Con 8 voti a 3, il Plenario del Supremo Tribunale di Brasília ha deciso nel pomeriggio di ieri di rigettare il ricorso presentato dalla Procura Generale della Repubblica, la quale contestava l’annullamento delle condanne emesse nei confronti dell’ex-presidente Luiz Inácio Lula da Silva dal Tribunale Federale di Curitiba nell’ambito dell’Operazione Lava Jato. Con questa decisione, Lula ritorna pienamente eleggibile, mentre i processi dovranno ripartire dalla fase della denuncia, non è stato ancora stabilito da dove, tuttavia, se da San Paolo, luogo dove i presunti crimini sarebbero stati commessi, o da Brasília, sebbene per questa seconda ipotesi sembri mancare una valida ragione che possa giustificare la scelta della suddetta sede.

I voti a favore sono stati espressi dai ministri: Edson Fachin, Alexandre de Moraes, Rosa Weber, Dias Toffoli, Gilmar Mendes, Ricardo Lewandowski, Cármen Lúcia e Luís Roberto Barroso, mentre hanno votato contro il rigetto della richiesta della Procura Generale i ministri Kassio Nunes Marques, Marco Aurélio Mello e Luiz Fux. Il prossimo 22 aprile si deciderà sul tribunale competente, dove saranno celebrati i nuovi processi, secondo un intendimento espresso, nel corso del suo voto, dal ministro Alexandre de Moraes, e soprattutto sulla parzialità dell’ex-giudice della Lava Jato Sérgio Moro, già ritenuto parziale nel recente giudizio espresso dalla Seconda Sezione del Supremo.

Nonostante il netto risultato, i singoli voti hanno portato a galla un quadro di posizioni assai variegato all’interno della Corte. Il ministro Fachin ha espresso l’incompetenza territoriale di Curitiba, dando una lettura estensiva ai processi che coinvolgono l’ex-presidente, ritenendo che i fatti in oggetto non riguarderebbero soltanto la Petrobras. Con riferimento ai giudizi espressi da Moro e da Gabriela Hardt, Fachin ha ricordato – con un ritardo di alcuni anni – che il Tribunale di Curitiba non rappresenta il giudizio universale con riferimento ai fatti della Lava Jato. Rilievo sacrosanto, ma viene da chiedersi in quale universo parallelo si trovasse Fachin, quando la Lava Jato di Dallagnol & Moro estendeva i suoi tentacoli su ogni situazione avente anche solo una remotissima connessione con la Petrobras. Dopotutto, l’invenzione della task-force, creazione ufficialmente frutto delle casualità, che altro sarebbe dovuto e potuto essere, se non la veste istituzionale per mezzo della quale avocare a sé ogni sorta di indagine che potesse condurre alla condanna dell’ex-presidente Lula?

Di diverso avviso è stato il ministro Nunes Marques, che ancora ci domandiamo cosa faccia alla Corte Suprema, considerando la scarsa competenza giuridica del personaggio, che è addirittura entrato nel merito dei processi, senza che questo rientri tra le competenze del Plenario, chiamato a giudicare soltanto questioni di tipo procedurale (regimental). Pochezza per pochezza, Nunes Marques ha vestito il grembiule lavajatista in maniera coerente e senza cedimenti, difendendo non solo la colpevolezza di Lula, ma anche il fatto che il Tribunale di Curitiba fosse territorialmente competente a giudicare i presunti crimini commessi. A detta di Nunes Marques, le azioni penali attribuite al leader petista sono direttamente connesse allo schema di corruzione e riciclaggio di denaro, che ha pregiudicato la Petrobras. Spiace che il ministro abbia omesso di dire che il collegamento tra prima e seconda fase delle indagini sulla Petrobras, ciò che ha condotto alla condanna di Lula, non è stato mai provato, al contrario, parlandosi, in entrambe le sentenze emesse a Curitiba, di atti indeterminati con riferimento all’ex-presidente.

Altra “amnesia” di Nunes Marques è stata quella riferita alle enormi conseguenze finanziarie pagate dalla Petrobras a seguito della Lava Jato, che sono state ben più consistenti di ogni schema di corruzione che la stessa Operazione posso avere portato alla luce. Parimenti, ciò che più ha lasciato sconcertati nella dichiarazione di voto del ministro è stato il suo riferimento ai contratti della Repar (le Raffinerie Presidente Getúlio Vargas), i quali nemmeno sono menzionati nella sentenza di Moro sull’attico di Guarujá, quanto fa sorgere il dubbio sul grado di conoscenza che Nunes Marques ha dei processi sui cui è chiamato a esprimersi.

Da parte sua il ministro Alexandre de Moraes ha opportunamente ribattuto a quanto sostenuto dal precedente collega, mettendo l’accento proprio sul fatto che in nessuna delle denunce referentesi a Lula si documenta un qualche passaggio di denaro tra l’ex-presidente e la OAS di Léo Pinheiro o la Petrobras, anche ricordando come mai compaia un qualche specifico atto quale simbolica pistola fumante dei presunti vantaggi ottenuti da Lula. Nel corso del suo voto, de Moraes ha introdotto anche un nuovo elemento, che dovrà essere analizzato il prossimo 22 aprile, quando la Suprema Corte tornerà a riunirsi, riguardante la nuova competenza territoriale dei processi contro l’ex-presidente Lula.

Giustamente, ha spiegato il ministro, non si vede quale debba essere il nesso tra i fatti contestati all’ex-presidente e la competenza di Brasília, essendo, tali fatti in oggetto, suppostamente accaduti all’interno dello Stato di San Paolo. Al contrario dei molti che in queste ore hanno visto nella postura del ministro una sponda al PSDB, essendo, San Paolo, un suo feudo elettorale, e dunque una rinnovata minaccia al futuro politico di Lula, penso che, volendo ammettere un criterio da seguire, questo debba consistere proprio nella competenza territoriale. Parimenti, ritengo anche che i processi contro il leader petista andranno incontro ad una quasi certa prescrizione.

La ministra Rosa Weber, che ha accompagnato il voto del relatore Fachin, si è soffermata sulla particolare complessità della Lava Jato, tradottasi nel corso del tempo in una sempre reiterata necessità di assumere decisioni di carattere restrittivo con riferimento alla competenza territoriale. Una tendenza restrittiva, occorre aggiungere, che ha permesso la creazione di un vero corto circuito dal punto di vista delle garanzie giudiziarie, trasformando la Lava Jato in un Deus ex machina politico-giudiziario sempre pronto a stabilire una qualche connessione tra qualsiasi supposto fenomeno di corruzione o di riciclaggio di denaro e la Petrobras.

Ciò di cui pochissimi ministri all’interno del Supremo sembrano ancora oggi rendersi conto è che, privata di questo enorme potere al fine di avocare a sé ogni indagine e processo, la Lava Jato mai sarebbe arrivata ad essere quel mostro tentacolare che nel corso del tempo è diventata. La stessa idea di una task-force organizzata come era organizzata la Lava Jato non sarebbe mai potuta esistere, nei modi eversivi in cui è esistita, senza questa tendenza restrittiva con riferimento alla competenza territoriale. Questo, ovviamente, sia detto a prescindere dal caso che coinvolge Lula. Anche la ministra Weber, come in precedenza osservato dal ministro de Moraes, ha rilevato la carenza di connessioni tra le condotte dell’imputato e la loro ripercussione sul patrimonio della Petrobras, ciò che stabilisce una impossibilità di fatto a stabilire la validità procedurale delle sentenze emesse dal Tribunale Federale di Curitiba.

Estremamente breve è stato il voto espresso dal ministro Dias Toffoli, il quale si è limitato ad accompagnare il relatore Fachin e a rimandare alla prossima settimana ogni considerazione riguardante la sede competente a celebrare i nuovi processi riguardanti l’ex-presidente. Postura identica a quella espressa da Dias Toffoli, con riferimento al voto espresso e alla possibilità di inviare i processi a San Paolo, anziché a Brasília, è stata assunta anche dal ministro Gilmar Mendes.

Più netta posizione, con riferimento alla generale vicenda riguardante i processi a carico di Lula, è stata espressa dal ministro Ricardo Lewandowski, il quale, nel seguire il voto del relatore, ha dichiarato che “lo stesso magistrato riconosce che i casi oggetto di giudizio non avevano niente a che vedere con la Petrobras”. Una precisazione che suona paradossale e grottesca allo stesso tempo, ma che aiuta a comprendere il livello amatoriale che l’amministrazione della giustizia ha ormai raggiunto in questo Paese.

La ministra Cármen Lúcia, un altro dei Supremi ministri fulminata sulla via di Damasco con riferimento alla “disinvoltura giudiziaria” della Lava Jato, ha espresso il proprio voto a favore dell’incompetenza territoriale dei giudici di Curitiba e dunque aperto la strada alla candidatura di Lula per le presidenziali che si terranno il prossimo anno. Nonostante le recenti illuminazioni della ministra, penso che, sin qui, il suo lascito più importante, con riferimento alla Lava Jato, sia ravvisabile nella manovra smaccatamente politica, che, all’epoca delle ultime elezioni presidenziali, da Presidente del Supremo Tribunale Federale, fece al fine di non calendarizzare la decisione concernente il giudizio sulla prigione in seconda istanza, perché avrebbe beneficiato anche l’ex-presidente Lula. Una decisione, la quale, non solo orientò pesantemente l’esito elettorale a favore di quel Bolsonaro, di cui la ministra oggi vorrebbe vedere l’impeachment, ma che rappresentava, nelle stesse parole del ministro del Supremo Marco Aurélio Mello, una violazione della cláusula pétrea della costituzione brasiliana, la quale non prevede la detenzione al secondo grado di giudizio.

Proprio il ministro Marco Aurélio è stato tra i pochi, che hanno seguito il voto del ministro Nunes Marques. Parimenti, occorre mettere in evidenza come una simile scelta da parte si sia fondata, in tal modo ottemperando le competenze del Plenario della Corte, su un’opzione di carattere tecnico, avendo egli dichiarato, al momento del suo voto, le proprie perplessità con riferimento alla competenza che la Suprema Corte avrebbe avuto nel giudicare un habeas corpus concernente la competenza territoriale. Una decisione, ha rimarcato Marco Aurélio, che qualsiasi istanza giuridica inferiore avrebbe potuto assumere senza alcun impedimento.

L’ultimo ad accompagnare il voto del ministro Fachin è stato il ministro Luís Roberto Barroso, mentre l’ultimo a votare è stato l’attuale presidente della Suprema Corte, Luiz Fux, il quale ha seguito la divergenza di voto del ministro Nunes Marques, non tralasciando di ricordare a noi tutti come siamo arrivati a questo disastro giudiziario chiamato Lava Jato e alla parte avuta dallo stesso Supremo Tribunale Federale all’interno di questo processo eversivo, che ha arrecato danni incalcolabili alla stessa architettura istituzionale brasiliana.

Nelle parole di Fux, la presente decisione di incompetenza non significherà ipso facto la fine della Lava Jato, “perché non finisce”, né avrà, ha aggiunto, “un effetto sistemico. Giusto per chiarire in modo molto semplice: questa decisione non ribalta l’Operazione Lava Jato. È solo una decisione sui casi specifici a cui si riferisce”. Parole forti, ma più di tutto totalmente al di fuori da quella che dovrebbe essere la sfera di competenza di un ministro della Corte Suprema, in particolare durante una sessione del Plenario, che, occorre ribadirlo, è chiamato ogni volta ad esprimersi sul lato procedurale (regimental) senza entrare nel merito di precedenti decisioni assunte nelle singole Sezioni.

La preoccupazione di Fux, inoltre, come pure di ogni ministro del Supremo, non dovrebbe vertere sulla lotta alla corruzione, quanto, tutto al contrario, sulla difesa della Costituzione e di qui sull’osservanza di ogni garanzia a difesa del giusto processo, ossia a dire, tutto quello che la Lava Jato non ha rispettato, abusando della detenzione preventiva, creando un ignobile mercato delle vacche con riferimento alla cosiddetta delação premiada – mercato, cui anche la Corte Suprema ha attivamente partecipato, omologando delações come quella di Léo Pinheiro – o, ancora, cercando in ogni modo di forzare la mano con riferimento alla detenzione al secondo grado di giudizio.

Astraendo dalla posizione espressa dal ministro Fux, che alla fine è in certo qual modo residuale, non avendo inciso sulla decisione di ieri, resta da capire come si possa seriamente pensare di risolvere una corruzione di tipo sistemico per mezzo di singole operazioni giudiziarie, le quali, ogni volta, finiscono per tradursi in rinnovati usi politici della giustizia. Ed anche declinata la questione in questi termini, non si capisce la ragione per la quale, tanto a livello di organi di giustizia come pure per quanto concerne i mezzi di comunicazione, si riduca il fenomeno della corruzione a un problema riguardante in misura quasi esclusiva la politica. Tanto per dirne una: perché, con riferimento alla Lava Jato, non ci si ricorda mai delle provvidenziali “amnesie” che sempre sopraggiunsero, quando qualche filone di indagine incrociava i conti, tutt’altro che trasparenti, del gruppo Globo? L’impressione, anche, ma non solo, con riferimento alle parole del ministro Fux è che, con o senza Lava Jato, la corruzione continuerà a costituire un prezioso oggetto simbolico, la lotta alla quale assumerà, di volta in volta, un sempre nuovo connotato metafisico. In altri termini, il terreno di coltura ideale per il fiorire di nuovi Dallagnol, nuovi Moro e nuovi disastri in stile Lava Jato.

A proposito di Moro. La prossima settimana il Plenario sarà chiamato ad esprimersi sulla sua parzialità, la quale già è stata riconosciuta dalla Seconda Sezione del Supremo. Salvo bizzarre quanto illegali sorprese, il Plenario, come già ricordato all’interno di questo articolo, dovrebbe limitarsi a votare il lato regimental, ossia procedurale, concernente la precedente decisione espressa dalla Seconda Sezione, senza entrare nel merito della stessa. Attendiamo fiduciosi.