente, espressioni come politica dell’odio, società dell’odio o cultura dell’odio.

Mentre Bolsonaro e il suo governo continuano bellamente a sguazzare nel loro letamaio di cultura dell’odio e necropolitica, nella giornata di mercoledì 30 giugno la Commissione Parlamentare di Inchiesta sulla pandemia (o dello sterminio, come è stata ribattezzata) ha visto, come persona indagata, la partecipazione dell’imprenditore Carlos Wizard.

Un personaggio bislacco, di quelli che tanto piacciono ad una porzione non piccola della società brasiliana: l’uomo di umili origini, che diventa milionario e che, un bel giorno, vende tutto per trasformarsi in un filantropo, animato da una profondissima fede in Dio, altro elemento che mai cessa di essere di moda a queste latitudini.

Nel realismo tragico brasiliano un personaggio come Wizard strappa simpatie bipartisan proprio per questa sua fede in Dio, che, per motivi a me ignoti, dovrebbe valere come una specie di garanzia morale con riferimento non tanto alle azioni della persona che la vive, ma, peggio ancora, al movente delle sue azioni.

Un criterio di valutazione, che sembra risentire di un deficit di illuminismo, per non dire della sua pressoché totale assenza, la quale aiuta a comprendere meglio perché, anziché essere, quello brasiliano, un realismo magico, sembra piuttosto un realismo tragico. Wizard è soltanto un altro Nessuno della zona grigia brasiliana sospesa tra mondo imprenditoriale e politica, ciononostante appare importante, perché, nella sua manifesta imbecillità, si presta ad essere innalzato a perfetta metafora della necropolitica bolsonarista.

Un Nessuno, il quale, praticando la propria filantropia, ha fatto parte del cosiddetto “Gabinetto parallelo” presso il Ministero della Salute, essendo, in tal modo, responsabile della ecatombe che dal marzo dell’anno passato si è impossessata della vita e delle storie di milioni di brasiliani.

Wizard il filantropo, che, in un video risalente al mese di marzo di quest’anno, inventava dati sul Covid-19, manifestando tutta la propria disumana ironia su coloro che preferivano restare in casa, anziché recarsi in qualche ospedale per assumere la loro dose di clorochina al presentarsi dei primi sintomi del Covid-19.

Wizard il filantropo e membro del Gabinetto parallelo al Ministero della Salute, che, animato dal suo spirito filantropico, è compartecipe della morte di più di cinquecentomila brasiliani, assume un precipuo valore allegorico nel pantano di morte e odio in cui si agita l’armata delle tenebre a guida Bolsonaro.

Manca più di un anno alle elezioni, eppure non c’è un solo ambito nella vita di questo Paese che non sia attraversato da una qualche crisi o conflitto. In questo scenario di guerra, il governo cerca di mantenersi in sella con equilibrismi di ogni tipo, dove, tuttavia, spiccano, manco a farlo apposta, quelli legati a fantomatici dati riguardo alla quantità di vaccini inviati ai vari Stati e quelli concernenti l’economia.

Un autentico malabarismo politico, come si dice qui, che serve a tenersi il più stretto possibile quel 30%, forse meno, di base elettorale del bolsonarismo fanatico, che sembra immune a qualsiasi tipo di revisione delle proprie posizioni politiche. Un elettorato inconsapevolmente o coscientemente plagiato, che, a questo punto della tragedia brasiliana, può legittimamente considerarsi metaforica guardia pretoriana al servizio di Bolsonaro, pertanto, totalmente fuori da ogni tipo di discorso democratico.

In questo senso, quando la lente dell’analisi si sposta sulla diarchia ‘Bolsonaro-suo elettorato’ emerge, direi in maniera incontrovertibile, il coefficiente di populismo, da sempre intrinseco alla delirante narrazione bolsonarista. Di nuovo, una declinazione politica del realismo tragico.

Come ha in vari momenti osservato quel raffinato studioso del fenomeno che è João Cezar de Castro Rocha, il colpo di Stato è già in atto da tempo, consistendo nella lenta, ma inesorabile, erosione delle strutture, che compongono l’architettura istituzionale e sociale del Brasile.

Siano queste il sistema elettorale (si veda la recente polemica sulle modalità di voto e la ferma contrarietà di Bolsonaro al voto elettronico), l’evergreen Corte Suprema, senza dubbio l’ostacolo più duro per l’orda bolsonarista per la sua insostituibile funzione di watchdog della Costituzione, la Commissione Parlamentare di Inchiesta, la quale, quasi quotidianamente, è attaccata dal Presidente con una terminologia inappropriata e volgare, o i reiterati attacchi alle comunità indigene, le cui terre, al centro di un contenzioso a causa di un discutibile progetto di legge (PL 490/2007), malgrado le garanzie presenti in Costituzione, sono da sempre bottino ambito dalla marmaglia bolsonarista sotto forma di garimpeiros illegali.

Uno stato di cose, quello relazionato alle comunità indigene, che sembra peggiorare ogni giorno di più, aggiungendosi nuovi attori criminali alla già folta schiera dei predatori delle terre indigene, nella fattispecie il PCC, organizzazione criminale originaria di San Paolo, ma che già da tempo è attiva negli Stati amazzonici del Pará e del Roraima.

A questo quadro, va aggiunto ciò che si crea in ragione delle molte contraddizioni culturali secolarmente presenti in Brasile, ciò che possiamo ricondurre all’interno di una sorta di fenomenologia occasionale del bolsonarismo, ossia a dire, tutti quegli eventi che si verificano a causa di situazioni di lungo periodo, perciò cristallizzate, le quali, tuttavia, vengono curvate in favore del bolsonarismo da parte dei suoi scherani attivi sul territorio, come i vari corpi, regolari e cosiddetti di élite (mai definizione fu più menzognera), della polizia brasiliana.

Due esempi recenti sono il massacro del Jacarezinho, a Rio de Janeiro, di cui su questo blog già ci siamo occupati a suo tempo (I vasi comunicanti tra lecito e illecito dietro il massacro del Jacarezinho), e più recentemente la surreale cacciata al serial killer Lázaro Barbosa, attivo nelle zone di campagna degli Stati del Distretto Federale (Brasilia) e del Goiás. Eventi, che, anziché risvegliare nella popolazione la giusta indignazione per azioni della polizia condotte sulla base della più cieca violenza e della più spietata vendetta, hanno finito per ingrossare la corrente della delirante narrazione bolsonarista fondata sul motto “bandido bom é bandido morto”.

Motto di antica data, che le tenebrose armate bolsonariste hanno riattualizzato, sovrapponendo, una volta di più, l’elemento della pubblica sicurezza a quello concernente problematiche di origine sociale, irrisolte almeno dal tempo in cui, come ben illustrato da Gilberto Freyre in Sobrados e Mucambos, cominciò la decadenza del patriarcalismo rurale brasiliano e del regime schiavista nel XIX secolo.

Ciò che si tradusse in un brutale processo di inurbamento di ex-schiavi, che lasciarono la casa-grande per andare a vivere in sobrados, piccole case di paglia situate in quartieri poveri e periferie delle varie città. Un processo, che, per esempio, a Rio de Janeiro contribuì a creare la realtà dei cosiddetti morros (colline), nucleo primigenio di ciò che oggi suole esprimersi per mezzo del termine favela.

Pertanto, lo slogan bolsonarista del ‘bandito buono come bandito morto’, altra testimonianza del realismo tragico in salsa brasiliana, non solo è una patente manifestazione di imbecillità, ma è più di tutto profondamente falso. Per rendersene conto è sufficiente vedere i dati riferiti alla popolazione carceraria brasiliana nel periodo compreso tra gennaio e giugno 2020 (l’ultimo disponibile) sul sito del Dipartimento Penitenziario Nazionale.

Più ancora che bandito buono è bandito morto, alla luce dei dati, sarebbe da dire bandito buono è bandito in carcere. L’arcipelago concentrazionario brasiliano, infatti, conta un totale di 753.966 detenuti, cifra da suddividersi tra detenuti in carcere, in semilibertà e agli arresti domiciliari, di cui poco meno della metà si concentra in quella che per una società è l’età più produttiva dei suoi componenti, vale a dire tra i 18 e i 29 anni.

Il 21,22% degli “ospiti” delle galere brasiliane e sue estensioni ha tra i 18 e i 24 anni, situandosi al 20,69% la percentuale di detenuti in un’età compresa tra i 25 e i 29 anni. Nell’arco di venti anni, la popolazione carceraria è andata aumentando progressivamente di anno in anno, notandosi solamente una lieve flessione tra il 2019 e il 2020.

Più interessante ancora è il dato relativo alla quantità di incidenze per tipologia penale. Su un totale di 717.322 detenuti, il 54.01% sta scontando una pena detentiva per traffico di sostanze stupefacenti e il 6.64% è condannata per reati associabili a questo tipo di crimine. In altre parole, più della metà dei detenuti (il 60.65%) rinchiusi nelle carceri brasiliane è costituito da persone, che si trovano lì per reati concernenti attività correlate al traffico di sostanze stupefacenti.

Pur in un Paese largamente proibizionista e punitivista, si pone, in maniera legittima, l’interrogativo riguardo a quali possibili benefiche conseguenze avrebbe una politica di non criminalizzazione relazionata almeno alle droghe leggere e, per altro verso, quanto la guerra alla droga non costituisca l’ennesimo capitolo di una guerra sociale condotta contro le fasce più povere della popolazione.

A riprova di quanto detto si ha la sostanziale stabilità di una organizzazione come il Comando Vermelho, addirittura l’organizzazione criminale più longeva del Cono Sur con i suoi quarantadue anni di attività, e il poderoso sviluppo del PCC, il Primeiro Comando da Capital, in quasi tutti gli Stati brasiliani e all’estero, dentro e fuori il Sudamerica.

La repressione, pertanto, sembra battere duro sugli strati della popolazione coinvolti nel traffico di stupefacenti al dettaglio, nel varejo delle varie sostanze stupefacenti, su tutte cocaina, crack e marijuana. Le tanto sbandierate operazioni del BOPE o della CORE, corpi speciali della Polizia Militare e di quella Civile, in particolare nelle favelas di Rio de Janeiro, servono soltanto a confondere il già confuso cittadino brasiliano riguardo al fatto che la guerra alla droga starebbe dando un qualche risultato, scambiandosi la rinnovata apartheid razziale e sociale con azioni affermative condotte da parte dello Stato in aree da sempre abbandonate e per questo autoregolantesi.

I grandi signori del narcotraffico brasiliano, d’altronde, vivono in residenze milionarie, lato a lato con quegli stessi “cittadini di bene”, che chiedono pene sempre più repressive, ripetendo ossessivamente il mantra del “bandido bom é bandido morto”.

La carcerazione di massa si nutre in massima parte di pesci piccoli e disperati assortiti, i quali, stritolati dalla miseria e dalla mancanza di qualsivoglia concreta possibilità di sbarcare il lunario per mezzo di una vita onesta, finiscono per cadere nella rete della criminalità organizzata.

Giovani e giovanissimi, come il precedente dato rivela, la maggior parte dei quali fa parte della comunità negra, che, assieme a quella indigena, rappresenta la parte più debole ed esposta della società brasiliana:

«“La sfida del XXI secolo – scrive Angela Davis citata da Luís Carlos Valois in O direito penal da guerra às drogas non è rivendicare possibilità uguali al fine di partecipare alla macchina dell’oppressione, bensì identificare e smantellare quelle strutture nelle quali il razzismo continua ad essere praticato”. La guerra alla droga è una di queste», osserva, a ragione, Valois.

L’unico risultato tangibile di decenni di carcerazione di massa in Brasile è il formarsi, all’interno degli stessi istituti penitenziari, di ognuna delle organizzazioni malavitose che oggi riempiono le strade, le favelas e le quebradas di questo Paese, da Rio de Janeiro a San Paolo. Su tutte: il PCC e il Comando Vermelho.

L’abbandono delle carceri – da parte delle istituzioni che dovrebbero gestirle – ha fatto in modo che in queste si creasse un potere parallelo espresso dalla facção criminale di turno, la quale funziona da autentico agente regolatore, qualora venga a crearsi un qualche conflitto o tensione.

La stessa drastica riduzione di crimini, quali omicidio e stupro, nello Stato di San Paolo, registratasi a partire dal 2002, secondo i massimi studiosi del Primeiro Comando da Capital è strettamente collegata al riordino imposto dal PCC alla galassia criminale paulista. Come noto, ogni sodalizio criminale per prosperare ha bisogno di rendersi il più possibile invisibile, al fine di evitare di attirare su di sé indagini della magistratura e operazioni da parte della polizia.

Ciò che ne risulta è il sempre più forte legame, che unisce queste strutture criminali formatesi in carcere a porzioni della società: dalle più alte, i cosiddetti colarinhos brancos (colletti bianchi), alle più umili, favelas e quebradas, principalmente, ma non solo, nei grandi centri metropolitani brasiliani. In entrambi i casi, il convitato di pietra resta lo Stato, perennemente assente, ancor più quando impone la sua presenza come nel caso del massacro del Jacarezinho.

Alla luce di tutto quello che si è brevemente passato in rassegna nel corso di questo articolo, è difficile dire su quali nuovi sentieri potrà avviarsi il Brasile da qui ad alcuni mesi. Forse cadrebbe bene qui un poco di sano realismo magico fondato su una irrazionale speranza, plasticamente presente nell’espressione “vai dar tudo certo” (brasiliana declinazione dell’italiano “andrà tutto bene”).

Per quel poco che può valere, resto fedele al mio pessimismo cioraniano, irrorandolo, nella misura del possibile, con la razionale speranza che l’aumento del realismo tragico sia accompagnato dal formarsi di una qualche antitesi di civiltà, una sorta di ultimo bastione prima di sprofondare definitivamente nella barbarie.

Quale che sarà l’esito, anche nella migliore delle ipotesi, i cocci del bolsonarismo lasceranno cicatrici indelebili nel tessuto sociale di questo Paese. In attesa di una qualche alba, tocca reggere il peso della notte.